E-Book, Italienisch, Band 126, 147 Seiten
Reihe: Nichel
Lanfranca Il vento ara il cielo
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-3389-654-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 126, 147 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-3389-654-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
è nato a Palermo, dove insegna italiano e geostoria al Centro provinciale per l'istruzione degli adulti Nelson Mandela. Regista e sceneggiatore dei cortometraggi L'altro figlio (2017) e Giudè (2025), ha scritto il saggio sulle origini della mafia La spugna d'oro (Rubbettino 2019). Il vento ara il cielo è il suo romanzo d'esordio.
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La collana d 'acquamarina
Nel caglio del vivere, la salvezza e la perdita e il sangue nella parola.
Stava appesa lì sull'albero una collana lunga, azzurro celeste, d'acquamarina e, più che appesa, sembrava imprigionata nella ramatura dell'azzeruolo come se qualcuno ce l'avesse gettata d'impeto. A Sabrina parve che il contorno della collana formasse l'immagine un po' confusa della santa madre del nostro Signore. E non poteva essere che un segno divino che la Madonna avesse scelto quell'arbusto fiorito e impolverato a lei tanto caro, dove andava a piangere quando proprio non ne poteva più. La Madonna le conosceva le sue pene e ora le diceva: «Sono qui, cosa credi? Che ti lascio da sola in mezzo a quel branco di lupi? Sono o non sono madre misericordiosa?» A Sabrina spuntarono due lacrime esili. Era felice. Meglio essere sconsideratamente felici così, e non sapere che la collana l'aveva gettata quella mattina stessa nell'atto di svestirsi in un impeto di libidine la signora Giulia Ferla, Giulietta per gli amici e per il suo amante Alberto Pispisa: Alberto glielo ripeteva sempre quel nome all'orecchio in sospiri cadenzati – come se avesse paura di dimenticarlo nella confusione dell'amplesso – e, ad ogni sospiro, lei rispondeva puntualmente di sì. E quella mattina glielo aveva ripetuto almeno una cinquantina di volte e altrettante volte si era sentito educatamente rispondere. A Sabrina non la sfiorò neanche il sospetto di essere l'involontaria spettatrice del furtivo passaggio di una coppia d'adulteri: si sentiva l'eletta testimone di un miracolo. Allungò la piccola mano, poi la fermò e cominciò a latrare.
Chiamava il fratello che in quei giorni era rientrato da Palermo dove da quattro anni studiava geologia all'università. Dopo essersi rispettosamente inchinata davanti alla collana, andò a cercarlo e lo trovò nel bel mezzo di una discussione con il padre. Gaspare non fece caso ai mugugni di Sabrina e neanche alla presa forte sul suo braccio: mani tanto piccole, quanto forti; mente tanto semplice, quanto potente; corpo tanto formoso, quanto innocente... Gaspare era l'unico in quella famiglia a conoscerla veramente; gli altri la temevano, come si temono le cose che non si capiscono.
«Il tuo amico della Coldiretti è un verme. Io non ci voglio avere a che fare coi vermi che sporcano la terra...»
«I vermi la terra la ingrassano, non la sporcano... si mangiano i parassiti... Non insisto: la vita è la tua. Figuccia ti può portare in palmo di mano dentro l'Ente minerario: sono tutti amici suoi...»
«E poi, prima, mi devo laureare... Con quale faccia mi presento a un concorso per cui non ho ancora il titolo?»
Il padre, un uomo imponente abitato da un leggero fischio che anni prima gli aveva fatto il nido nei polmoni, smise per un attimo di fischiare.
«Concorso? E chi ha parlato di concorso? Si entra per segnalazione...»
Era vero quel che gli aveva raccontato il dottor Mercadante, latore di notizie provenienti dal figlio studente in medicina a Palermo, a proposito delle presunte frequentazioni politiche di Gaspare? O era forse l'influsso di suo cugino Tonio, giudice al tribunale di Palermo, studioso bigotto e metodico, col quale trascorreva il poco tempo libero? Né l'uno, né l'altro. La verità era altrove, molto lontana dalle congetture di Gregorio: appassionato fin da piccolo di minerali, Gaspare col tempo aveva finito per forgiarsi un suo personalissimo metro di giudizio col quale misurava gli esseri umani. Comparava le loro passioni volubili ai processi di formazione delle rocce e, alla luce dei grandiosi fenomeni geologici, il loro convulso agitarsi gli appariva ben misera cosa: osservando le tracce pazienti del tempo sulla materia inerte, gli sforzi di individui ambiziosi e corrotti come suo padre gli apparivano patetici. Aveva dunque un modo di fare che gli altri, Gregorio compreso, consideravano a torto supponente e che era invece l'espressione della distanza che avvertiva verso tutto ciò che i suoi simili facevano, pensavano, speravano; lo perdeva solo quando si trattava di sua sorella.
Sabrina latrò: così le sue urla, spezzandosi in gola, arrivavano scomposte al chiostro dei denti bianchi. Il fratello finalmente la guardò e controvoglia la seguì nella campagna ambrata dal sole, tra le chiazze d'ombra degli alberi che non davano allegria, malgrado si dessero tanto da fare per danzare al ritmo del vento. Sbucarono nello Iardinè, un giardinetto fiorito e abbandonato che penetrava come un rostro nella proprietà avversa. Davanti all'azzeruolo, Gaspare capì al primo sguardo che le pietre della collana avevano un valore non trascurabile.
«Sabrì, dove l'hai presa?»
Sabrina puntò il dito al cielo, poi disegnò a gesti sulla fronda dell'alberello un'icona senza però che il fratello riuscisse a riconoscerla; non le rimase che mettersi in posa con le mani giunte poggiate verticalmente sul seno. Un fischio interruppe la spiegazione.
«Hai ragione! È la Madonna, tale e quale! Sabrina, vieni qua!»
Ma sua figlia era già sparita nella campagna trascinandosi dietro il fratello. Gregorio La Manna cominciò allora a ispezionare la terra intorno all'arbusto e vide, inequivocabile, la forma di due corpi sull'erba schiacciata. Gli parve anche che alcuni fili d'erba fossero umidi. Una vampata di calore gli salì alla testa... gli accadeva appena prima di perdere il controllo. Respirò forte. La Madonna a forma di collana sembrava osservarlo. A Gregorio non piaceva essere osservato; doveva osservare lui, scrutare dentro il suo interlocutore e carpirgli con circospezione il bene che poteva sottrargli: un favore, una raccomandazione, un contatto, una promessa. E anche lì, sotto quel sole d'ambra, capì lucidamente quel che poteva ottenere. Con la zappa si mise a strappare l'erba, con tocco leggero: in pochi minuti, tutte le tracce erano scomparse. Restava una Madonna che brillava al sole.
Calogero Centofanti, come ogni domenica mattina, era rimasto nei campi a lavorare. Calogero era comunista, il solo proprietario terriero comunista della provincia di Agrigento e forse dell'intera Sicilia. Così i suoi compaesani si spiegavano l'ostinazione con la quale faticava pure nel giorno del Signore nei suoi terreni sopra la Scala dei Turchi, sperone di roccia candida dove anticamente trovavano riparo le imbarcazioni dei pirati algerini. Ma la verità era che quella distesa marrone e bianca che declinava verso il mare mineralizzandosi appena prima di tuffarsi tra le onde, era composta per metà da humus e per metà da calcare: gli toccava faticare il doppio per lavorarla; neppure di domenica gli dava tregua. Mentre tutti gli altri, braccianti e proprietari, ingegneri e architetti, professori e medici condotti, si beavano nella frescura delle chiese sillabando parole trite e contrite al suono di un organo scordato, lui pregava così, col sudore.
Pure dentro casa doveva spazzare via quel calcare sottile, grigio, che si depositava ovunque. Allo stesso modo si figurava il procedere del pensiero: nettàre la superficie per cercare di vederci meglio. Ma, dopo tanti anni, continuava a vedere in modo tutt'altro che chiaro la parte di mondo che ogni mattina si ripresentava al suo sguardo, immutata: la polvere spazzata si ridepositava sempre. Così, sotto il sole alto nel cielo – alto il bastante da essere di tutti e per tutti uguale – la sua intelligenza si era fatta porosa alla polvere e la sua anima alle contrarietà. Gliene si erano presentate tante nel corso della sua vita. La malattia e la morte della moglie, il figlio da crescere da solo... ma lui le aveva assorbite tutte. Nessuno lo aveva mai visto versare una lacrima o esprimere il minimo disappunto. Solo lui sapeva quanto a fondo lo avessero irrimediabilmente devastato.
La sua natura ombrosa e la fama d'incallito comunista gli avevano procurato la reputazione di pericoloso antisociale. Il giudizio negativo che pesava su di lui era ormai diffuso e si esprimeva in storie inverosimili che parevano costruite ad arte per supportarlo: si diceva che avesse fatto morire di stenti la moglie e che ammazzasse di lavoro il figlio. A chi avrebbe potuto raccontare dell'amore per la donna con cui aveva vissuto i pochi anni felici della sua vita? La prendeva in braccio, lei ormai fragile come un capretto, per accompagnarla ogni sera a guardare il panorama dalla Scala... A chi raccontare la vera origine del nomignolo del figlio, Marcumè, «Marco mio», che tutti intendevano come una professione morbosa di possesso paterno? Era stata sua moglie a chiamarlo così quando sentiva che Dio non le avrebbe mandato che pochi altri giorni su questa terra... lui se l'era preso in carico per continuare a farla vivere in quelle tre sillabe, dopo che la sua voce s'era spenta. Così andava rimuginando Calogero Centofanti quella domenica mattina quando alzando lo sguardo scorse una processione di persone che si affollavano ai bordi della sua proprietà. Guardò meglio e vide che la processione era guidata dai parroci della cattedrale, che avanzavano a passi cauti come neri cani da caccia richiamati da una preda che doveva essersi nascosta lì, da qualche parte. E poi vide, davanti a tutti, il grosso furetto che guidava i cani nel verdeggiante intrico dello Iardinè: suo cognato Gregorio. Verso dove? Lo prese la curiosità. Senza dare nell'occhio, si avvicinò al confine della sua proprietà e scorse la folla, grande e silenziosa, raccolta intorno a un alberello di azzeruolo.
Il parroco anziano, che i parroci più giovani avevano addobbato con tunica e turibolo, aveva preso a girare intorno all'albero spingendogli contro boffate d'incenso:...




