Larsson | I poeti morti non scrivono gialli | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 11, 401 Seiten

Reihe: Ombre

Larsson I poeti morti non scrivono gialli


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7091-320-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 11, 401 Seiten

Reihe: Ombre

ISBN: 978-88-7091-320-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Un'opaca sera di febbraio, l'editore Karl Petersén raggiunge impaziente il porto di Helsingborg. Nella ventiquattrore una bottiglia di champagne e un contratto per il poeta Jan Y. Nilsson, a cui ha chiesto di scrivere un giallo, sicuro bestseller già venduto ai più prestigiosi editori d'Europa. Ma il poeta accetterà di firmare? Si piegherà alle basse leggi di quel mercato che, con la sua ricerca di una poesia alta ed essenziale, ha sempre snobbato? La risposta è definitiva: Petersén trova Jan Y. impiccato a bordo del peschereccio in cui viveva. Si è suicidato? Il commissario Barck non ha dubbi: i poeti si uccidono, non vengono uccisi. Eppure i motivi per farlo fuori non mancano, a cominciare dal lauto compenso che Jan Y. avrebbe presto incassato e dal materiale scottante sugli squali della finanza che il suo romanzo era pronto a denunciare... Nell'età dell'oro dei thriller, Björn Larsson scrive 'una specie di giallo' che è un gioco letterario di raffinata ironia e autoironia, per indagare l'essenza stessa della scrittura e della vocazione artistica. In una sferzante satira di un mondo editoriale all'isterica ricerca del prossimo successo, solo un 'poliziotto-poeta' è in grado di scoprire le associazioni nascoste, di rivelare l'inatteso, di afferrare le verità che si celano dietro le apparenze.

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1

Karl Petersén, direttore editoriale e responsabile del settore narrativa della prestigiosa casa editrice Arnefors & Söner, guardò i suoi due collaboratori più fidati, gli editor Sund e Berg. Sapeva che erano sulle spine e si stavano domandando perché li avesse convocati per una riunione straordinaria dopo l’orario d’ufficio, con l’espresso divieto di farne parola a chiunque altro, per quanto fidato. Petersén si divertiva un mondo a vedere le loro facce perplesse e li avrebbe tenuti volentieri sulla corda ancora un po’, se non avesse fatto tanta fatica a mantenere la maschera.

“Vi state certo chiedendo perché vi ho convocati in questo modo così poco convenzionale.”

Era più un’affermazione che una domanda, ma i due annuirono.

“Ovviamente conoscete entrambi Jan Y. Nilsson.”

Berg allargò le braccia.

“Uno dei migliori poeti del paese”, disse.

“Ma probabilmente anche uno degli autori meno venduti in assoluto”, aggiunse Sund. “Detto tra noi, potremmo definirlo uno che scrive buoni libri che nessuno vuole leggere, a parte qualche decina di intenditori.”

“E che quasi nessuno vuole pubblicare”, proseguì Berg. “Tranne un certo Karl Petersén, apparentemente sordo alle sirene della venalità della nostra epoca.”

L’ultima affermazione era stata pronunciata in un tono che assomigliava molto all’ammirazione.

“Più che essere sordo, faccio finta di non sentire”, precisò Petersén.

Sapeva bene che i due collaboratori lo stimavano per l’ostinato rifiuto di scendere a compromessi sulla qualità delle sue pubblicazioni, benché nessuno dei due possedesse il suo fiuto per opere che venivano immediatamente riconosciute, e spesso a ragione, come dei classici contemporanei, contribuendo così alla reputazione della casa editrice, se non alle sue casse. Perciò entrambi ogni tanto erano costretti a pubblicare libri di qualità inferiore ma con buone prospettive di vendita, in modo da conquistarsi la possibilità di stampare testi davvero validi, di quelli che si lasciano leggere e rileggere più volte, o che addirittura rischiano di cambiare la vita del lettore, nel migliore dei casi.

“Stavamo parlando di Jan Y. Nilsson”, ripeté Petersén. “Ma lasciatemi cominciare da un’altra parte, cioè dall’incredibile successo di Conto alla rovescia del nostro Sven Marklind: milioni di copie vendute in tutto il mondo, con enormi guadagni per la casa editrice e i titolari dei diritti. Era prevedibile che un trionfo del genere sarebbe stato come fumo negli occhi per i nostri principali concorrenti. Non conosco tutti i dettagli, ma a quanto pare gli è capitato tra le mani il manoscritto di un thriller ben congegnato e hanno subito intravisto la possibilità di recuperare il terreno perduto. Hanno lanciato un’imponente campagna pubblicitaria e stuzzicato la curiosità generale dando importanza al fatto che l’autore ha scelto di scrivere sotto pseudonimo. Alla Fiera di Francoforte hanno spudoratamente fatto correre la voce di avere in mano una nuova serie di gialli in grado di eguagliare il successo di Marklind. Si è andati all’asta e sono riusciti a portare un paio di grandi editori europei a fare offerte dell’ordine del mezzo milione di corone. Ma il libro li valeva davvero? Non dico in termini commerciali. Se una casa editrice paga un anticipo di mezzo milione di corone per un libro, è ovvio che poi è costretta a dar fiato alle trombe del marketing. Qualsiasi critico che ne parli bene viene citato come arbitro del gusto, di lunga e consolidata esperienza. In certi paesi si arriva perfino a pagare le librerie perché espongano il volume in vetrina: tutto per recuperare le spese sostenute. Ma non è quello il vero pericolo: è se mai il rischio di deludere i lettori. Pubblicare in pompa magna libri che poi non mantengono le promesse è come minare la fiducia nella letteratura. E alla lunga equivale a scavarsi la fossa con le proprie mani.

“Forse penserete che per me sia facile parlare così, visto che me la cavo pubblicando in generale solo letteratura di qualità. Ma ricordate che non ho nessun tipo di snobismo sui generi: ritengo il giallo o il fantasy rispettabili quanto la poesia o il romanzo. Marklind era un totale sconosciuto quando si è ritrovato esposto in tutte le librerie, ottenendo un meritato successo con le sue sole forze, come la Rowling con Harry Potter o Eco con Il nome della rosa. Dico solo che dobbiamo fare il possibile per pubblicare il meglio di ogni genere. Dobbiamo imitare i produttori di vini e investire sulla qualità, perché è una scelta che paga. Chi produce più ormai quei vinacci acidi in bottiglioni con il tappo a vite? Nessuno. Perfino i vini bag-in-box sono migliori della feccia a buon mercato di una volta. E perché? Perché i consumatori hanno imparato che ci guadagnano di più a bere vini buoni che cattivi, indipendentemente che si tratti di rossi o bianchi, di Bordeaux o vini del Rodano, di vini tedeschi o bulgari. Perché il mercato editoriale dovrebbe essere diverso?”

Petersén non si aspettava una risposta, senza contare che si era scaldato inutilmente perché i due editor erano già dalla sua parte.

“Sai bene che l’ostacolo principale è la proprietà”, disse Berg in tono affabile. “Se avessimo potuto tenerci tutti i milioni guadagnati con Larsson, Tolkien o Dan Brown, avremmo potuto scommettere di più sul lungo termine, prendere qualche rischio, far crescere gli autori e magari elargire anche qualche piccolo bonus per le loro fatiche. Ora come ora, invece, i guadagni spariscono nelle casse centrali del gruppo per coprire le perdite di altre attività, tipo la catena di librerie o i negozi alimentari in perenne difficoltà, tanto per fare un esempio.”

“Lo so benissimo, ma ciò non toglie che dobbiamo comunque fare del nostro meglio. Giusto per potersi guardare allo specchio quando ci si alza al mattino.”

“Scusa se ti interrompo”, intervenne Sund, “ma non capisco cosa c’entri Jan Y. in tutto questo.”

“Jan Y. sa scrivere”, rispose Petersén con una certa enfasi.

“Ma è in grado di scrivere qualcosa che abbia una trama?”

“Senti: sono anni che seguo Jan Y. da vicino, sia in presentazioni e reading che a tu per tu, davanti a un bicchiere di vino in qualche squallido bar d’albergo dopo un incontro in biblioteca in angoli sperduti tipo Kiruna o Vetlanda. E ti assicuro che ho constatato con le mie proprie orecchie che ha anche uno spiccato talento narrativo. Nessuno sa raccontare meglio di lui episodi di vita vissuta, riuscendo insieme a commuovere e a divertire, ma finora si era sempre fermato agli aneddoti, come se gli mancasse il coraggio di lasciar intervenire l’immaginazione quando la realtà scade nella monotonia quotidiana. Jan Y. si attiene sempre meticolosamente a quello che sa, a quello che ha visto o sentito. La poesia dev’essere verità, dice sempre.”

“Ma…”

Era stato Sund a intervenire, mostrando i primi segni di impazienza.

“Per farla breve”, concluse Petersén con un sorriso malizioso, “ho convinto Jan Y. a scrivere un giallo.”

“Questa poi!” esclamò Berg.

“Non l’avrei mai detto”, commentò Sund.

“Nemmeno io”, ammise Petersén. “Ma gli ho promesso l’aiuto di uno dei nostri più abili scrittori di genere, Anders Bergsten, che è anche un suo caro amico, e gli ho concesso di non firmare il contratto fino a quando non si fosse sentito sicuro – e io con lui – di poter riuscire nell’impresa, ovvero di scrivere un giallo che si distinguesse dalla massa per qualità letteraria. E ci è riuscito, ve lo posso garantire.”

Petersén si chinò a prendere la ventiquattrore e ne estrasse uno spesso dattiloscritto che depositò rumorosamente sul tavolo.

“Ecco qui il giallo capolavoro di Jan Y. Manca solo il finale, non più di una cinquantina di pagine. Ma so che ce l’ha già chiaro in testa, e domani mattina quando andrò a trovarlo sul suo peschereccio a Helsingborg, potremo finalmente firmare il contratto.”

“Posso chiederti di cosa parla?” si informò Berg.

“Certo che puoi, ...



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