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E-Book

E-Book, Italienisch, Band 132, 336 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Larsson Il segreto di Inga


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7091-329-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 132, 336 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-329-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Thriller tra mare e terra, 'Il segreto di inga' ha il tipico avvio da romanzo d'avventura: in una notte tempestosa, una donna, aggrappata alla base di un faro per non essere travolta dalle onde che sferzano il molo, lancia per tre volte un grido nelle tenebre. La donna è Inga Andersson, ricercatrice di criminologia la cui esistenza solitaria nasconde un segreto. Ed è questo segreto che la porterà, un po' per caso e un po' per necessità, a restare impigliata nella macchina inesorabile della più potente agenzia di spionaggio del mondo, la NSA, e di Echelon, il temutissimo 'orecchio' per l'ascolto globale.

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2

Sulla via del ritorno Inga si fermò parecchie volte, accovacciandosi dietro al riparo di legno ad ascoltare. Ma il silenzio dentro di lei non era meno assordante del frastuono che aveva attorno. Arrivata sotto la tettoia, controllò di aver preso i suoi quaderni di appunti. Erano come al solito nella tasca interna della cerata, ben avvolti in un sacchetto di plastica. Aveva gridato. Nessuno aveva risposto. Henning e Morten dovevano essere al Kanalkroen ad aspettarla, ciascuno davanti alla sua birra. Esattamente come al solito.

Percorse lentamente la banchina con lo sguardo fisso sull’acqua nera. Di tanto in tanto una raffica più violenta riusciva a penetrare all’interno del porto. Subito una profonda increspatura partiva in direzione opposta, fino a scontrarsi con l’onda lunga che si riversava dal bacino esterno.

Alla pescheria di Adamson svoltò a destra. Sull’altra sponda del fiume i teloni che coprivano le barche in secca per l’inverno sbattevano rumorosamente. Lì il vento non trovava più ostacoli e Inga fu costretta a proseguire china in avanti. Arrivata al Kanalkroen si fermò. Dalla finestra notò che non c’erano molti clienti, vista la serata. Ma Henning e Morten erano al loro posto. La stavano aspettando per tenerle compagnia per qualche ora. Esattamente come al solito. Eppure c’era qualcosa che non andava.

Si sedette sul parapetto con le spalle al Kanalkroen e il viso verso il fiume. Notò che c’era alta marea. Secondo gli ultimi calcoli, nel giro di un secolo il livello del mare si sarebbe alzato di due metri a causa del riscaldamento globale. Le vecchie case di Gilleleje si sarebbero allagate a ogni burrasca. Anche la sua, che pure era in piedi dalla metà del Settecento, si sarebbe ritrovata con le fondamenta fradicie e avrebbe finito per crollare. A volte aveva pensato di venderla e di comprarne un’altra più in alto. Ma aveva già trentasette anni. La casa avrebbe senz’altro retto qualche altro decennio, e dopo di lei il diluvio! Non aveva nessuno a cui lasciarla in eredità. Era sola.

Sola! Certo che era sola. Non era una novità. Non passava quasi giorno senza pensare a quanto era sola. Ma per la prima volta in più di dieci anni aveva pensato a una solitudine che era anche una forma di libertà, o almeno di liberazione. Per la prima volta si era detta che forse non avrebbe mai avuto una risposta, per quanto potesse gridare.

Fu costretta ad aggrapparsi al parapetto con entrambe le mani. Non poteva essere vero. Come ricercatrice avrebbe dovuto sapere che non ci si può fidare delle proprie sensazioni come fonte di informazione. La sensazione più intensa può tranquillamente essere dovuta all’immaginazione invece che alla realtà. Le sensazioni non dimostrano niente, tranne il fatto che le si provano.

Si alzò. Se non si sbrigava, Henning e Morten avrebbero iniziato a chiedersi che fine avesse fatto. Si preoccupavano già fin troppo per lei. Attraversò la strada ed entrò al Kanalkroen. Henning e Morten alzarono la testa sentendo la porta che si apriva. A Inga sembrò di intuire un certo sollievo nei loro sguardi, ma non era facile capire cosa passava loro per la testa.

Li salutò con un cenno del capo e ne ricevette uno in risposta, esattamente come al solito. Andò al bancone e ordinò un bicchiere di rosso, quello che Morten chiamava regolarmente “roba da signorine”. Portò il vino al solito tavolo, all’altra estremità della sala, il più lontano possibile dal biliardo e dal bancone. Tirò fuori il sacchetto di plastica con i suoi quaderni e li posò sul tavolo nello stesso ordine di sempre: quelli delle serie da uno a tre uno sopra l’altro e il manoscritto a fianco.

Prima di iniziare guardò fuori dalla finestra e vide la sua immagine riflessa, un volto tra milioni di altri volti che popolavano la terra senza che nessuno neanche li notasse, senza che facesse alcuna differenza, senza sapere con certezza se c’era bisogno che esistessero. Questo almeno non era diverso dal solito. Era sempre una di quelli che hanno bisogno di un Dio per mettersi in testa che non vivono invano. Anche se non credeva in Dio.

Quando aprì il quaderno in cima alla pila, il numero diciassette della prima serie, era riuscita a convincersi che non era cambiato niente. Iniziò a leggere gli appunti che aveva preso dall’ultima volta che era stata sul molo. Si soffermò a riflettere su alcune idee che aveva trascritto da un libro sull’origine dell’uomo. Secondo l’autore, nell’uomo la capacità di ingannare i suoi simili era più sviluppata che negli animali. L’inganno, la menzogna, l’imbroglio – e quindi i segreti – erano condizioni necessarie perché gli uomini potessero interpretare le reciproche intenzioni. Inga sapeva di dover stare attenta a non interpretare tutto in termini di dissimulazione. Eppure… trascrisse sul manoscritto l’appunto sull’essere umano come animale della menzogna e dell’inganno.

Quando ebbe finito alzò gli occhi e incrociò gli sguardi di Henning e Morten. Chissà cosa pensavano quando la vedevano alle prese con i suoi quaderni. Probabilmente che doveva avere qualche rotella fuori posto. Oppure non pensavano un bel niente e si limitavano ad aspettare che finisse per offrirle un bicchiere, tirare fuori i dadi e fare una partita a snyd2. Esattamente come al solito. All’improvviso ebbe una fulminazione. Perché non ci aveva pensato prima! A snyd si aveva un unico scopo: imbrogliare l’avversario. Vinceva chi era più bravo a nascondere le proprie carte. Portando alle estreme conseguenze la teoria che l’essere umano fosse l’animale della menzogna e dell’inganno, si doveva concludere che i danesi, che avevano eletto lo snyd a gioco nazionale, fossero un po’ più umani degli altri. Naturalmente non era così. Invece quella teoria si applicava perfettamente ai suoi rapporti con Henning e Morten. Era quasi sempre lei che perdeva, e quei due erano senza dubbio più umani di lei. Ma quella sera si sarebbe presa la rivincita!

Si affrettò ad aprire il quaderno successivo, il numero ventitré della seconda serie. Si accorse subito che c’era qualcosa che non andava. Il primo appunto parlava di un campione svedese recentemente squalificato per doping. Solo che lo sportivo in questione era un piccione viaggiatore. Il proprietario gli aveva praticato un’iniezione di cortisone perché si lasciasse indietro gli avversari. Annotazione successiva: una troupe televisiva aveva ripreso per caso un uomo che si suicidava in pubblico. Il filmato era stato trasmesso in diretta e il centralino dell’emittente era stato tempestato di telefonate di spettatori che chiedevano una replica!

Inga richiuse il quaderno, nonostante le restassero ancora parecchie annotazioni da leggere. Prese invece l’ultimo della terza serie e lesse il primo appunto, che raccontava di bambini del Bangladesh tra i quattro e i dieci anni che venivano venduti negli stati del Golfo come fantini per le corse di cammelli. Venivano tenuti in stato di malnutrizione perché pesassero il meno possibile e durante le gare venivano legati ai cammelli per le mani e per i piedi. Quando gli animali partivano al galoppo i bambini si mettevano a strillare, che era lo scopo preciso, perché le loro grida li facevano correre ancora più veloci. Non era raro che i fantini cadessero, venissero calpestati e subissero gravi traumi cranici o morissero…

Inga si voltò verso la finestra in modo che Henning e Morten non potessero vederla in viso. Così non andava. Avrebbe dovuto tornare dal molo calma e sollevata. Avrebbe dovuto leggere gli appunti che aveva preso dall’ultima volta con la solita freddezza e distacco scientifico.

Andò in bagno e si sciacquò il viso con l’acqua gelida. Quando tornò, ritirò i quaderni e si diresse verso Henning e Morten.

“Era ora!” esclamò quest’ultimo quando si fu seduta. “Non può farti bene usare così tanto la testa. Guarda me! E me la cavo benissimo lo stesso!”

“Ma tu hai Henning”, osservò Inga.

“Meno male! Sapessi che vuoto c’è quassù in generale!” rispose Morten indicandosi la testa.

“A voler fare un paragone, se il mio cervello è un vecchio motore a testa calda, quello di Henning è un turbodiesel a iniezione diretta. Il tuo non oso nemmeno pensarci. Sicuramente qualche aggeggio a gettopropulsione, come i nuovi aliscafi che filano a quaranta nodi. Non sono mica barche, sono aerei.”

...



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