E-Book, Italienisch, 176 Seiten
Reihe: Amazzoni
Lauenstein di notte
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-6243-331-0
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 176 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-331-0
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Una ragazza senza nome, in una Monaco notturna e silenziosa, conta le finestre rimaste illuminate, perché chi è immerso nel sonno le fa paura. Suona ai campanelli, bussa alle porte, entra nelle vite di chi non può o non vuole dormire. Raccoglie confessioni che alla luce del sole non sarebbero possibili. Alcuni tengono gli occhi aperti perché sono certi che se li chiudessero morirebbero, altri sentono la mancanza di una persona cara e temono che addormentandosi la perderebbero definitivamente. Venticinque brevi dialoghi sull'irrequietezza.
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ALBERT
Un sabato, alle 3 e 28
Una via corta con alcune case strette, nessuna con più di tre piani, coperte dai soliti vecchi tetti spioventi. Le finestre, incorniciate di legno bianco, al pianoterra sono basse, quasi all’altezza delle anche. Non passano macchine né anima viva, e se non sapessi con certezza di trovarmi ancora in città sarei convinta di essere in campagna.
Nella casa più piccola di tutte, una finestra illuminata al primo piano. Non ci sono tende. Travi marroni al soffitto e un unico, lungo scaffale scuro sul quale si trovano pile di libri, statuette di legno, scatole e barattoli. Al di sopra sono appesi tre quadri dipinti a olio.
Pigio un bottone color rame incassato direttamente nella parete senza alcuna cornice. Il campanello ha un suono basso e sommesso, come il tocco su uno xilofono di legno.
Dopo qualche minuto dietro alla porta si sente uno scricchiolio e un vecchio signore viene ad apririmi. Capelli grigi, ondulati a destra e sinistra, nel mezzo una pelata. Occhi rotondi che pendono a goccia e si intonano alle grandi orecchie da vecchio. Niente barba. Il suo pullover rosso scuro ha lo scollo a v, sotto si intravede una t-shirt a strisce bianche e blu. Sta in piedi su un multicolore tappeto di stoffa intrecciata. Dall’appartamento arriva un odore di lievito di birra e candele accese.
Neanche mezzo metro dietro di lui, una scala di legno porta al piano superiore; brilla come miele sotto la luce calda proveniente dalla stanza di sopra.
“Mmh...” dice lui interessato quando gli racconto quello che faccio, pronunciando la m con un tono di voce più alto “...mi piace, devo dire! Quanto tempo ti serve?”
Quanto vuole lui, dico, e già annuisce in segno di approvazione, e con un cenno energico mi invita a entrare passandogli accanto, in un corridoio stretto che si apre a destra in due camere buie con la porta accostata.
“Mi chiamo Albert” dice chiudendo la porta d’ingresso. Poi saliamo la scala di legno scricchiolante. Arrivati di sopra ci troviamo direttamente nella stanza che avevo visto dalla strada: un ampio soggiorno con due finestre. Di fronte, sulla parete destra, un comò bianco piuttosto lungo con sopra alcuni vasi da fiori vuoti e un mucchio di articoli di giornale ritagliati. Davanti, un tavolo sempre bianco circondato da quattro sedie di colori diversi. Una seconda porta dà sul retro.
“Che c’è là dietro?” chiedo.
“Un balcone” dice Albert.
“Strana porta per un balcone” dico. “Normalmente hanno una parte in vetro.”
“Sei falegname, di mestiere?” chiede.
“Non sarebbe male” rispondo.
Lui si dirige a passi decisi verso la porta e la apre.
“Prego” dice.
L’aria umida e fredda della notte ci investe.
“Se non sei troppo freddolosa, possiamo metterci qua fuori” propone. Sul balcone ci sono tre sedie di legno con lo schienale reclinabile, una è tutta abbassata e ha davanti uno sgabello per i piedi. In tre vasi per terra crescono tenere piantine verdi.
“Che piantine sono?” chiedo.
“Ah!” esclama Albert trionfante. “Belle, eh? Trovo anch’io. Dopo puoi dirlo anche a mia moglie, appena si sveglia! Sì, se ti trattieni abbastanza a lungo.”
“Perché?” chiedo.
“Perché sono davvero delle belle piantine. Di solito vengono definite ‘erbaccia’. Ma secondo me a torto, ah ah. Si possono perfino mangiare. Del resto, si può mangiare molto di più di quello che si crede.”
Affonda una delle sue manone nel vaso dove le erbacce crescono più fitte e strappa alcuni gambi. Una metà la dà a me, l’altra se la porta alla bocca.
“Mangia! Io lo faccio sempre, non succede niente.”
Esito. Albert mastica con un ghigno sulle labbra. Poi mi metto le foglie in bocca. Sanno di noci, hanno un gusto acidulo, di prato. Mi viene in mente che da bambina ho mangiato spesso l’erba. E l’acetosella. Fosse stato per me avrei mangiato tutto quello che cresce là fuori. Una volta ho mangiato i fiori gialli delle forsizie, ma mi hanno fatto venire sete e mal di pancia, e allora sono corsa a casa e ho bevuto dal tubo di gomma in giardino finché il mal di pancia non è passato.
“Allora, ascolta: lì c’è il centocchio, la portulaca e l’erba impaziente. Per il resto devo controllare.”
Il cielo è molto più chiaro del solito, anche se non c’è la luna. Attraverso il parapetto di legno si può guardare in giardino. È minuscolo e confina, senza alcun recinto, con i giardini, pure minuscoli, delle case vicine. Pare che quasi tutti gli inquilini lascino crescere l’erba, sterpaglia e piante selvatiche si alternano ad alberi nodosi, piccoli spiazzi intermedi sono stati tosati per fare posto a sedie e tavoli, una sabbiera o una piscinetta.
Chiedo ad Albert del suo lavoro.
È, o meglio era, un panettiere. Aveva un negozio insieme alla moglie, una bottega “con di tutto un po’” e anche con un piccolo forno. Ha fatto il fornaio fino a cinquantacinque anni, poi ha detto basta. Voleva avere più tempo per sé, voleva fare finalmente il pensionato e occuparsi del nipotino appena nato. Infatti la figlia più giovane di Albert e suo marito vivono qui di fronte.
La moglie di Albert, Maria, è rimasta in negozio. Non aveva ancora voglia di smettere. Ha assunto un giovane aiutante e ha sostituito così suo marito.
“Continuerà a lavorare finché un giorno cadrà morta” dice Albert. “Lei ama il negozio.”
Dopo un anno, però, la vita da pensionato ha cominciato ad annoiarlo.
“Non sono riuscito a disabituare l’organismo ad alzarsi presto. E poi volevo guadagnare di nuovo un po’ di soldi miei. Così ho accettato un lavoro di consegna-giornali.” L’ha fatto per tre anni. “Ma sempre solo da aprile ad agosto,” dice “i mesi d’inverno no, lo devono fare i giovani e non un vecchio come me, ho detto loro.” Annuisce, contento di sé.
“Era fantastico, una sveglia mattutina di tutt’altra qualità rispetto a quando ero panettiere. Una calma meravigliosa, nessuno scocciatore. Niente rumori, niente luci forti, niente esseri umani. Albe spettacolari ogni mattina, selvagge combinazioni di nubi rosse, oro, lilla. Si può uscire di casa in bicicletta, attraversare la notte estiva, mentre dalla sacca della bici sale un odore di inchiostro da stampa umido, e le notizie del giorno stanno ancora tutte nel portapacchi. Mi sono sentito di nuovo giovane. Pedalare all’alba per le strade, credo, è libertà pura.”
Sospira. E affonda di nuovo la mano nelle erbe. Me ne porge una manciata, e un’altra se la mette in bocca.
“Ma adesso va bene. Basta. Adesso non lavoro più” dice.
Albert va a letto ogni sera verso le sei, sei e mezza. E il mattino si alza alle due, due e mezza, talvolta alle tre, e quando è proprio pigro alle tre e mezza. Sua moglie dorme ancora, dormono insieme in un letto dabbasso, accanto alla cucina. Le sue levate ormai non la svegliano più.
Un fatto curioso, penso io: il tempo che per me è “la notte” per Albert è sempre “il mattino”. A dire il vero è un po’ come se per lui la notte non ci fosse proprio. C’è “la sera”, che è quando va a letto, vale a dire tra le sei e le nove, e c’è quello che viene dopo, a partire dalle due. Il momento di alzarsi. Il mattino. Per un attimo, la mia concezione della notte si ribalta. La notte all’improvviso non è più la fine, un punto morto, bensì qualcosa di nuovo. Qualcosa di chiaro, non di scuro.
“E adesso come passi il tempo?” chiedo.
“Leggo, vado a spasso. Mi occupo dei nipoti. Insomma, faccio quello che prima facevo nel tempo libero. L’unica cosa che ho smesso di fare è il pane al forno. Quando si decide di staccarsi da qualcosa, bisogna essere radicali!”
Albert è del parere che la sua vita adesso sia nella fase più piacevole. “Invecchiare chiaramente non è questo granché, perché le ossa diventano fragili e la fine si avvicina,” dice “ma per quanto riguarda la percezione del quotidiano è l’età migliore. Il mio nipote più grande adesso ha ventitré anni e mi dice: ‘Nonno, sei una roccia, la calma in persona!’ E mi fa piacere. Nella mia vita non ho mai avuto uno scopo preciso, ma adesso a posteriori penso: si può farlo passare per lo scopo della mia vita. Essere una roccia, la calma in persona.”
Poi alle nostre spalle si sente uno scricchiolio e la porta del balcone si apre. Una signora anziana in accappatoio blu ci guarda assonnata:
“Aha, abbiamo visite?”
“Una ricercatrice è venuta a trovarci!” dice Albert.
“A dire il vero non sono una ricercatrice” preciso io. “Sono soltanto curiosa.”
La signora anziana guarda sospettosa Albert.
Albert guarda me. “Non sta bene raccontare bugie” dice, e gira pensoso la testa in direzione del giardino.
“Si può sapere cosa vuole lei qui?” mi dice la donna a voce più alta, e io mi spavento un po’. Mi vergogno e non so che rispondere. Poi dico qualcosa di molto stupido, ma è l’unica cosa che mi viene in mente.
“Abbiamo mangiato erbacce insieme.”
“È meglio se ti accompagno fuori” dice Albert. Ci alziamo e rifacciamo la strada per la quale siamo saliti.
Sulla scala color miele divento triste, mentre i miei piedi diventano sempre più veloci e dabbasso spalanco la porta, la sbatto con forza dietro di me e corro, corro, corro fino a svoltare l’angolo tre volte. Mi fermo davanti al muro di cinta di un parco. Mi ci arrampico sopra. E rimango seduta là...




