E-Book, Italienisch, 144 Seiten
Lethem Crazy Friend. Io e Philip K. Dick
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7521-334-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 144 Seiten
ISBN: 978-88-7521-334-3
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In questa raccolta di racconti e saggi, Lethem rende omaggio a uno dei suoi ispiratori letterari, Philip K. Dick, il tormentato e geniale padre della fantascienza postmoderna. Tra gustosi racconti giovanili, curiosissimi ricordi personali, spunti critici seri e profondi, questo libro è un viaggio all'interno dell'ossessione letteraria di un grande scrittore nei confronti di un maestro. Testimonianza brillante del talento di Lethem come narratore e come critico, Crazy Friend è anche un ritratto penetrante e appassionato di Dick e della sua opera (da Ubik a Cronache del dopobomba, da Blade Runner alle decine di racconti): una delizia per i suoi numerosi estimatori e una perfetta introduzione per i lettori che devono ancora scoprirlo.
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Voi non conoscete Dick
(2002)2
1. Non quanto lo conosco io, quantomeno. Philip K. Dick (1928-1982) è l’unico scrittore prolifico di cui posso onestamente vantarmi di aver letto l’opera omnia da cima a fondo , malgrado qualche insignificante eccezione: il fatto che al momento della seconda lettura i miei occhi possano essere passati sopra un po’ distrattamente a certi romanzi postumi minori, o al corposo volume di lettere, è senza dubbio compensato dal fatto che ho riletto , , , e un altro paio di miei preferiti tre, quattro, perfino cinque volte da quando ho scoperto Dick, tanto tempo fa, alla tenera età di quindici anni. Era il mio «scrittore preferito» già dieci anni prima dell’inizio del suo boom editoriale (al momento in cui scrivo la Vintage Books ha in programma di riportare in libreria trentasei suoi titoli, fra quelli belli, brutti e pessimi), e ha avuto su di me un’influenza formativa pari a quella della marijuana e del punk: è stato altrettanto responsabile di avermi meravigliosamente incasinato la vita, di averne piegato il corso in maniera irreversibile su una direzione che seguo tuttora. Mi rendo conto che ho bisogno di confessare tutto questo adesso non soltanto (spero) per dichiarare esplicitamente una mia fonte di ispirazione, ma per mettere nero su bianco, prima che sia troppo tardi per ricordarmene, qualche accenno a ciò in cui consisteva il particolare fenomeno chiamato «Dickoglionimento» negli anni subito successivi alla sua morte e precedenti all’attuale e perdurante canonizzazione. Devo inoltre avvertirvi: l’assortimento di titoli di Philip K. Dick disponibili in libreria sta diventando sempre più strano e fuorviante a mano a mano che va a toccare la periferia più estrema del suo vasto e fumoso corpus di opere. Quindi voglio offrirmi di farvi da guida indigena.
2. Il mondo non ha nessun bisogno dell’ennesima presentazione o difesa di Philip K. Dick. Ve ne sono state in abbondanza. Io stesso ne ho già prodotta qualcuna. Fra la sua assunzione nel canone della cultura alternativa, la frequenza con cui viene citato dagli eruditi dell’accademia e del giornalismo e la serie infinita di adattamenti hollywoodiani dei suoi romanzi e racconti, non è più necessario convincere nessuno che Dick sia una figura di rilievo. Chiunque abbia capito l’antifona e abbia aperto uno dei suoi libri, però, si è anche reso conto che è uno scrittore problematico sotto diversi aspetti: in primo luogo per la qualità disastrosamente discontinua della sua prosa, anche nello spazio di una singola pagina. Ecco, Dick appartiene proprio a una specifica categoria di grandi scrittori, quelli dalla prosa discontinua: altri esempi possono essere Dickens, Dreiser e la Highsmith. E i russi vi diranno che ci rientra anche Dostoevskij, e che noi non lo sappiamo perché da sempre i traduttori gli parano il culo. A Dick, tuttavia, è impossibile parargli il culo. Le sue frasi inciampano e cadono regolarmente, e gridano «ahia». Per dirla con Bob Dylan, un altro artista prolifico e incostante il cui corpus di opere riserva numerose insidie ai novellini, «»: sono innamorato della ragazza più brutta del mondo!
3. Avevo letto qualcosa come una decina di romanzi di Dick quando ho incontrato per la prima volta il termine – e forse una quarantina quando ho trovato il coraggio di usarlo in una frase. Dick visitò la Francia («Feci l’interessante esperienza di essere famoso») nel 1974 e può darsi che lì abbia sentito qualche critico forbito applicarlo al suo lavoro. A quell’epoca ormai la sua caustica e generosa ironia aveva quasi del tutto mitigato la dolorosa sensazione di essere rifiutato dall’establishment letterario («L’unico scrittore non di fantascienza che mi abbia mai trattato con cortesia è stato Herbert Gold, quando l’ho incontrato alla festa di un editore a San Francisco»), e può darsi che l’uso di quella parola gli sia piaciuto, ma probabilmente non ci si sarà identificato granché. Io vorrei proporre un vocabolo alternativo: invece del «corpo» della sua opera potremmo parlare del «parco» della sua opera. Ecco, sì: parleremo del suo parco.
4. Senza conoscere bene il valore di ciò che ha fra le mani, la Vintage ha scelto di pubblicare i libri di Dick a gruppetti. Per esempio nel maggio 2002 sono usciti , , e : un’infornata niente male, in fondo. In particolare, è uno fra i più umani e compassionevoli libri di Dick dei primi anni Sessanta (insieme a e ), nonché uno di quelli scritti con più maestria (o forse dovrei dire in maniera meno maldestra). è uno dei miei preferiti fra i meno noti: ambientato in un sobborgo anni Cinquanta alla Cheever, trasporta il sapore dei romanzi realistici di Dick (rimasti inediti durante la sua vita) in un contesto che sta a metà fra la patafisica e , ed è rovinato soltanto da un pessimo finale. è una crudele e grottesca farsa a sfondo psichiatrico, scritta come se fosse stata scopiazzata dal ; un confuso e sovraffollato affresco sociale alla Balzac. e sono libri fondamentali, e , pur non essendo punti di accesso ideali al parco di Dick, ne danno comunque un’immagine dignitosa.
5. Di sicuro nessun componente del quartetto rischia di disgustare i lettori curiosi, come fanno invece titoli precedentemente ripubblicati come , e l’orrendo . Fra quelli così brutti che gridano vendetta una menzione speciale la merita . Quando Dick si metteva a scrivere roba commerciale in genere i risultati erano particolarmente originali, ma non nel caso di . Se buttate in un frullatore quindici romanzi di fantascienza del 1954 scelti a caso, forse otterrete , probabilmente qualcosa di meglio.
6. Fra i quindici e i sedici anni giravo per Brooklyn setacciando i negozi di libri usati e di roba di seconda mano in cerca dei titoli di Dick più difficili da trovare, nel tentativo di mettere insieme una collezione completa delle sue trentasette opere pubblicate o giù di lì. Sto parlando del 1979 e del 1980: prima che Dick scrivesse i suoi ultimi tre romanzi e morisse, e prima della pubblicazione postuma di una dozzina di suoi manoscritti. Entrare in possesso di fu un notevole trionfo. Mi ricorderò sempre di come lo ripescai da una cassa di tascabili mezzi ammuffiti che era stata infilata sotto uno scaffale, tolsi la polvere dalla sua magnifica, orripilante copertina (Lawrence Sutin, nella sua biografia di Dick, dice che occupava «un meritato posto in Purgatorio, in quanto riempiva metà di un tascabile double-face Ace Double del 1960») e dovetti praticamente prendermi a pizzicotti per convincermi che non stavo sognando: Vulcano 3 L’avevo trovato! Ovviamente, a quel punto dovetti prendere e leggermelo, quel benedetto libro. Per ironia della sorte, il fatto che i titoli di Dick fossero fuori catalogo mi aiutò a esplorare il parco nella maniera migliore: quelli di più facile reperibilità, e quindi i primi che mi capitò di leggere, erano perlopiù i suoi capolavori (, , , ). Il motivo è che i libri migliori erano stati ristampati relativamente spesso, mentre le porcherie erano sempre l’essenza più rara. Il problema, allo stato attuale, è che la collana della Vintage, uniformemente prestigiosa nelle sue edizioni eleganti e autorevoli, maschera del tutto queste gerarchie naturali.
7. A Dick avrebbe fatto piacere vedere recuperato e messo a sedere come un aborto in mezzo agli angeli? È impossibile saperlo. Verso la fine della propria vita Dick cominciò a trovare strane virtù anche nelle sue opere giovanili più mediocri, in parte perché tendeva a vedere tutti i suoi romanzi e racconti precedenti come barlumi premonitori dell’illuminazione religiosa che aveva avuto nel 1974: gli sembrava che ogni aspetto della sua storia prefigurasse l’esperienza della conversione. Dick era un uomo strano e difficile, anche se, a detta di tutti, estremamente affascinante di persona, e a mano a mano che nel corso degli anni Ottanta la sua carriera postuma si allungava – e la sua opera diventava una preziosa reliquia negli ambienti della cultura accademica e letteraria – era quasi impossibile non immaginare quanto avrebbe potuto rovinarla se fosse rimasto un altro po’ sulla faccia della terra.
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