E-Book, Italienisch, 268 Seiten
Lethem Memorie di un artista della delusione
1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-7521-422-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 268 Seiten
ISBN: 978-88-7521-422-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Nei brani raccolti in questo volume Lethem commenta e celebra la musica, i film, i libri che lo hanno accompagnato nella sua crescita umana e intellettuale (da Philip K. Dick ai fumetti della Marvel, da John Cassavetes a James Brown, una serie di piccole e grandi ossessioni che spesso, sfumando, lo lasciavano tanto «deluso» quanto ansioso di nuovi stimoli) e al tempo stesso racconta la sua infanzia in una famiglia bohemién, l'adolescenza nella mitica e violenta New York degli anni Settanta, la sua formazione letteraria.
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STORIE METROPOLITANE
Vi dico dove mi trovo: nella metropolitana, ma non su un vagone. Sono fermo su una banchina e guardo quella di fronte. I treni arrivano con un gemito e mi oscurano la visuale; io aspetto che ripartano. L’altra banchina, quella che sto osservando, non è illuminata. Le piastrelle lungo il muro sono macchiate – macchiate più del normale, intendo – e le scale sono chiuse da cancelli, e lucchetti, in alto e in basso. In questo posto non succede niente, ed è sempre così a tutte le ore del giorno e della notte.
Ultimamente questo posto, la fermata Hoyt-Schermerhorn, sta diventando la mia seconda casa. Ma più tempo ci passo, meno mi sembra di afferrarne l’essenza. E mi accorgo di attirare sempre più gli sguardi dei passeggeri sia qui al binario che di sopra, al mezzanino. Le stazioni della metropolitana – le banchine, le scale e le gallerie, i corridoi stessi – sono luoghi di profonda e voluta invisibilità. Anche i più incalliti fan del metrò adorano i treni, non le fermate. Standomene piazzato qui, ho fatto scattare un minuscolo allarme nella testa di chi mi sta vicino, e anche nella mia. Sono entrato a far parte della categoria dei lavativi senza un posto dove andare. La mia indagine su questo posto puzza di inutilità a un livello quasi orripilante.
I poliziotti in borghese che pattugliano la metropolitana sono addestrati a tenere d’occhio i cosiddetti «saltavagone», cioè i passeggeri che a ogni fermata si spostano da un vagone a quello subito accanto. Si dà per scontato che i «saltavagone» siano probabili borseggiatori, da guardare con sospetto. Ma ancor prima di questo, la loro colpa è quella di usare la metropolitana in maniera sbagliata. In realtà, poi, ogni passeggero è un agente in borghese al servizio del proprio commissariato mentale, sempre intento a notare e classificare i comportamenti anomali e devianti dei propri simili, pur coltivando al tempo stesso l’aria di totale indifferenza per cui vanno famosi i newyorkesi, sopra e sotto il livello stradale. E forse è solo per una questione di sicurezza che si fa finta di non notare gli altri, dato che i nostri sensi sono affinati e all’erta come quelli del più veloce pistolero. Bernhard Goetz, quello che nel 1984 sparò a quattro ragazzi su un vagone della metropolitana per difendersi da una presunta rapina, una volta si è candidato a sindaco. Sarà stato politicamente impresentabile, ma senz’altro una certa base di consenso ce l’aveva.
Si dà il caso che anche io sia un inveterato «saltavagone», anche se ultimamente lo faccio molto meno. Qualche volta mi capita ancora di cambiare vagone tra una fermata e l’altra, per posizionarmi vicino alla rampa d’uscita più comoda e scarpinare meno se sono in ritardo. E l’ho fatto spesso sulla linea 7, in direzione dello Shea Stadium, per cercare un amico che stava venendo a vedere la mia stessa partita. Soprattutto, comunque, lo facevo da ragazzino quando viaggiavo di sera ed ero una preda facile, per evitare guai. Questa tecnica la collego ad altre abitudini sotterranee che avevo preso da bambino, terrorizzato com’ero. Per esempio, un tic al momento di salire in carrozza: resto fermo in un punto della banchina finché il treno non si ferma, poi scarto improvvisamente a destra o a sinistra per entrare in un vagone diverso da quello che sembrava stessi aspettando. Per seminare potenziali inseguitori, ovviamente. Allo stesso modo, ho un trucchetto per scendere di notte alle fermate deserte: restare seduto al mio posto ancora per qualche secondo dopo che le porte si sono aperte, e poi uscire di scatto dal vagone. Con questi espedienti, da ragazzo, ho imparato ad approfittare di una piccola porzione dell’invisibilità che è non solo un presunto diritto di ogni passeggero ma anche un suo dovere nei confronti dei compagni di viaggio, il cui nervosismo e panico aumenta a ogni segno di anomalia, ricavandone in cambio una lieve probabilità di maggior sicurezza.
Secondo questa legge dell’osservazione meticolosa delle anormalità, dunque, la mia attività di spionaggio qui a Hoyt-Schermerhorn viene notata e suscita un brivido di disappunto negli altri abitanti della stazione. Forse me lo merito. Non sono qui per aspettare un treno. Il mio obiettivo non è un viaggio in metropolitana. Sto cercando di fare qualcosa che forse è impossibile: abitare e comprendere la stazione di Hoyt-Schermerhorn come luogo a sé stante. Anzi, peggio, sto cercando di ricordarla, di riportarla al posto che le spetta nel tempo. Non c’è perversione maggiore di questa, dato che una fermata di metropolitana è per sua natura un pozzo senza fondo di tempo inutile e buttato. Standomene qui a cercare di ricordare Hoyt-Schermerhorn ho solo scatenato la sua forma più accanita di resistenza: perché la sto usando nella maniera sbagliata.
Le origini della metropolitana di New York, così come quelle della città stessa, riflettono una convergenza ibrida di desideri utopici e squallide questioni pratiche: terreni usurpati, accordi sottobanco, portafogli gonfi. La prima, effimera linea di trasporto sotterraneo della città ne è un perfetto esempio: un sogno alla Jules Verne subito calpestato da quell’esemplare macchina politica che era la Tammany Hall.1 La storia ha la bellezza di un mito greco: un breve tratto di metropolitana pneumatica fu costruito nel 1869 sotto Broadway, in segreto, da un ingegnere gentiluomo deciso ad alleviare il soffocante incubo diurno del traffico di New York – pedoni, maiali, cavalli, carrozze e tram – contro le smanie conservatrici di Tweed, il boss della Tammany, che estorceva soldi a palate alle compagnie di tram e omnibus. Il costruttore del metrò, Alfred Ely Beach, sarebbe il perfetto protagonista di uno di quei romanzi elegiaci in cui si viaggia nel tempo per tornare alla pittoresca New York dell’Ottocento: direttore della rivista Scientific American, pioniere della legislazione americana sui brevetti, nonché salutista ossessivo e appassionato di opera lirica, fu nel suo ufficio che Edison collaudò per la prima volta il fonografo («Buongiorno... Le piace la mia scatola parlante?»). Nel corso di cinquantotto notti di scavo clandestino, la squadra di operai di Beach realizzò un tunnel lungo quasi cento metri e mise a punto un elegante vagone di legno a forma di ferro di cavallo, alimentato da una gigantesca ventola elettrica. Quando l’ingegnere presentò questo miracolo alla stampa – in una saletta sotterranea completa di tende, poltrone imbottite, affreschi, una fontana con tanto di pesci rossi e cascatella, una pendola a colonna e lampade tempestate di zirconi – il suo prototipo di metropolitana creò un enorme scalpore. Tweed, scoprendo con raccapriccio quello che si era tramato sotto i suoi piedi, lanciò un vero e proprio assalto imprenditoriale contro il tunnel di Beach, investendo il proprio capitale – e l’immediato futuro di New York – in linee di trasporto sopraelevate invece che sotterranee. Il sogno di Beach fu stroncato sul nascere. Il suo tunnel fu dato in affitto come cantina per i vini e poi dimenticato. Quando nel 1912 gli operai impegnati negli scavi per la linea Brooklyn-Manhattan si imbatterono per caso nel saloncino ancora intatto di Beach, con la fontana prosciugata e le lampade ormai spente, e il vagone di legno immobile, dovettero sentirsi come intrusi nella tomba di Tutankamen.
Quando si è bambini, tutto ciò che ci è vicino è famoso. In base a questo principio, per me Hoyt-Schermerhorn era la fermata di metropolitana più famosa del mondo. Era la prima che avessi conosciuto, e mi ci sono voluti anni per districare la mia originaria fascinazione nei suoi confronti dal suo status di rudere funzionale, di sede indifferente di un caos a orologeria, dal fatto che fosse, obiettivamente, un luogo anomalo. Nel rispetto esagerato che ne avevo si mescolavano indistintamente le impressioni personali – le storie mie e della mia famiglia – e il folklore locale. Di fatto, però, era un posto strano e particolare anche al di là dei parametri della mia ossessione, e sicuramente più strano e particolare di moltissime altre fermate del metrò.
Il mio quartiere, per come lo conoscevo negli anni Settanta, era una zona residenziale che stava subendo un goffo imborghesimento. La stazione di Hoyt-Schermerhorn si trovava ai margini del vibrante caos commerciale di Fulton Street: un tempo l’arteria più elegante di Brooklyn, quella con i negozi e i teatri, che però durante gli anni Cinquanta e Sessanta aveva subito un brusco declino, da viale di grandeur manhattaniana a centro commerciale per i pedoni del ghetto. Non per questo meno vitale di un tempo, a modo suo, la strada era piena di negozi in franchising e bancarelle sui marciapiedi, molte delle quali vendevano radici di liquirizia africana da masticare e oli e incensi «musulmani» accanto a calzini, berretti e guanti a prezzi stracciati. La stessa fermata della metropolitana testimoniava lo splendore mercantile di un tempo. Come alcune stazioni di Manhattan – sempre meno ogni anno – al piano ammezzato ospitava degli esercizi commerciali: un’edicola, il banco di un lustrascarpe, una panetteria. Più eloquente e muta al tempo stesso, però, era la fila di vetrine in disuso che costeggiava il lungo corridoio dell’entrata di Bond Street. Un elegante mosaico di piastrelle blu e gialle le contrassegnava con un’enorme lettera L: ma per che cosa stava, esattamente? I decrepiti...




