Lianke | Gli anni, i mesi, i giorni | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 272 Seiten

Reihe: Narrativa

Lianke Gli anni, i mesi, i giorni


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-7452-772-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 272 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-772-4
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



I due romanzi brevi raccolti in questo libro sono vividi e affascinanti quadri di vita contadina ambientati sui Monti Balou, catena immaginaria della provincia cinese del Henan. Con prodigiosa intensità, lingua cristallina e immaginazione rigogliosa, Yan Lianke esplora la durezza delle esistenze dei suoi protagonisti, alla mercé di destini avversi e di una natura potente, inesorabile, a tratti feroce. Ne emergono racconti intrisi di empatia e di un senso delle cose lirico e al contempo epico: nel primo caso, un vecchio e il suo cane accecato dal sole combattono strenuamente e in totale solitudine per tenere in vita una piantina di granturco, mentre intorno a quel miracoloso stelo verde la siccità e la carestia accendono il paesaggio di ocra e di un crudele rosso fuoco. Nel secondo, una madre vedova di quattro figli disabili si incaponisce a mutare il destino delle sue creature, fino alle conseguenze estreme. Queste figure sparute e tuttavia potentissime nelle loro lotte indomabili si incidono profondamente nella mente del lettore, mentre lo sfondo della natura campeggia sul racconto - e 'sopra le teste degli uomini' - imperioso, enigmatico e implacabile.

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Introduzione


di Lucia Regola

In uno dei primi e piú celebri racconti della Nuova Letteratura fiorita in Cina nei primi decenni del Novecento – La medicina di Lu Xun, scritto nel 1919 – si narra di un raccapricciante tentativo di cura destinato al fallimento: a un ragazzo malato di tubercolosi i genitori fanno mangiare, a sua insaputa, un pane imbevuto del sangue ancora caldo di un giovane rivoluzionario appena giustiziato. La credenza superstiziosa sulla quale si fonda il bizzarro rimedio fornisce all’autore lo spunto per scagliarsi contro le tradizioni della vecchia Cina e tratteggiare un’immagine simbolica delle due forze contrapposte che dominano il suo tempo – da un lato, la rivoluzione che immola i suoi giovani eroi per costruire un mondo nuovo; dall’altro, l’antico che resiste e cerca di appropriarsi del frutto del sacrificio rivoluzionario per ricondurlo entro confini di senso consueti e familiari, svuotandolo in tal modo di significato e vanificandolo. Questa novella appare come la sorgente di un lungo rivolo di sangue che attraversa tutta la letteratura cinese contemporanea, scorre sotterraneo fino ai giorni nostri e spesso affiora alla superficie prendendo forma nelle opere di autori come Mo Yan, Yu Hua o Su Tong, in un’esplosione di violenza che talvolta il lettore può trovare insostenibile. Eppure nessun altro scrittore come Yan Lianke ha raccolto lo spunto lasciato cadere da Lu Xun, facendo rivivere tutta la carica simbolica dell’atto sacrificale e attribuendogli un ruolo centrale nella propria produzione narrativa, dove viene rivestito di incarnazioni e significati nuovi. Se infatti Lu Xun sembra considerare sterile e superfluo il gesto del martirio (il sangue del condannato a morte è una cura vana, quasi a voler dire che l’impeto rivoluzionario non può salvare ciò che è vecchio e pertanto destinato a perire), Yan Lianke trasforma sempre l’atto estremo del sacrificio – che diventa innanzi tutto sacrificio di sé – in simbolo di rinascita e di speranza: nei romanzi qui presentati, per esempio, esso si rivela necessario per la salvezza della propria discendenza (in Canto celeste dei Monti Balou) o per assicurare la continuità della vita stessa (in Gli anni, i mesi, i giorni). Di solito il sacrificio è l’approdo di un percorso che porta all’acquisizione di un’inedita consapevolezza e forse può perfino condurre alla comparsa di un’umanità nuova e migliore: è il caso de Il sogno del Villaggio dei Ding (pubblicato da nottetempo nel 2011), dove a perire perché Cielo e Terra tornino al loro posto è un’intera comunità, sebbene l’evento iniziale che ha messo in moto l’intera vicenda – la vendita del sangue con il conseguente dilagare di un’epidemia di AIDS – non possa dirsi il frutto di una scelta davvero cosciente. A volte – riecheggiando suggestioni cristiane non estranee all’autore – è strumento di espiazione di una colpa, come ne I quattro libri (pubblicato da nottetempo nel 2018), dove l’automutilazione e l’offerta della propria carne servono a riparare l’offesa, ovvero l’aver tradito i compagni di prigionia; a volte non può essere compiuto che con l’ausilio di forze superiori, quali lo spirito del macellaio defunto che in Canto celeste è chiamato a compiere un atto tanto terribile quanto giusto e necessario. Solo in un’occasione il sacrificio esprime il tentativo disperato di salvarsi da sé assecondando la follia del potere: è il caso del personaggio dello Scrittore che, ancora ne I quattro libri, non esita a nutrire fino allo sfinimento le piante di granturco con il proprio sangue, sperando di ottenere la libertà in cambio di un raccolto di proporzioni eccezionali. Ad ogni modo, la calma determinazione che Yan Lianke attribuisce ai propri personaggi nell’atto di immolarsi si inscrive sempre in un’ottica di riscatto personale o di restaurazione di un ordine che è stato stravolto. Proprio qui va ricercato uno dei motivi per cui nei suoi romanzi l’insistenza sulla descrizione dell’azione violenta o sul particolare grottesco o perfino ripugnante non è mai gratuita, come a volte accade in altri scrittori cinesi contemporanei, ma appare sempre giustificata da una piú ampia ed elevata ricerca di senso.

Mai come nei due romanzi brevi riuniti in questo volume il sacrificio dei protagonisti appare ineluttabile e pertanto si compie serenamente. Vi è qui un elemento che indubbiamente contribuisce a conferire armonia alla tragicità delle storie narrate: è l’ambientazione nei Monti Balou, remota regione nella nativa provincia del Henan che costituisce la rappresentazione immaginaria dei luoghi dell’infanzia e del ritorno alla terra delle origini, un luogo dello spirito, astratto e senza tempo, privo di segni distintivi, paese esplorato e descritto non con intenti antropologici, ma assunto come puro sfondo poetico di tante tragedie. La presenza costante della natura, sia essa rappresentata come campagna verdeggiante o montagna riarsa, attribuisce alle vicende umane una valenza accessoria e al tempo stesso assoluta: solo la terra – e quindi la vita nel suo ciclo ininterrotto, secondo la logica contadina che l’autore sembra fare sua – sopravvive a ogni cataclisma ed è pertanto l’unica cosa che conti veramente nella sua sostanziale indistruttibilità, mentre l’affannarsi degli uomini che la calpestano non è che un dato episodico e circoscritto, benché il loro agire, espressione di caparbia volontà, assuma anche un carattere di urgenza e fatalità che ben si accorda con il ritmico, inesorabile fluire dei tempi della natura. In questa terra sempre trasfigurata per mezzo di metafore ardite, sinestesie e giochi di luce, descrizioni di suoni e colori catturati nelle loro mille sfumature, dove compaiono e si rincorrono elementi antropomorfi, irrompe poi di colpo il dato oscuro e fantastico, che stupisce il lettore fino a quando esso non viene accettato e integrato nella logica della narrazione dopo un’opportuna “sospensione dell’incredulità”. La presenza di accadimenti fantastici, insieme al ricorso alla ripetizione e alla suggestione dei numeri, delle simmetrie e delle tipiche cadenze che scandiscono il tempo come nelle ballate popolari, nonché alla ricerca di corrispondenze segrete fra i fenomeni naturali, tesse attorno alle storie un’atmosfera surreale e regala loro l’incedere di parabole quasi religiose. Lo stesso autore ha coniato l’espressione mitorealismo per definire la propria tecnica narrativa, che, rintracciando nel reale gli aspetti piú assurdi e paradossali, si ricollega alla tradizione delle “storie miracolose” (zhiguai xiaoshuo) dell’età classica, pur non rinunciando a tratteggiare un quadro vivido e incisivo della Cina di oggi.

È curioso come l’opera che ha fatto conoscere Yan Lianke ai lettori occidentali – Servire il popolo (Einaudi, 2005), brillante satira a carattere erotico diretta contro l’arroganza delle gerarchie militari e di partito – costituisca in realtà un’insolita deviazione nel suo lungo percorso letterario, stabilmente orientato al recupero della geografia rurale abitata nell’infanzia e trasfigurata dal ricordo. Questa mappa di villaggi del Henan che l’autore non si stanca di rappresentare è popolata da un’umanità contadina variamente provata, ma non piegata, dalla sorte. Come il vecchio di Gli anni, i mesi, i giorni, forte pur nella fragilità delle membra, indomito e combattivo, dotato di una pacata sicurezza di sé che ricorda l’incrollabile senso morale dell’anziano maestro de Il sogno del Villaggio dei Ding, anche lui custode di una saggezza che appare senza tempo. O la Quarta Moglie della famiglia You, dura come una quercia, che solo davanti allo spettacolo della figlia guarita si scioglie finalmente in pianto – ma stavolta sarà un pianto irrefrenabile – in un passaggio indimenticabile del Canto celeste dei Monti Balou. Uomini e donne semplici le cui sofferenze vengono descritte con il pudore e l’asciutta partecipazione della gente di campagna, a volte con bonaria ironia, come se Yan Lianke non dimenticasse nemmeno per un istante di essere uno di loro. Uomini e donne capaci di grandi sentimenti, come l’amore incondizionato per i figli o per una bestia sfortunata, che si sviluppano sullo sfondo di una natura ora partecipe, ora impietosamente distante.

Ma l’ambientazione dei romanzi nella provincia natale, oltre che ribadire l’appartenenza dell’autore alla propria terra e alla propria gente, suggerisce anche il rinvio a una metafora di piú ampio respiro: questa terra spesso ostile, spesso ferita dall’agire insensato dell’uomo (si pensi alle rive del Fiume Giallo ne I quattro libri, tutte bucherellate dagli scavi eseguiti nella spasmodica ricerca della sabbia nera necessaria alla produzione dell’acciaio, o alla pianura desolata dopo che tutti gli alberi sono stati abbattuti per alimentare i forni di fusione), non è forse la Cina stessa, sconvolta da un secolo di rivolgimenti tanto rapidi quanto radicali, resa sterile e nemica, un paese in cui diventa perfino impossibile orientarsi e, per molti, procurarsi il necessario per la sopravvivenza? Dietro i resoconti di malattie e deformità, dietro le descrizioni della natura devastata, Yan Lianke lascia intravedere al lettore la propria visione tragica della storia cinese e, in particolare, il lato oscuro del sogno di sviluppo economico e benessere diffuso che ne ha caratterizzato gli ultimi decenni. Non a caso nelle sue opere piú recenti – quali Le cronache di Zhalie e Il giorno in cui morí il sole, non ancora tradotte in italiano – emerge una prospettiva distopica sempre piú accentuata, insieme al crescente sgomento che egli sembra provare nell’affacciarsi sugli abissi...



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