E-Book, Italienisch, 338 Seiten
Reihe: Sotterranei
Lieberman L'ospite perfetto
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-353-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 338 Seiten
Reihe: Sotterranei
ISBN: 978-88-3389-353-2
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Albert e Alice Graves si sono appena trasferiti in campagna per godersi serenamente la pensione in una villetta circondata da alberi. Un giorno un giovane operaio, Richard Atlee, si presenta per la manutenzione della caldaia e i Graves lo invitano a cena. Nelle settimane successive in casa cominciano a sparire degli oggetti, e ben presto vien fuori che a rubarli è stato Richard, per arredare l'intercapedine che si trovano in cantina e nella quale si è insediato. All'inizio i Graves cercano di cacciare il giovane, poi provano ad accoglierlo, ma Richard non accetta l'offerta, rimane nascosto nel suo spazio angusto sotto la casa. È brusco, silenzioso, a tratti aggressivo. Comincia così un gioco al massacro che sembra non conoscere fine, nel quale il ragazzo diventa di volta in volta il figlio che la coppia non ha mai avuto, un perfetto estraneo, un angelo vendicatore, un messaggero divino. Ancora lontano dalle atmosfere noir e metropolitane degli anni successivi, Lieberman si dimostra un maestro del thriller psicologico: si cala nella mente dei tre protagonisti scandagliandola nei minimi dettagli e costruisce una narrazione tesa, carica di angoscia. Rielabora con originalità e potenza la tradizione del gotico e i suoi stilemi - la casa maledetta, l'ospite inatteso - e ci regala un romanzo modernissimo che è anche un omaggio ai grandi maestri del genere, da Edgar Allan Poe Shirley Jackson.
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1
Vivevo in una strada di campagna nella periferia settentrionale della città. I vicini meno distanti abitavano in una fattoria tre chilometri più a sud. Mi chiamo Graves. Se parlo in fretta è perché voglio dire ciò che ho da dire il più rapidamente possibile, e una volta per tutte. Raccontare significa rivivere, e rivivere comporta nuove sofferenze. E il mio desiderio ora è liberarmi di vecchi demoni per raggiungere una piccola oasi di pace dentro di me, dove trascorrere il tempo che mi resta indisturbato dai ricordi e lontano da sguardi indiscreti. In quasi sessant’anni di vita è triste dover ammettere che la sola cosa di cui sono certo è che siamo perlopiù uomini pieni di buona volontà ma privi di determinazione. Perdonatemi, però, se le mie parole suonano enigmatiche; ho visto quel che ho visto e so quel che so. Concedetemi quindici minuti del vostro tempo e mi detesterete.
Mi ero stabilito in quel posto due anni prima su suggerimento del mio dottore, un cardiologo con una profusione di iniziali prima del cognome, Palermo. Dopo il mio secondo infarto la società per la quale lavoravo da vent’anni aveva deciso nella sua infinita benevolenza di concedermi una modesta ma adeguata pensione e di mandarmi a casa. Il dottor Palermo mi aveva prescritto solamente di vivere il resto dei miei giorni in tranquillità. È probabile che, nella sua prestigiosa opinione, avessi raggiunto uno stato in cui i farmaci e una dieta equilibrata avrebbero risolto ben poco.
Per essere un animale urbano avevo affrontato il passaggio alla vita rurale con straordinaria facilità. La mia permanenza fino al periodo di cui sto parlando era stata piacevole. Avevo affittato una casa – la vecchia residenza dei Quigley – in Bog Road. Era graziosa, tutto sommato, una di quelle strutture che le agenti immobiliari definiscono «una tipica casa colonica in stile georgiano»: pietra bianca, imposte e rivestimenti neri. Niente di eccezionale.
L’edificio, ancora in piedi, che io sappia, risale al 1782 e si erge su un piccolo appezzamento di terra circondato da muri in pietra diroccati, che servivano a delimitare i confini delle prime proprietà sorte in questa parte del paese. I pascoli e i prati delle vecchie fattorie di secoli fa sono ora foreste piene di cervi, volpi e pernici. Leggendo le storie che narrano di eventi legati a questi luoghi, popolate di nomi come Mosher, Bullock, Starbuck e Macy – tutta gente scomparsa – si prova una strana sensazione. Mi era stato perfino riferito che nella nostra casa c’era un fantasma. Se era vero, non potevo affermare che fosse particolarmente socievole. Da quando eravamo arrivati non si era mai fatto vedere.
La casa è circondata dall’erba e da un discreto numero di alberi. Lungo il bordo del prato davanti all’edificio c’è una fila di vecchie querce, i cui tronchi ruvidi e striati ricordano i volti stanchi e rugosi di anziani benevoli. Su un lato della porta d’ingresso c’è un agrifoglio, sull’altro una sanguinella. Il prato gira intorno alla casa e sbuca sul retro – una distesa ondulata e cosparsa di sassi – e nella sua irregolarità offre uno spettacolo gradevole agli occhi.
Altri alberi sono disseminati qua e là: un gigantesco liriodendro, diversi faggi europei, un noce bianco americano, un frassino e un acero che con i loro tronchi uniti sembrano spuntare dalla stessa radice, una manciata di meli, una betulla malconcia, qualche sempreverde e una catalpa moribonda.
Il prato si estende per un centinaio di metri, fin dove inizia la foresta. A destra della casa c’è un campo di trifogli, mentre il retro dell’edificio si apre su un bosco ceduo. Qui, neri e lucidi, i corvi si sollevano pesantemente dai rami e volano gracchiando fra gli alberi. Di notte, con le finestre aperte, potevamo sentire il vento suonare come una lira tra le fronde.
Oltre il bosco c’è una palude. L’unico modo per raggiungerla è attraversarlo. Ci sono stato diverse volte, in quel periodo. È un luogo tetro e desolato. Gli alberi sono tutti morti. Il suolo è sempre umido. Si tratta di un’area che raccoglie una grande quantità di acque reflue, e il terreno si è trasformato in una gorgogliante melma nero pece. Mi sono sempre divertito a immaginare che sotto la palude si nascondesse un cimitero pieno delle ossa dei mostri preistorici che calpestavano la Terra milioni di anni fa. Ma l’unico segno di vita era rappresentato dalle pigre libellule che sognavano sugli steli delle tife e dalle rane toro che cantavano tutta la notte.
La sola passione di mia moglie Alice era il suo giardino. Era un autentico piacere, nelle stagioni in cui il giardino era in pieno sboccio, vederla china a terra mentre, con un grosso e floscio cappello da sole, si faceva strada lentamente tra quel tripudio di fiori: le iris olandesi, i piselli odorosi, i garofani nani, le viole, la rudbeckia irta, la malvarosa, l’anemone coronaria color rosso sangue e l’abbagliante varietà di dalie.
Quando Alice maneggiava un bulbo o un cormo sembrava quasi che si stesse prendendo cura di un neonato, con una tenerezza infinita e una sorta di compassione. Come se nella loro vulnerabilità e nelle loro brevi vite scorgesse una missione da compiere.
Alice aveva anche un orto, che ogni estate ci regalava un’abbondanza di lattuga rossa e pomodori ciliegini. Verso la fine della stagione i pomodori somigliavano a tanti rubini in mezzo al verde delle foglie. Dopo la pioggia, trasportato dalla brezza della sera, l’inebriante odore del basilico, dell’aneto, della salvia, della maggiorana dolce e del timo entrava dalle finestre e dalle porte a zanzariera, riempiendo la casa.
La nostra vita era semplice, aveva una sorta di inesorabile regolarità. Eppure non era spiacevole. L’ultima cosa di cui ha bisogno un uomo nelle mie condizioni erano le sorprese. Non avevamo figli. Le nostre necessità erano poche. Ogni domenica, immancabilmente, andavamo in chiesa. Durante il giorno passeggiavamo nel bosco fuori casa e raccoglievamo more e mele. Ci divertivamo a distinguere gli uccelli selvatici aiutandoci con la nostra guida Peterson e a identificare i fiori selvatici che incontravamo lungo il percorso. C’è un che di patetico nella soddisfazione che si prova quando si riesce a trovare un ciuffetto di giusquiamo nero o di casuarina, a riconoscere una cincia e altre trivialità del genere.
I nostri unici ospiti erano gli opossum e le puzzole che di notte saltellavano intorno ai bidoni della spazzatura e, di giorno, gli innumerevoli uccelli selvatici che si avventavano in massa sulle mangiatoie. Durante la stagione fredda distribuivamo semi e molliche di pane e appendevamo palline di sego. Nutrivamo un particolare affetto per i passeri, i juncos color ardesia e le cince dal cappuccio nero che vivevano in mezzo ai venti gelidi per tutto l’inverno. Non avevamo alcun interesse per gli uccelli che migravano a sud.
Di notte ci godevamo il calore del camino, con i ciocchi che sfrigolavano e scoppiettavano nel focolare, e la sensazione che si provava nello stare in un luogo caldo e luminoso mentre tutt’intorno il buio ti si stringeva addosso.
Un giorno venne da noi il tizio della nafta. Un giovane affabile. Indossava un completo con camicia e cravatta e guidava un’auto con il nome dell’azienda stampato all’interno di un emblema rosso a forma di cuore. Era incaricato di controllare il livello del carburante e spiegarci come usare correttamente la caldaia di modo che, in qualità di clienti, fossimo felici e soddisfatti. Disse di chiamarsi Richard Atlee.
Ricevevamo poche visite, e il nostro entusiasmo temo dovette sembrargli strano. Quando, come nel nostro caso, si passa molto tempo da soli dopo essere stati abituati a una vita sociale piuttosto intensa, l’arrivo di un semplice operaio può suscitare una certa emozione.
Era un giorno insolitamente caldo, così, mentre il giovane armeggiava con tubi e indicatori giù in cantina, gli offrii qualcosa di fresco da bere.
«Gradisce un bicchiere di limonata?», gridai dalla porta che conduceva al seminterrato. «È appena fatta».
Apparve in fondo alle scale, una striscia di grasso impressa al centro della fronte. «Volentieri». La sua voce era molto pacata.
Continuò a trafficare nel seminterrato; quando, terminato il lavoro, risalì in cucina, il sole era quasi tramontato e si avvicinava l’ora di cena. Mia moglie aveva apparecchiato la tavola. Di ritorno dalla cantina l’operaio sembrava stanco. Fissò con aria malinconica i piatti, le posate e i piccoli tovaglioli nei loro anelli. Con mia sorpresa Alice lo invitò a unirsi a noi. «È da tanto tempo che non cucino per qualcuno», disse.
Il giovane rispose con un sorriso sghembo e timido, guardando ora l’uno ora l’altra come se volesse studiarci uno alla volta. I suoi occhi dicevano: «Vediamo un po’ che tipi sono, questi due».
«Sicuri che non è un problema?», chiese con la sua voce calma e discreta; c’era un che di toccante nel timbro.
Alice aveva preparato un piccolo arrosto, sufficiente almeno per due o tre persone, forse perfino per quattro. Ogni volta che gli offriva un’altra porzione, l’operaio accettava, sollevando il piatto verso di lei e guardando dritto davanti a sé. Era così sollecito nel farsi servire che io e mia moglie, con un rapido scambio di occhiate e una sorta di tacito accordo, decidemmo di non prendere altra carne, risparmiandoci così l’imbarazzo di non averne abbastanza per sfamarlo.
Mentre mangiava, ebbi l’opportunità di studiare il suo viso. Aveva qualcosa di primitivo: i capelli corti, la fronte ampia, il naso un po’ piatto, le labbra carnose e gli occhi azzurri e...




