E-Book, Italienisch, Band 226, 219 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Liksom Scompartimento n.6
1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7091-373-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 226, 219 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-373-6
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Mosca, anni '80, sul leggendario treno della Transiberiana diretto a Ulan Bator, in Mongolia, due estranei si trovano a condividere lo stesso scompartimento: una timida e taciturna studentessa finlandese e un violento proletario russo dall'inesauribile sete di vodka. Nell'intimità forzata del piccolo spazio chiuso la tensione sale. Lui è uno sciovinista, misogino, antisemita, avvezzo al carcere e ai campi di correzione, ma con l'irriducibile passione per la vita di chi si aggrappa agli istinti bruti per non cedere al vuoto che lo circonda. Vede il fallimento del sogno sovietico, la deriva della grande madre Russia, ma non può che difenderla con la disperazione di un amore deluso. Lei è tormentata dai ricordi del suo ragazzo moscovita, uno studente che si è finto pazzo per non combattere in Afghanistan ed è impazzito nel manicomio dove l'hanno rinchiuso, lasciandola piena di domande senza risposta nella terra che l'ha sedotta. È l'anima di questa terra a pulsare nelle sconfinate distese che il treno attraversa, nei villaggi divorati dal degrado e dalla taiga innevata, nelle città chiuse dei deportati e degli scienziati, nel mosaico di identità e popoli di una Siberia in cui tutto è estremo. Con un realismo crudo che trasuda poesia, Rosa Liksom racconta l'incontro tra due destini, tra l'universo maschile e femminile, ma soprattutto il viaggio attraverso la fine di un impero che sembra sciogliersi in fanghiglia ai primi segni del disgelo, nel cuore di un popolo disilluso e fiero, rude e sentimentale, rassegnato e ribelle, che vive nella perenne nostalgia del passato e del futuro, nell'eterno sogno cechoviano 'A Mosca! A Mosca!'.
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Mosca si rannicchiava nella gelida e secca sera di marzo per proteggersi dal contatto del sole al tramonto, rosso e freddo. La ragazza salì sull’ultimo vagone, in coda al treno, cercò il suo scompartimento, il numero sei, e tirò un profondo respiro. C’erano quattro cuccette, le due superiori ripiegate contro le pareti, in mezzo un tavolino, sul tavolino una tovaglia bianca, un vaso di plastica e un garofano di carta rosa sbiadita dal tempo; alla testa dei letti una mensola debordante di grossi fagotti legati alla bell’e meglio. Infilò la vecchia valigia di poche pretese, che le aveva regalato Zakhar, nello scomparto di metallo sotto la cuccetta dura e stretta, e gettò lo zaino sopra. Alla prima scampanellata dell’orologio della stazione andò ad affacciarsi al finestrino del corridoio. Aspirò il profumo del treno, ferro, polvere di carbone, l’odore depositato da decine di città e migliaia di persone. I viaggiatori e i loro accompagnatori si facevano largo urtandola con borse e bagagli. La ragazza sfiorò con le dita il vetro freddo del finestrino e guardò il binario. Quel treno l’avrebbe condotta attraverso villaggi abitati da deportati, attraverso città aperte e città chiuse della Siberia, fino alla capitale della Mongolia, Ulan Bator.
Quando l’orologio diede la seconda scampanellata, vide arrivare un uomo robusto con orecchie a sventola, che indossava il giaccone nero imbottito usato in genere dagli operai, e un colbacco bianco di ermellino. Era accompagnato da una bella donna bruna con un figlio adolescente che non si staccava dal suo fianco. Dopo un rapido saluto, la donna e il ragazzo si avviarono a braccetto verso l’edificio della stazione. Lo sguardo fisso a terra, l’uomo voltò le spalle al vento gelido, si rigirò tra le dita una Belomorkanal, la portò alle labbra, l’accese, l’aspirò per un attimo avidamente, poi la schiacciò sotto la suola della scarpa e rimase lì fermo a rabbrividire. Alla terza scampanellata salì sul treno. La ragazza seguì con lo sguardo la sua andatura ondeggiante nel corridoio, sperando di tutto cuore che non fosse diretto al suo scompartimento. Speranza vana.
Dopo un attimo di esitazione, tornò al suo posto e si sedette sulla cuccetta davanti allo sconosciuto, che pareva avvolto in un alone di gelo. Rimasero in silenzio. Lui la osservava con aria imbronciata, lei fissava incerta il garofano di carta. Quando il treno si mosse, il quartetto d’archi numero otto di Šostakovic proruppe improvviso dagli altoparlanti di plastica dello scompartimento e del corridoio.
E così si allontana Mosca nel suo manto invernale, la città blu acciaio riscaldata dal sole della sera. Si allontana Mosca con le sue luci, il suo traffico chiassoso, il girotondo delle sue chiese, un adolescente e una bella donna bruna dal volto semitumefatto. Si allontanano le rare insegne al neon che brillano contro il cielo nero e accigliato, le stelle di rubino sulle torri del Cremlino, i corpi di cera del buon Lenin e del cattivo Stalin e anche Mitka, si allontanano la Piazza Rossa e il suo mausoleo, le ringhiere di ferro battuto delle scale a chiocciola dei magazzini Gum, l’hotel internazionale Intourist con i suoi bar in valuta straniera e i sinistri addetti ai piani, che occupano di nascosto gli spazi abitabili dei ripostigli, sempre pronti a elemosinare cosmetici occidentali, rasoi elettrici e profumi. Si allontanano Mosca, Irina, la statua di Puškin, gli anelli e le tangenziali, le grandi arterie di Stalin, la Nuova Arbat con le sue sei corsie all’occidentale, la statale per Jaroslavl’ e le file di dacie con le loro decorazioni di legno intagliato; una terra stanca, maltrattata, sfuggente. Al di là del finestrino, sfrecciano via in un sibilo cento metri vuoti di treno merci. Questa è ancora Mosca: in una fossa fangosa un ammasso di prefabbricati di diciannove piani, dietro le finestre ghiacciate una luce timida e vacillante, cantieri, costruzioni non finite, squarci aperti nei muri. Presto anche quelli non sono che sagome lontane. Questa non è più Mosca: una casa crollata sotto la neve, una pineta che ondeggia selvaggia nella morsa del gelo, una radura coperta da un manto ovattato, un tiepido vapore intrappolato tra cumuli nevosi, il buio, una piccola isba sperduta in un deserto bianco, nel giardino un melo incolto, una foresta imbacuccata di brina, palizzate intorno alle ville, una baracca di legno fatiscente. Davanti si apre una Russia sconosciuta, cristallizzata dal gelo, il treno fila sotto un firmamento stremato su cui spiccano astri luminosi, e si precipita a capofitto nel profondo della natura, verso l’opprimente oscurità di un cielo plumbeo senza stelle. Tutto è in movimento: la neve, l’acqua, l’aria, gli alberi, le nuvole, il vento, le città, i villaggi, gli uomini e i pensieri. Il treno avanza pulsando attraverso il paese innevato.
La ragazza ascoltava il respiro pesante e tranquillo dell’uomo. Lui si guardava le mani: erano grandi e forti. Fuori, rasoterra, brulicavano le lanterne degli scambi. A tratti, vagoni abbandonati sui binari coprivano la vista, altrimenti al di là del finestrino si stendeva la notte tenebrosa della terra russa, lasciando qua e là balenare la fioca luce di qualche casa. L’uomo alzò gli occhi, scrutò a lungo la ragazza con uno sguardo penetrante e constatò sollevato:
“E così siamo in due. E dritti ci portano i binari luccicanti nel frigorifero di Dio.”
Una vecchia e corpulenta capo-carrozza comparve sulla porta dello scompartimento consegnando a entrambi lenzuola pulite e un asciugamano.
“Qui non si sputa per terra. Il corridoio viene pulito due volte al giorno. I passaporti, prego!”
Avuti i passaporti, la donna si allontanò con un sorriso sprezzante sulle labbra. L’uomo fece un cenno nella sua direzione:
“Qui la vecchia Arisa ha poteri militari. Tutti in riga, con lei, ubriaconi e puttane. Meglio non scocciarla senza una buona ragione. È lei la dea del riscaldamento del treno. Farà bene a ricordarselo.”
Tirò fuori di tasca un coltello col manico nero, tolse la sicura e premette il pulsante. Si sentì un clic metallico e la lama uscì con uno scatto secco. L’uomo posò delicatamente il coltello sul tavolo e prese dalla borsa un grosso pezzo di formaggio Rossijskij, un’intera pagnotta di segale, una bottiglia di kefir e un vasetto di panna acida. Per finire, sfilò dalla tasca laterale della borsa un sacchetto di cetrioli che perdeva salamoia, e cominciò a rimpinzarsi di pane con una mano e di cetrioli con l’altra. Concluso il pranzo, tirò fuori dalle provviste una calza di lana con infilata dentro una bottiglia di vetro piena di tè caldo. Studiò a lungo la ragazza. Nel suo sguardo si lesse prima una netta avversione, poi un’avida curiosità e infine una specie di accettazione.
“Acciaio Ferrovic, per servirla”, esclamò, “metalmeccanico e operaio edile direttamente dalla Mosca degli zar. Il mio nome è Vadim Nikolaevic Ivanov. Ma per lei Vadim. Ne vuole? Il tè ha un sacco di vitamine, le farebbe bene prenderne una o due tazze. Cominciavo già a chiedermi che razza di punizione mi fossi meritato per essere rinchiuso nella stessa gabbia di un’estone. Ma c’è una bella differenza tra la Respublika Finlandskaja e la Respublika Sovetskaja Estonskaja. Gli estoni non sono altro che crucchi nazisti col naso adunco, i finlandesi, invece, dovrebbero essere fatti più o meno della nostra pasta. La Finlandia è una piccola patata sperduta lassù, nel lontano nord. Siete inoffensivi, voialtri. Tutti gli abitanti del Nord del mondo sono un solo grande popolo, uniti dalla stessa fierezza. Comunque, mia cara signorina, lei è la prima finlandese che ho mai incontrato. Ma ho sentito molto parlare di voi. C’è il proibizionismo, a casa vostra.”
Le versò un bicchiere di tè nero. La ragazza lo assaggiò con circospezione. Lui bevve il suo a piccoli sorsi, si alzò e si fece il letto. Si sfilò pudicamente gli abiti, i pantaloni neri pesanti con una sottile cintura di pelle, la giacca leggera di panno grezzo e la camicia bianca, e li dispose ben piegati ai piedi della cuccetta. Infilò un pigiama azzurro a righe e scivolò tra le lenzuola inamidate. In fondo alle coperte spuntarono dei calcagni ruvidi e screpolati e delle dita contorte, deformate dall’incuria e da cattive scarpe.
“Buonanotte”, disse con aria assente, quasi sussurrando, e si addormentò all’istante.
La ragazza restò sveglia a lungo. Nello scompartimento semibuio i bicchieri del tè e le loro ombre si agitavano senza posa. Aveva voluto andarsene da Mosca perché sentiva il bisogno di prendere le distanze dalla sua vita, ma era già assalita dalla nostalgia. Pensava a Mitka e a sua madre Irina, a Zakhar, il padre di Irina, e a se stessa, e a che ne sarebbe stato di tutti loro. Pensava al loro appartamento comune, ora vuoto. Disertato perfino dai gatti, la signorina Lika, la zozzona, e il signor Roska, lo sporcaccione. La locomotiva fischiava, i binari stridevano, il treno pulsava col suo regolare battito metallico. L’uomo russò tutta la notte con un ronzio sordo che...




