E-Book, Italienisch, 253 Seiten
L'isola del dottor Moreau
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-275-2244-8
Verlag: Paperless
Format: EPUB
Kopierschutz: Adobe DRM (»Systemvoraussetzungen)
E-Book, Italienisch, 253 Seiten
ISBN: 978-88-275-2244-8
Verlag: Paperless
Format: EPUB
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L'isola del dottor Moreau (The Island of Dr. Moreau) è un romanzo di fantascienza di H.G. Wells, scritto nel 1895 e pubblicato l'anno successivo.
È stato pubblicato in italiano per la prima volta nel 1900 dalla Società Editrice Nazionale col titolo L'isola delle Bestie ed edito in seguito anche come L'isola del terrore e L'isola del Dr. Moreau.
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III. Lo strano volto
Uscimmo dalla cabina e trovai un uomo che ci sbarrava la strada all’altezza del boccaporto. Stava in piedi sulla scaletta, ci volgeva la schiena e spiava da sopra la cima del boccaporto. Era un tipo malfatto, tozzo, largo e goffo, con la schiena ricurva, il collo peloso e la testa incassata nelle spalle. Aveva indosso un vestito di serge blu scuro, e capelli neri e ruvidi, straordinariamente grossi. Udii cani invisibili latrare furiosamente e prontamente rinculò, toccando la mano che avevo teso per respingerlo. Si voltò con bestiale rapidità. In modo inspiegabile, quel volto nero mi saettò davanti e mi colpì profondamente. Era di una deformità strana. La parte inferiore del viso si protendeva in avanti, formando ciò che ricordava vagamente un muso, e la bocca enorme, mezza aperta, lasciava intravedere grandi denti bianchi che mai avevo visto in una bocca umana. Gli occhi erano iniettati di sangue agli angoli, con appena un orlo di bianco attorno alle pupille nocciola. Nel suo sguardo si leggeva un curioso baluginio di eccitazione. «Al diavolo!», esclamò Montgomery. «Sei sempre tra i piedi!» L’uomo dal volto nero si scansò senza proferire parola. Io proseguii uscendo dal boccaporto, tenendolo istintivamente d’occhio mentre mi muovevo. Montgomery rimase fermo in fondo per un istante. «Non hai niente da fare qui, lo sai», disse in tono intenzionale. «Il tuo posto è a prua.» L’uomo dal volto nero si fece piccolo. «Davanti non mi vogliono.» Parlava piano, con un tocco di strana raucedine nella voce. «Non ti vogliono?», disse Montgomery, con voce minacciosa. «Ma io ti dico di andarci!» Era sul punto di aggiungere qualcosa, poi d’improvviso alzò lo sguardo verso di me e mi seguì su per la scaletta. Mi ero fermato a metà strada per guardarmi indietro, ancora oltremodo stupito dalla bruttezza grottesca di quella creatura dal volto nero. Non avevo mai visto un viso tanto ripugnante e singolare, ed eppure, se la contraddizione può essere plausibile, provai, al tempo stesso, la strana sensazione di aver già incontrato altre volte quegli stessi lineamenti e quei modi che ora mi riempivano di meraviglia. In seguito, mi balenò in mente che probabilmente l’avevo visto quando fui preso a bordo; e tuttavia poco soddisfaceva il mio sospetto di una conoscenza pregressa. Comunque, non riuscivo a comprendere come potessi aver posato lo sguardo su un volto così strano senza ricordare in quale esatta circostanza. Il movimento che fece Montgomery per seguirmi mi distrasse e mi voltai a osservare il ponte piatto della piccola goletta. Ero già mezzo preparato a quanto vedevo dai rumori che avevo udito in precedenza. Certo, non avevo mai visto un ponte tanto sudicio. Era cosparso di avanzi di carote, pezzetti di robaccia verde e di una sporcizia indescrivibile. Legati con catene all’albero maestro c’erano un branco di orribili grossi cani, che ora cominciavano ad abbaiare e a saltarmi addosso, e accanto all’albero di mezzana c’era un immenso puma rinchiuso in una piccola gabbia di ferro, decisamente troppo angusta persino per consentirgli di voltarsi. Oltre, sotto il parapetto di tribordo, alcuni conigli erano chiusi in grosse conigliere e un lama solitario era stretto nel minuscolo scompartimento di una gabbia a prua. I cani avevano museruole fatte di strisce di cuoio. L’unico essere umano sul ponte era un marinaio scarno e silenzioso al timone. Le rande, rattoppate e sporche, erano tese al vento e, lassù, il piccolo veliero sembrava portare tutte le vele che possedeva. Il cielo era terso, a ovest il sole calava all’orizzonte; onde lunghe, che la brezza coronava di schiuma, correvano con noi. Superammo il timoniere fino ad arrivare alla ringhiera, per guardare l’acqua che spumava sotto la poppa e le bolle danzare e sparire nella scia della nave. Mi voltai per esaminare la nave in tutta la sua disgustosa lunghezza. «È un serraglio oceanico?», domandai. «È quel che pare», disse Montgomery. «A cosa servono queste bestie? Merce? Rarità? Il capitano crede di poterle vendere da qualche parte nei mari del Sud?» «Così pare», disse Montgomery, voltandosi nuovamente verso la scia. Tutt’a un tratto udimmo un guaito e una raffica furibonda di bestemmie provenire dal boccaporto e l’uomo deforme dal volto nero corse su di fretta. Subito dietro di lui c’era un omone dai capelli rossi, con un berretto bianco. Alla vista del primo, i mastini, ormai tutti stanchi di abbaiarmi contro, si fecero furiosamente agitati e iniziarono a ululare e a strattonare le catene. Per loro, l’uomo dal volto nero ebbe un momento di esitazione e ciò diede al rosso il tempo di raggiungerlo e di assestargli un colpo tremendo tra le scapole. Quel povero diavolo cadde come un bue colpito e ruzzolò nel sudiciume tra i cani infuriati. Fu una fortuna per lui che avessero la museruola. L’uomo dai capelli rossi si lasciò sfuggire un’esclamazione di giubilo e si tirò in piedi barcollando: mi parve in grave pericolo, sul punto di cadere all’indietro, nel boccaporto, oppure in avanti, sulla sua vittima. Non appena comparve il secondo uomo, Montgomery si avviò verso di lui. «Si fermi!», gridò in tono di rimostranza. Erano apparsi un paio di marinai sul castello di prua. L’uomo dal volto nero, urlando con voce strana, ruzzolò tra le zampe dei cani. Nessuno fece per aiutarlo. Le bestie facevano il possibile per dargli fastidio, lo pungolavano con il muso. Vi fu una rapida danza di agili corpi grigi sulla sua figura impacciata e prostrata. I marinai di prua strillavano, come se fosse uno svago mirabile. Montgomery proruppe in un’esclamazione d’ira e scese a grandi passi sul ponte, e io lo seguii. L’uomo dal volto nero si rialzò e cominciò a barcollare, avanzando fino al parapetto e sporgendosi di fianco alle sartie, e restò lì, senza fiato, a sbirciare con la coda dell’occhio i cani. L’uomo dai capelli rossi rideva soddisfatto. «Senta, capitano», disse Montgomery, con l’esitazione nella pronuncia un po’ più accentuata, afferrando i gomiti del rosso, «così non va!» Io ero dietro a Montgomery. Il capitano fece mezzo giro su se stesso e lo squadrò con lo sguardo vuoto e solenne dell’ubriacone. «Che cos’è che non va?», chiese e aggiunse, dopo aver osservato per un minuto con occhi sonnolenti il viso di Montgomery, «Maledetto segaossa!» Con un repentino movimento, si liberò il braccio e, dopo due vani tentativi, si ficcò in tasca i pugni lentigginosi. «Quell’uomo è un passeggero», disse Montgomery. «Le consiglio di non toccarlo.» «All’inferno!», sbraitò il capitano. Si voltò di scatto e barcollò verso un fianco dell’imbarcazione. «Sulla mia nave faccio quel che mi pare», disse. Credo che, allora, Montgomery avrebbe potuto lasciarlo stare, visto che il bruto era ubriaco; invece, quegli si fece solo un poco più pallido e seguì il capitano verso il parapetto. «Senta, capitano», disse, «quell’uomo è mio e non deve essere maltrattato. Viene tormentato da quando è salito a bordo.» Per un momento i fumi dell’alcool lasciarono il capitano senza parole. «Maledetto segaossa!» fu tutto ciò che ritenne necessario. Constatai che Montgomery aveva uno di quei caratteri lenti e pertinaci che vanno scaldandosi giorno dopo giorno fino al calor bianco e che non si raffreddano mai più per perdonare; e capii anche che quel diverbio era stato alimentato a lungo. «Quell’uomo è ubriaco», dissi, forse in modo inopportuno; «non fa bene a insistere.» Montgomery torse orribilmente il labbro pendente. «È sempre ubriaco. Crede che sia un pretesto valido per aggredire i passeggeri?» «La mia nave», cominciò il capitano, sventolando fiaccamente una mano verso le gabbie, «era pulita. Guardatela ora!» Certo non era pulita. «E l’equipaggio», proseguì il capitano, «un equipaggio pulito e rispettabile.» «Lei ha acconsentito a prendere le bestie.» «Magari non avessi mai visto quell’isola infernale. Diavolo! A che scopo occorrono bestie su un’isola del genere? Poi, quel tipo... inteso che è un uomo. È un pazzo; e non c’è posto per lui a poppa. Crede d’essere il padrone di tutta questa maledetta nave?» «I suoi marinai hanno cominciato a tormentare quel povero diavolo non appena è salito a bordo.» «Proprio così: è un diavolo, un brutto diavolo! I miei uomini non lo possono soffrire. Io non lo posso soffrire. Nessuno di noi lo può soffrire. E neppure lei!» Montgomery si voltò dall’altra parte. «Ad ogni modo, lasci in pace quell’uomo», disse, agitando la testa mentre parlava. Ma il capitano aveva intenzione di discutere. Alzò la voce. «Se ritorna da questa parte della nave, gli caverò le budella, gliel’assicuro. Gli cavo quelle maledette budella! Chi è lei per dirmi cosa devo fare io? Glielo ripeto, sono io il capitano della nave. Capitano e proprietario. Qui io sono la legge, chiaro? La legge e i profeti. Ho preso accordi per portare un uomo e il suo servo avanti e indietro da Arica e ho trasportato alcuni animali. Non ho mai negoziato per trasportare un diavolo pazzo e uno stupido segaossa, un...» Be’, tralascerò di riportare come egli definì Montgomery....




