Lugli | La solitudine del Minotauro | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 31, 180 Seiten

Reihe: Calibro 9

Lugli La solitudine del Minotauro


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-80845-88-7
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 31, 180 Seiten

Reihe: Calibro 9

ISBN: 979-12-80845-88-7
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il ritrovamento di diversi cadaveri nel milanese, accomunati da espianti di organi, convince gli inquirenti a creare una speciale task force guidata dal commissario Remo Giorgi, detto Il Minotauro. Tra collusioni e tradimenti, per lui e i suoi uomini sarà un autentico viaggio all'inferno che li costringerà a misurarsi con dei criminali che paiono fantasmi, ma anche con un sistema che sembra essere complice e che riesce a neutralizzare puntualmente ogni mossa. Sullo sfondo, una Milano al centro di una ferocia crescente che, dietro a quello che appare come un mero commercio di materiale umano, nasconde la depravazione e la follia di una cellula fuori controllo. A capo di questa cellula c'è una figura sadica e imprevedibile che, a riprova della sua natura deviata, cercherà la sfida aperta con la squadra di Giorgi, provocandola in modo sempre più spudorato e diretto. Ma non è tutto: sugli omicidi aleggia la leggenda metropolitana de La Bruja; sarà davvero collegata ai massacri che stanno avvenendo nella penombra del capoluogo lombardo o è solo una fantasia per depistare le indagini?

Francesco G. Lugli, classe 1971, nasce e cresce in quel concentrato di traffico, cemento e contraddizioni che chiamano Milano. Giornalista, è stato capo redattore della rivista 'Midi Songs' e ha collaborato con diverse realtà editoriali. Attualmente si occupa di produzioni video e pubblicità in qualità di copywriter. Come scrittore ha all'attivo il romanzo Il Codice Beatles (Cult Editore), le raccolte di racconti Sei passi nella nebbia (dBooks) e Scritti con il sangue (Dunwich Editore) e racconti nelle raccolte Toilet n. 20 (80144 Edizioni), Italian Zombie 2 (80144 Edizioni), Un giorno a Milano e Una notte a Milano (Novecento Editore) e 365 Racconti di Natale (Delos Books).
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Prologo


pensa ancora stordito nel dormiveglia. Da un pezzo non si consumava così tra le cosce di una donna. Da troppo non si lasciava andare, selvaggiamente, senza freni, con quella dedizione che merita un incontro speciale.

La rinnovata voglia di quella morbida sensazione tattile; la pelle, la carne, il calore, la perfetta consistenza di membra sode e lisce. Il desiderio di riprendere là da dove si è interrotto per ko. di entrambi i contendenti. Un pareggio che vale la vittoria. Il forte intontimento post sbornia non lo ferma, allunga la mano per cercare conferme, sonda a tastoni quasi volesse fugare il dubbio di un sogno, ma non trova che il vuoto desolante di lenzuola disabitate.

Qualcosa di inaspettato però lo pietrifica. Il movimento gli provoca una stilettata bastarda sul fianco; un dolore strano con cui deve fare improvvisamente i conti. Non è una fitta intercostale, niente del genere, e nemmeno qualcosa da risveglio standard.

Il disagio è talmente forte che è costretto a portarsi la mano sulla schiena, a sostegno della vita, all’altezza del rene destro, ma quello che percepisce lo fa alzare di scatto, o almeno questo vorrebbe. Il vortice di vertigini lo costringe a tornare sui suoi passi e riappoggiare la testa al cuscino.

Tutto da rifare. La mano scende lentamente nella zona incriminata e affonda in qualcosa di caldo e bagnato. Nel buio silenzioso il terrore prende il sopravvento. Tutto gira come su un fottuto tagadà, e i sudori gelidi iniziano a correre dalla spina dorsale fino alla nuca. Si concentra e ragiona, richiamando neuroni in libera uscita. Lotta con il respiro affannoso e, dopo un intenso match, sembra avere la meglio.

Nell’oscurità cerca il pulsante dell’abat-jour, la stanza del motel non è familiare e, complice la mente ancora offuscata, impiega un po’ a trovarlo.

L’interruttore scatta secco. La luce è insostenibile, almeno per qualche istante.

Le tempie pulsano al ritmo di una samba stonata, in gola esplode un carosello di fuoco. Ci riprova più lentamente e le cose vanno meglio. Tutto inizia a rallentare. Solo il battito cardiaco non vuole saperne, ma con un po’ di abile mediazione inizia a collaborare anche lui.

L’uomo si mette seduto con movimenti posati, appoggiandosi alla spalliera del letto. Si avvita su se stesso quanto basta per sollevarsi e accedere al dorso. Le dita nervose scivolano sulla pelle umida e appiccicosa finché si imbattono in qualcosa di anomalo, di estraneo. Non è liscia e uniforme come si aspetterebbe, la superficie è increspata, divisa da un profondo squarcio in rilievo che pare interrotto in più punti da una cucitura grossolana. Riesce a scorgerne l’estremità perché il taglio ha sconfinato anche sul fianco.

Il lenzuolo è zuppo, non ha niente di accogliente quel caldo e bagnato, niente a che vedere con gli invitanti approdi che gli hanno dato asilo per tutta la notte.

Appena trovato il coraggio di portare le dita nel suo orizzonte visivo, deve tenere a bada il tremito. Lo investe una cascata di pugnali. Le falangi sono rosse come se le avesse intinte in un secchio di vernice e, quando volge lo sguardo verso il basso, si trova affondato in una palude vermiglia. Ma c’è dell’altro, lì accanto, a galleggiare nel miasma purpureo, una borsa del ghiaccio che ormai ha perso d’efficacia. Probabilmente era a contatto con la superficie sofferente.

Inizia a capire. La sua mente si rifiuta di accettare la verità che si fa largo a spallate tra la folla di dubbi fino a mostrarsi per quella che è, fino a fissarlo dritto negli occhi. È spossato, la testa martella, una nausea profonda gli fodera l’ultimo tratto dello stomaco. Ragiona e cerca di imporre un ritmo al respiro. Si obbliga a recuperare il controllo, come sa fare nelle situazioni più difficili. È addestrato a questo, dopotutto, e le tecniche iniziano a funzionare.

Ripercorre l’irregolarità della ferita, un taglio di parecchi centimetri, quindici, venti, forse più, troppo lungo e ruvido per essere gestito con tranquillità e freddezza.

Si blocca. Ma la razionalità vince il duello. Afferra la prima cosa morbida che gli capita a tiro – il cuscino – e se la preme sulla parte dolente. Altre fiammate sul fianco.

La sensazione di stordimento è persistente; gli alcolici non sembrano la sola causa, c’è dell’altro, droga, sonniferi, qualcosa che ha assunto inconsapevolmente, mischiato ai troppi calici che si è buttato nello stomaco con quella leggerezza che non gli appartiene. Una semplice sbornia non è così estraniante.

Si guarda intorno; cerca di capire se è solo nella stanza e prova a riordinare le idee. Il silenzio sembra confutare questa ipotesi. Non ci sono pericoli immediati.

Riesce a guadagnare il bagno con le movenze di chi ha le gambe farcite di cemento e l’accensione della luce lo catapulta in un incubo ancor peggiore. Prima di scorgere il suo volto riflesso, lo colpisce la scritta sullo specchio, con lettere tracciate a rossetto.

È stato troppo facile. Pensaci, mi sono presa un souvenir… Oggi un rene, domani chissà, magari il cuore…

Sei andato fortissimo!

I love you, Minotauro! XXX

“Puttana!”, si lascia sfuggire a denti stretti, picchiando il pugno sul lavandino e accusando l’ennesima fitta che gli strappa un gemito soffocato.

Quello che gli appare davanti, girandosi leggermente di lato, conferma ogni sua supposizione: sulla schiena lorda di sangue ha un terribile e lungo solco, suturato in modo approssimativo.

Con il capo chino ripercorre mentalmente le ultime ore di quella notte folle. Plenilunio di trasgressione dissennata. Emozioni artificiali forti come non ne provava da tempo. Ne aveva bisogno, visto il periodo.

Non ci sarebbe stato niente da rimpiangere se il risveglio non fosse stato dritto nella sala d’attesa dell’inferno.

Il tampone improvvisato sembra sortire l’effetto desiderato, almeno lo separa momentaneamente dall’orrore.

Un pesante jetlag da smaltire che non permette alla concentrazione di fare il suo dovere. Tutto annacquato, diluito nel miasma di sensazioni che ottenebrano i ragionamenti.

L’estraneo nello specchio non sorride, ma sembra rimproverarlo.

Si trova a scrutarsi senza riconoscersi. Non gli appartengono quei lineamenti vibranti di angoscia, incisi sulla pelle diafana. Mai sentito così fragile, vulnerabile, umiliato e ferito nell’orgoglio più che nel corpo. Ultimamente sta capitando troppo spesso. Batte un nuovo e più vigoroso pugno sul lavandino. Altra stilettata fulminante.

Quella maledetta indagine l’ha trasformato in un fantasma a caccia di suoi simili. Ha perso molto sangue, sta uno schifo, ma non quanto avrebbe immaginato con un rene in meno, scippato così, come un portafoglio sull’autobus.

Riordina le idee nel caos di considerazioni e paure che gli sono scoppiate nel cervello, portandosi automaticamente un sigaro alla bocca. Lo lascia penzolare spento e, quando pensa di accenderlo, capisce che non è una buona idea. Anche se la testa è uno shaker in cui hanno appena sbattuto una decina di ingredienti a caso, la razionalità inizia a funzionare.

Una luce comincia a farsi largo nel buio delle insicurezze che lo divorano: in quel plenilunio di follia si è abbeverato alla fonte del male, distillando l’antidoto al veleno respirato negli ultimi anni.

Tra le lettere rosse e sbavate incise sullo specchio appare un ghigno che lui stesso rinnega.

Ora il male a cui sta dando la caccia ha un volto, un corpo, una voce, e quella sadica e fanciullesca ironia che in fondo lo fa rabbrividire.

I suoi effetti personali sono lì dove li ha lasciati.

Afferra il telefono senza mollare la presa dal cuscino.

Qualche squillo a vuoto, poi…

“Pronto…”

“Puglisi…”

“Capo? Ma che ore sono? Che succede? Tutto bene?” La voce è impastata dal sonno.

“No. Un cazzo. Vieni a prendermi, subito, ti mando l’indirizzo!”

“Commissario?”

“Sbrigati, è un’emergenza… Vieni solo”.

“Sto arrivando”.

Una manciata di minuti dopo Puglisi è nella stanza, fisso come una statua. Barba e look sfatti. Non parla, non fa domande. Espressione imperscrutabile, con i lineamenti induriti e gli occhi che sembrano quelli di un manichino. Non cede a nessuna emozione. Nessuna curiosità. Nemmeno dinnanzi a una situazione paradossale come quella. Una volta accertata l’assenza di pericoli, fa sparire la pistola.

Trovare il suo capo ridotto a merda in una squallida stanza di motel, mezzo nudo e grondante sangue e vergogna, non gli cambia una virgola sullo spartito delle certezze. L’ammirazione e la devozione che nutre nei confronti di quel derelitto seduto sul bordo del letto restano integri come l’imene di una vergine. E qualunque cosa adesso gli racconterà non sposterà gli equilibri di un centimetro. Lui lo sa bene,...



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