E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: add saggistica
Magnone L'Europa in viaggio
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-6783-266-8
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Storie di ponti e di muri
E-Book, Italienisch, 208 Seiten
Reihe: add saggistica
ISBN: 978-88-6783-266-8
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Ponti e muri sono due idee di Europa (e di mondo): una focalizzata sulla paura, il bisogno di sicurezza e di nemici, e l'altra che aspira a un luogo che risponde al bisogno di futuro e di essere comunità capace di accogliere e di essere vicina a tutti. Il libro si apre con un reportage dalla Norvegia, con le testimonianze di alcuni sopravvissuti agli attentati di Oslo e Utoya del 22 luglio 2011. Capitolo dopo capitolo, ci saranno storie di muri e di ponti, di campi di battaglia diventati luoghi di incontri, di viaggi e di scambi Erasmus. Storie di generazioni di giovani che di quella passione hanno fatto un lavoro. Ci sarà spazio per un excursus storico e culturale che spiegherà come si arrivò al Manifesto di Ventotene e all'idea di un'Europa unita cercando risposte inclusive per un mondo da poco uscito dalla guerra, avviando un nuovo processo di integrazione tra Stati. Non mancheranno storie e riflessioni sui fallimenti dell'Europa, Brexit e Gilet gialli, sulla violenza dei discorsi d'odio sui social e nella vita reale, ma ci saranno anche le testimonianze di chi si impegna in buone pratiche in ambito culturale e sociale nel cuore e ai confini del continente. La chiusura ci riporterà a Utoya, e al racconto in presa diretta di un campo estivo otto anni dopo l'attacco terroristico, con le nuove generazioni, quelle che possono costruire una nuova Europa sconfiggendo il tempo dei muri.
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Da dove partiamo
Questo libro è nato in autostrada. Non ricordo il punto preciso, ma ricordo che stavo guidando di ritorno dal Festivaletteratura di Mantova. Era settembre del 2018. Di fianco a me c’era Fabio Geda, con cui avevo condiviso così tanti viaggi per portare in giro i libri scritti assieme, o fare ricerche su quelli a venire, da perdere il conto.
Ed è nato perché ho un problema: quando viaggio non so stare zitto e godermi semplicemente la strada o la musica. Proprio non ne sono capace. Fin da piccolo – da quando i miei mi confinavano sul sedile posteriore della station-wagon di famiglia insieme ai bagagli per la montagna – ho sempre sentito la necessità, il bisogno di riempire il silenzio di parole. Come fosse un modo per non sprecare tempo.
E così anche Fabio si era dovuto abituare alle mie chiacchiere senza fine sugli argomenti più diversi. Sport. Musica. Cibo. Vacanze. Alla fine però soprattutto con lui – per via del nostro lavoro – mi capitava di tornare a parlare sempre di massimi sistemi.
Argomenti come la pace nel mondo, i cambiamenti climatici, la globalizzazione, la speculazione economica e finanziaria, le disuguaglianze tra chi ha troppo e chi troppo poco. Convinto di poter trovare una qualche soluzione prima della sosta in autogrill, o dell’uscita al casello.
Perché mi comportavo in questo modo è presto detto: da una parte non mi sembrava vero di poter abitare il piccolo mondo dorato della narrativa per ragazzi. Un mondo di cui amavo – e ovviamente amo ancora oggi – tutto. Immaginare vite che non sono la mia. Trasformarle in avventure ed emozioni scegliendo le parole più esatte per farlo. Incontrare i ragazzi nelle scuole, e uscire ogni volta contagiato dal loro sincero entusiasmo. Partecipare ai festival, dove rivedere colleghi ormai diventati amici. Dall’altra parte però, c’era anche il resto del mondo. Che spesso si declinava in varianti di una stessa parola: crisi. C’era la crisi economica e c’erano le crisi umanitarie. Ma c’era anche la crisi ambientale e quella sociale. C’erano le crisi politiche e di governo. Crisi industriali e culturali. Sembrava che tutto fosse una crisi.
«Esiste la bellezza ed esiste l’inferno degli oppressi, e per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi», così ha scritto Albert Camus, e anche a me – nel mio piccolo – sarebbe piaciuto provare a fare lo stesso, a dare una mano. Ma come? Certo, facevo una volta ogni tanto una donazione a qualche organizzazione umanitaria o ente benefico, e sarei potuto essere più generoso, ma sarebbe stato sufficiente? Avrei anche potuto dedicare un po’ del mio tempo a una qualche forma di volontariato, ma non ho mai avuto grande fiducia nelle mie competenze pratiche.
E così le mie chiacchiere, dopo aver disegnato grandi giri, finivano per tornare al punto di partenza senza mai essere arrivate a nulla. Di solito Fabio ascoltava e cercava di interagire infilandosi nelle saltuarie pause che gli concedevo, finché il mio monologo non arrivava alla fine.
Quella volta però, per qualche motivo, no.
«Se davvero vuoi sentirti utile» ha detto, «perché non usi le storie?»
«…»
«Scrivi qualcosa.»
«Un romanzo?»
«Non per forza.»
«E su cosa?»
«Quello che vuoi» ha detto scrollando le spalle, «qualcosa cui tieni in modo particolare, qualcosa che magari possa tenere assieme anche il resto.»
Ecco, un primo risultato l’aveva già ottenuto. Era riuscito a farmi tacere di colpo.
Usare le storie. Ho iniziato subito a ragionare tra me e me. Bello, ma in che modo? Io fino a quel momento avevo scritto solo narrativa. Affrontare qualcosa che non fosse un romanzo mi spaventava al solo pensiero. Da dove partire? Forse da qualcosa che spesso ripetevo ai ragazzi durante gli incontri: che le buone storie non sono quelle che ci danno una risposta uguale per tutti. Quelle che vogliono farci la morale, insegnarci per forza una lezioncina. Io ovviamente non volevo niente di tutto questo. Però. Però qualcosa nella mia testa si era messo in moto, e ormai sarebbe stato impossibile fermarlo.
Continuando a ripensarci anche nei giorni successivi, mi è venuta in mente un’altra cosa di cui di solito parlo con i lettori: che le buone storie si possono riconoscere dalla capacità di farci smettere i nostri panni, per infilarci in quelli di qualcun altro. Portandoci così a guardare il mondo da nuovi punti di vista, interrogandoci con domande che hanno a che vedere con quello che ognuno di noi farebbe in una certa situazione o in un’altra. È così che le storie – fin dai tempi in cui venivano raccontate attorno a un fuoco a voce alta – ci permettono di creare qualcosa di più grande di noi. Qualcosa capace di tenerci assieme, nonostante le differenze tra ognuno, e in cui riconoscerci. Questo qualcosa è quello che chiamiamo comunità. E girandoci attorno, come uno squalo con una preda, a un certo punto mi si è accesa una luce.
Forse avevo trovato la mia storia.
No. L’avevo trovata di sicuro.
«L’Europa» ho detto a Fabio appena ci siamo rivisti qualche tempo dopo.
Questa volta è stato lui a non dire nulla, non capendo di cosa stessi parlando.
«Potrei scrivere un libro sull’Europa!»
Mi ha fissato per qualche secondo.
«Accidenti, è una bella sfida» ha poi detto annuendo. «Te la senti?»
Certo che me la sentivo. Sapevo che stavo per imboccare un sentiero stretto e dal fondo scivoloso. Perché da un po’ di tempo l’Europa non è uno di quegli argomenti che vanno esattamente di moda; anzi, è qualcosa che sa mettere d’accordo tutti soltanto quando si tratta di raccogliere accuse e critiche tanto da destra quanto da sinistra. E poi perché Europa vuol dire tutto e niente. Vacanze studio all’estero. Storia. Geografia. Corsi di lingua. Politica. Economia. La Champions League. Gli attentati durante le feste. Ma anche arte, e letteratura, e chissà che altro. Eppure sapevo che era la storia giusta.
Un po’ perché capace di tenere tutto assieme, come aveva detto Fabio: ovvero di contenere dentro di sé le sfide più grandi del nostro tempo. Sfide con molte domande – capaci di mettere ognuno di noi alla prova, come individui e gruppi – e poche risposte. Ma soprattutto perché fin da ragazzino – da quando avevo sentito parlare per la prima volta di questo insieme di Stati che-non-è-uno-Stato-ma-che-ci-prova-e-forse-un-giorno-ce-la-farà-però-chissà – mi aveva fatto simpatia. Sapeva di certe avventure sgangherate come quelle in cui mi imbarcavo con i miei amici. Mi aveva divertito l’idea che ci fosse un inno unico per popoli che abitano vicini, ma che non parlano nemmeno la stessa lingua, e intrigato quella di una bandiera in cui le stelle, simbolo degli Stati membri, erano disposte in cerchio. Mi ricordava Re Artù e i Cavalieri della Tavola Rotonda. Poi c’era il fatto che di questa Europa si parlava spesso, ma nessuno sapeva bene dove iniziava o finiva; così come sembrava essere dappertutto e da nessuna parte. E questa cosa, per un ragazzino cresciuto in una provincia dove non capitava niente di nuovo forse dal Medioevo, dove tutto sembrava essere già deciso e successo, era più che sufficiente ad accendere il potente motore dell’immaginazione.
Il problema a questo punto era cosa avrei potuto scrivere dell’Europa, e come avrei potuto farlo. Di certo non volevo scrivere un libro sulla sua storia. Sia perché non ne sarei stato in grado, sia perché sono convinto non ci sia mai una singola storia da raccontare, un unico modo di guardare le cose. Quindi – tanto per cominciare – sarebbe dovuto essere un libro al plurale, con diverse storie che vi si muovevano dentro.
Ma quali?
Quelle – è la soluzione cui sono arrivato dopo una lunga sfilza di alternative presto cestinate – in grado di raccontare il suo viaggio come l’avvicendarsi tra due opposte visioni di mondo.
Da una parte quella di chi crede che ciò che accomuna tra loro gli esseri umani sia più importante di ciò che li divide, e quindi si adopera per costruire ponti che li uniscano. Una visione che ha dato vita a molti movimenti artistici e letterari. Ma anche filosofici, uno su tutti l’Illuminismo. E politici, come l’idea stessa di un’Europa unita, per l’appunto.
Sul fronte opposto c’è chi invece è dell’opinione che le differenze siano più significative delle analogie, quindi si dà un gran daffare nel tentativo di alzare muri per raggruppare simili ed escludere tutti gli altri. È così che nel corso della storia sono scoppiate guerre, sono state giustificate persecuzioni, e sono cresciuti muri come quello di Varsavia nel 1940, quello di Berlino nel 1961, e molti altri ben più recenti.
Dal momento che nessuna delle due parti è mai riuscita ad affermarsi sull’altra una volta per tutte, oggi l’Europa si ritrova nuovamente contesa. Ma forse stavolta – molto più che in passato, quando i comuni cittadini avevano poche armi da opporre alla volontà dei governanti – a indirizzare la scelta di quale strada imboccare potranno essere le singole persone. Con le loro voci. Con le loro storie. Con il loro esempio.
Ecco perché il libro che ho scelto di scrivere sarà un libro di persone. Di persone e di viaggi. Non solo perché è nato su un’autostrada, ma perché continuerà a viaggiare, seguendomi per incontrarle in luoghi a volte lontani a volte vicinissimi.
A proposito di questo, per cominciare a parlare di Europa, la prima cosa che farò sarà uscire dai confini dell’Unione Europea e andare in Norvegia: dove, appena a nord di Oslo, c’è un’isola,...




