E-Book, Italienisch, 174 Seiten
Mamet Note a margine di una tovaglia
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7521-802-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Scrivere (e vivere) per il cinema e per il teatro
E-Book, Italienisch, 174 Seiten
ISBN: 978-88-7521-802-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Scrittore, sceneggiatore, regista, David Mamet è una delle figure più versatili e talentuose del cinema e del teatro americani contemporanei. Note in margine a una tovaglia è una raccolta di saggi eclettica quanto il suo autore, in cui ricordi di infanzia, aneddoti familiari, esperienze vissute al tavolo da poker o in sala da biliardo vengono liberamente giustapposti ad appassionati interventi polemici sul mestiere del drammaturgo e dell'attore, brillanti riletture di Cechov, riflessioni sul rapporto fra i valori politici e il mondo dell'entertainment. Che si tratti del surreale reportage dal set di un film d'azione o di una decostruzione sociologica della Notte degli Oscar, Mamet si rivela un osservatore acutissimo delle dinamiche del mondo del cinema e del teatro, e degli individui che lo abitano. Per lui il mestiere del drammaturgo, se da un lato si basa su una tecnica precisa e rigorosa, dall'altro è permeato di un altissimo valore etico: chi sceglie di scrivere per il teatro - e di conseguenza di vivere per il teatro - sceglie di essere testimone della verità; sceglie di esercitare in ogni momento l'onestà e la coerenza sia nelle proprie azioni che nella rappresentazione estetica del mondo. Ecco la preziosa lezione che, nella teoria e nella pratica, ci consegna questa originalissima raccolta di saggi, riportata da minimum fax in libreria in una nuova edizione.
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RADIODRAMMI
La domenica sera andavamo in visita. Tornando a casa in macchina ascoltavamo la radio. Era buio e attraversavamo le praterie appena fuori Chicago. Andava in onda “Suspense” della CBS, oppure “Il vostro affezionato Johnny Dollar: l’uomo che ha un milione di dollari in conto spese”. E il viaggio verso casa finiva sempre troppo presto; rimanevamo in macchina finché papà non ci buttava fuori; volevamo sentire come andava a finire la storia, volevamo che il viaggio non terminasse mai e che continuassimo ad andare in mezzo alle praterie e ad ascoltare le voci familiari.
Ma entravamo in casa.
Non ci veniva mai in mente di accendere la radio dentro casa. Eravamo la prima generazione televisiva. Papà era orgoglioso del televisore e noi crescemmo considerando la radio qualcosa di , qualcosa da usare per ottenere informazioni o per arricchire il nostro bagaglio culturale, ma non per divertirci.
Siamo cresciuti con gli slogan che sentivamo ripetere dai nostri genitori e dai loro amici, enigmatiche parole d’ordine della loro giovinezza: “Boston Blackie, nemico di chi se lo nemico, amico di chi non ha amici”. “Chi conosce il male che si nasconde nel cuore degli uomini? L’...” (Che magnifica trasposizione apocrifa.) “busters...!”3 “La ragazza dell’Ohio troverà la felicità...” E così via.
Avevo scritto un pezzo intitolato “The Water Engine”. Era ambientato a Chicago nel 1933, durante l’Esposizione del Secolo del Progresso, ed era la storia di un giovane che aveva inventato un motore funzionante unicamente ad acqua.
Lo scrissi sotto forma di racconto e venne rifiutato da molti periodici. Lo riscrissi come copione cinematografico e fu rifiutato da vari studios. Lo gettai nel cestino della carta straccia e, più tardi, quel giorno stesso, qualcuno mi presentò a Howard Gelma, il produttore della Earplay, una società che commissiona, produce e distribuisce radiodrammi per conto della rete National Public Radio.
Howard conosceva i miei lavori teatrali dai tempi di Chicago. Mi chiese se volevo scrivere per la radio e gli dissi di sì, me ne andai a casa e tirai fuori “The Water Engine” dal cestino.
La Earplay ha prodotto altri miei lavori: “Reunion”, “A Sermon” e “Prairie Du Chien” Scrivendo per la radio ho imparato molto sulla scrittura drammaturgica.
Bruno Bettelheim, nel , scrive che la fiaba (e questo vale anche per il Dramma) ha la capacità di calmare, stimolare, lenire e, in ultimo, , perché l’ascoltiamo in modo non critico, identificandoci nel conscio (ossia non criticamente) col protagonista.
Quello che ci consente l’identificazione, secondo Bettelheim, è il fatto che il protagonista e le non sono caratterizzati al di là degli elementi essenziali.
Quando ci viene detto, ad esempio, che un Bellissimo Principe entra in un bosco, sappiamo che il Bellissimo Principe siamo Non appena il principe assume caratteristiche precise, “Un Bellissimo Principe Biondo dagli occhi scintillanti e con appena un accenno di baffi sul labbro superiore... ”, se non abbiamo i capelli di quel colore, lo scintillio e tutto il resto, diciamo: “Che principe interessante. Naturalmente, non somiglia a nessuno che conosco...”, e prestiamo ascolto alla storia con atteggiamento critico invece che partecipe.
Il compito fondamentale del dramma (e della fiaba) è quello di offrire una soluzione a un problema che non può essere sottoposto alla ragione. Per essere efficace, il dramma deve indurci a sospendere ogni criterio razionale e a seguire la interna all’opera, per ricavare piacere (la nostra “terapia”) dallo scioglimento finale. Partecipiamo con più gioia al processo di che alla conquista intellettuale che ci deriva dall’aver osservato il procedimento di costruzione dell’opera.
L’esempio migliore per questo genere di dramma è la Storia attorno al fuoco del bivacco.
Quando sentiamo “...la brughiera spazzata dal vento”, pensiamo immediatamente a un’immaginaria brughiera ideale. E la brughiera a cui pensiamo non è perfetta “in generale”, ma solo in rapporto all’idea che il subconscio si è fatto della brughiera .
Ecco perché la radio è un ottimo allenamento per il drammaturgo. Più di qualunque altro mezzo teatrale insegna allo scrittore a concentrarsi sulle cose essenziali, perché chiarisce immediatamente che le persone o la scena significa prender tempo rispetto alla storia, e quindi indebolirla. Lavorando per la radio ho imparato come funzionano le grandi opere drammatiche: esse lasciano che sia il pubblico a rimpinguare i personaggi, il luogo e soprattutto l’azione. Solo rifuggendo dal desiderio di possiamo capire il modello dell’opera perfetta.
Il modello dell’opera perfetta è la barzelletta sporca.
“Due tizi entrano in una fattoria. Dentro c’è una vecchia che rimesta una pentola di zuppa”.
Com’è la donna? Che aspetto ha la casa all’interno? Perché la donna rimesta la zuppa? È assolutamente ininfluente. Chi racconta barzellette sporche tende alla battuta finale e noi sappiamo che ci darà solo le informazioni che dirigono l’attenzione la battuta finale, perciò ascoltiamo con attenzione e riconoscenza.
Un buon lavoro teatrale non dà indicazioni sceniche. È un’interazione tra gli obiettivi dei personaggi e si esprime tramite quel che si , non tramite ciò che l’autore dice di loro. Migliore è l’opera, più sarà adatta a essere trasmessa per radio. Mandate in onda , , , , e che cosa vi perdete? Niente.
L’assenza di elementi puramente descrittivi il piacere che si può trarre da uno spettacolo. (Ed ecco un consiglio che, fino a quando avrò un pulpito da cui parlare, do a chi inizia a scrivere per il teatro. Prendete esempio dalla radio: non date indicazioni per la messa in scena. Se non è evidente cosa un personaggio sta cercando di ottenere pronunciando una battuta, spiegare come l’ha detta o chiarire se è andato o no verso il divano non è di alcun aiuto. Forse capiremo meglio le del personaggio, ma questo non ci granché.)
Nel un giovane artista chiede a Stanislavskij come, messo di fronte alle migliaia di possibilità che si offrono sulla scena a chi recita, lui riesca ogni volta a fare la scelta giusta, quella in grado di far progredire lo spettacolo. Stanislavskij risponde che una volta, navigando sul Volga a bordo di un vaporetto, si era avvicinato al capitano e gli aveva chiesto come, messo di fronte alle migliaia di decisioni che implicava la navigazione di un fiume così pericoloso, riuscisse ogni volta a fare la scelta giusta. E ci dice che il capitano rispose: “Seguo la corrente”. E così Stan risponde al giovane attore: “Segui la corrente e non sbaglierai. Le tue scelte non saranno ‘in astratto’, ma serviranno alla storia, perciò saranno sicuramente giuste”.
Scrivere per la radio costringe e a seguire la corrente, vale a dire la La è tutto ciò che compete al teatro, il resto è solo involucro: questa è la lezione che impartisce la radio.
Una volta Stan Freberg, uno scrittore diabolicamente ricco d’inventiva, scrisse uno spot radiofonico per pubblicizzare la radio che consisteva in un dialogo tra un pubblicitario televisivo e uno radiofonico. Il dirigente radio dice: “Senti la mia idea per lo spot: prendi il lago Michigan e lo prosciughi. Uno stormo di bombardieri della Royal Canadian Air Force lo sorvolano, imbottiti di panna montata. Fanno cadere la panna montata nel lago fino a riempirlo. Un elicottero enorme vola in cerchio intorno a Chicago trasportando una ciliegia da quarantacinque tonnellate e la lascia cadere sulla panna montata, mentre le cime dei grattacieli di Chicago esplodono dipingendo il cielo della sera con fuochi d’artificio che coprono tutto l’orizzonte. Adesso prova a farlo in tv”.
Checché ne dicano nei teatri di Broadway, la miglior produzione è quella . La produzione migliore avviene nella mente di colui che guarda.
A noi, in quanto pubblico, ci va meglio una scritta che dice UNA LANDA DESOLATA di tutta la tecnica cinematografica del mondo. Dire “tecnica cinematografica” è come affermare: “Faceva arrivare i treni in orario”.
Testimonia la tendenza fascista del cinema degli ultimi dieci anni.
Ti è piaciuto il film?
Tecnicamente era eccezionale.
Va bene, e allora? Anche Hitler aveva una cinematografia fantastica. La domanda che abbiamo smesso di farci è: “Quella tecnica cinematografica eccezionale o fantastica è messa al servizio di ?”
La “tecnica cinematografica” è stata la morte del cinema americano e la “produzione” la morte del teatro americano.
o 4 sono parole in codice che stanno per . è un termine inventato da quelli che venivano chiamati “angeli”5 quando bazzicavano il teatro per incontrare le ballerine di fila e che adesso si chiamano...




