E-Book, Italienisch, 183 Seiten
Reihe: Nichel
Mandracchia Don Chisciotte in Sicilia
1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-424-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 183 Seiten
Reihe: Nichel
ISBN: 978-88-3389-424-9
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
/1986 è nato ad Agrigento. Ha scritto per il cinema, la pubblicità e l'editoria scolastica. I suoi primi due romanzi sono Guida pratica al sabotaggio dell'esistenza (Agenzia X 2010) e Vita, morte e miracoli (Baldini & Castoldi 2014)
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1
La poesia della bambina
Dicono che tutto iniziò con l’inaugurazione di un cartello stradale alla contrada Vivi, appena fuori dal paese.
Lillo Vasile, vedovo settantottenne, professore d’italiano in pensione, era sempre stato un grande lettore di gialli con una predilezione per quelli con protagonista il commissario Salvo Montalbano. Non faceva che leggerli e rileggerli, consumando le pagine di quei libriccini dalla copertina blu, tanto che la sua domestica gli diceva sempre che avrebbe finito per rovinarsi la vista inchiodato com’era a quella poltrona in mezzo alla penombra del salotto. Aveva la stanza piena di libri, di vecchie foto incorniciate, di oggetti e oggettini strani che pretendeva dovessero essere spolverati al meglio nonostante l’unica ad averli acquistati e amati, la moglie Benedetta, avesse lasciato il mondo già da otto anni. Così la domestica la trovava soltanto un’angheria bella e buona, una tortura che ormai poteva pure risparmiarsi, se quel vedovo rinsecchito non avesse avuto la testa dura peggio del tufo.
«Lei ci teneva», diceva ogni volta Vasile.
Testa dura, ma non così dura da resistere al solletico del tempo: capitava di trovarlo in piedi in una stanza a cercare di ricordare perché vi fosse entrato, ripeteva le stesse domande e le stesse frasi più e più volte, tormentando la domestica e la nipote delle due domeniche, detta così perché lo andava a trovare soltanto due giorni al mese, sempre la domenica e sempre chiedendogli soldi.
«Mi sono fatto vecchio», commentava Vasile quando si accorgeva di quei suoi inciampi.
La domestica allora indicava a volte la libreria a volte un libro posato sulla poltrona o su una sedia o sul tavolo della cucina o sul comodino accanto al letto.
«Signor Vasile, lei non è che è vecchio, è solo che fa sempre la stessa cosa. E quando uno fa sempre la stessa cosa finisce che poi si rimbecillisce, và».
In quegli anni le giornate passavano così: la domestica che spolverava, lavava, stendeva, stirava, cucinava pranzo e cena e Vasile che leggeva e leggeva e leggeva. Qualche volta suonava improvviso il citofono e, se non era la nipote delle due domeniche, dopo un po’ la domestica entrava nel salone e diceva il nome di quei due, tre amici che erano rimasti all’uomo a dispetto del proprio eremitaggio e della mortalità altrui.
«È il signor Ninfarosa», annunciava, «dice se vuole andare alla piazzetta».
«È il signor Geraci. Dice se vuole farsi una partita a scopone».
A quel punto, Vasile, senza staccare gli occhi dal libro, alzava l’indice e lo faceva oscillare nell’aria. La domestica sospirava e tornava al citofono per dire che no, non c’era niente da fare, voleva continuare ad ammuffire da solo, forse qualche altro giorno, chi lo sa.
Poi rientrava nel salone.
«Lei ormai è cosa di Villa Gioiosa», gli diceva.
«Io sono di casa mia, non delle carceri».
«Villa Gioiosa non è un carcere: è una casa di riposo per quelli come a lei».
Ogni tanto Vasile, soltanto per non sentirla, si convinceva e usciva da casa.
Lento lento, guardando i suoi passi con la testa altrove, percorreva il vialetto sterrato fino al cancello, portandosi comunque sotto il braccio un libro come un amuleto o un animale domestico, e raggiungeva i suoi amici: Attilio Ninfarosa, un tempo un pessimo odontotecnico, che si vantava di fare ancora conquiste amorose giù in paese dove non scendeva quasi mai; Fofò Geraci, ex postino tristemente famoso per la sua alitosi, e infine Mimmo, muto e immobile come una statua incastrata in una carrozzella.
Nei mesi caldi si ritrovavano nella piazzetta invasa dalla luce perché c’erano solo palme secche e malconce – a più della metà non era rimasto che il fusto, le vaste chiome stroncate dal punteruolo rosso – e tra loro e gli altri vecchi della contrada si era venuta a creare una costante guerra di posizione per aggiudicarsi l’unica panchina con l’ombra migliore. Quasi sempre era il loro quartetto a spuntarla.
Restavano lì per qualche ora e discutevano sempre delle stesse cose nella nuvola delle sigarette accese dalla badante di Mimmo, una donna che non si capiva bene da dove venisse e che aveva tante di quelle consonanti nel nome che era impossibile chiamarla, così avevano deciso per Anna. Ogni tanto, quest’Anna se ne usciva con una frase, forse giusto per sentire la propria voce e ricordarsi di esistere. Di solito la frase era sempre la stessa e non si capiva mai se fosse riferita al terzetto o agli uccelli che schiamazzavano appollaiati sui fili della luce.
«Parlano fra loro», diceva.
Poi si asciugava la fronte con il polso, faceva un tiro e spingeva la carrozzella di Mimmo in modo da farle riguadagnare l’esile striscia di ombra.
Anche quella mattina d’inizio settembre, la mattina dell’inaugurazione della targa, Anna aprì la bocca per ripetere la solita frase, ma subito dopo ne aggiunse un’altra:
«C’è musica».
Fofò Geraci regolò i fruscii dell’apparecchio acustico, annuì e disse che doveva essere quello che vendeva i gelati.
«E che li vende, sulla statale?», ribatté Ninfarosa, che aveva invece mantenuto un udito sorprendente.
Mimmo rimase imperturbabile, un filo di bava che gli pendeva dalle labbra viola, le mani contratte sui braccioli della carrozzella.
Discussero a lungo sulla questione, mentre guardavano i bambini che sembravano fatti d’amianto rincorrersi su e giù per la piazzetta e in un angolo i ragazzini che fumavano appoggiati ai loro sgangherati ciclomotori, poi decisero di andare a vedere.
Soltanto Vasile rimase seduto sulla panchina, a leggere da uno dei soliti libriccini blu con la faccia quasi attaccata alle pagine aperte. Quella mattina lui e la domestica non erano riusciti a trovare i suoi occhiali da presbite perché non ricordava dove cavolo li avesse poggiati.
«A tia aspettamu», disse Geraci.
Vasile sentì il tanfo del suo alito prima delle parole e sollevò la testa con quei quattro ciuffi bianchi incollati sopra dal sudore.
«Per far che?»
«Ni facemu ’na gitarella. Amunì».
Vasile sbuffò.
«Di nuovo con questa gita? Vi ho detto che non m’interessa di andare a Tindari. Non mi voglio ritrovare con pentole e altre corbellerie».
«Chi Tindari e Tindari? Stiamo andando alla statale a vedere chi c’è. Attilio disse che forse è una cosa fatta dal comune, ci parsi di averla letta da qualche parte».
Geraci parlava all’amico cercando di tenere bassa la voce, per non farsi sentire dai vecchi seduti sulla panchina più vicina.
«Non vi è più niente di importante alla mia età».
«Magari ci danno da mangiare cose buone», disse Ninfarosa.
«E che m’importa? Mangio quattro cose messe in croce. Mi manca solo di morire».
«Non dire d’accussì. Siamo ancora nel fior fiore, bello mio. Lo sai con chi ho diviso la notte passannaieri? Eh? Lo sai?»
«Con il tuo catetere».
Ninfarosa ci rimase male e ripeté la domanda a un’imbarazzata Anna, mentre Geraci tornava all’attacco con l’amico riottoso.
Vasile batté un dito sul libriccino ancora aperto. Nessuno gli disse che ora lo teneva rovesciato al contrario, l’arlecchino in copertina pericolosamente a testa in giù.
«E poi voglio scoprire chi è il fituso che ha ucciso questa bella signorina. Hanno usato un revolver! Mezza faccia le hanno portato via!»
Sentirono dei clacson e la musica che si alzava di volume e adesso sì, sembrava proprio suonata da una banda.
Allora Anna stupì tutti piegandosi sulle ginocchia in modo da poter stare viso a viso con Vasile e posandogli sul braccio smunto la mano che non stringeva la sigaretta.
«Fai questo per me. Io non può sposta signor Mimmo, tu vai e dopo dici a me cos’è».
«Debbo terminare il romanzo».
«Quel libro lo avrai già letto centinaia di voti», disse Ninfarosa, «fu sicuru u maggiordomo».
Vasile alzò l’indice ossuto.
«In Montalbano non è mai il maggiordomo. Se li leggessi, sapresti che sono scritti un po’ meglio di certa sozzeria che c’è in giro».
«Ti prego», gli disse Anna, «fai questo per me».
Vasile sollevò le spalle.
«E va bene. Anche se so già che me ne pentirò», disse. «Ma tu spegni quella sigaretta puzzolente».
I due amici lo aiutarono ad alzarsi, perché a volte le ginocchia gli diventavano molli, e insieme s’incamminarono a braccetto in direzione dello stradone, sotto lo sguardo amorevole di Anna e quello incuriosito degli altri vecchi, fino a quando non si fermarono in quel caldo infernale al riparo di un tendone che era stato montato in uno slargo.
Ai piedi di una collina di pietra bianca, vicino a un rettangolo coperto da un grosso telo, c’era il sindaco del paese con la fascia tricolore assieme ad altri colleghi in giacca e cravatta. Un altro sparuto gruppetto di persone, soprattutto giornalisti con microfoni e videocamere, ciondolava lì attorno. E dietro a tutti la banda musicale con gli ottoni che scintillavano alla luce del sole.
I tre amici si sistemarono su delle seggiole di plastica che scottavano, mentre da un pulmino scendevano gli ospiti di una casa di riposo.
Vasile stava seduto a braccia conserte e con la faccia seccata.
«Facisti bonu», gli disse Geraci.
L’altro bofonchiò qualcosa, ma il sindaco cominciò a parlare dentro un megafono che fischiava come un’allodola...




