E-Book, Italienisch, 145 Seiten
Reihe: Capire con il cuore
Marsigli Stop all'ansia sociale
1. Auflage 2018
ISBN: 978-88-590-1743-1
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Strategie per controllare e gestire la timidezza
E-Book, Italienisch, 145 Seiten
Reihe: Capire con il cuore
ISBN: 978-88-590-1743-1
Verlag: Edizioni Centro Studi Erickson
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Psicologo e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Ha conseguito la certificazione in Schema Therapy ed è membro dell'International Society of Schema Therapy (ISST). È direttore didattico, docente e supervisore per la Scuola di Psicoterapia dell'Istituto di Psicologia e Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva di Firenze (IPSICO).
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
Capitolo secondo
Le origini dell’ansia sociale
Alice Fiesoli, Elena Grassi e Francesco Lauretta
Perché tutti gli esseri umani vogliono fare bella figura e hanno paura di essere rifiutati?
| L’ansia sociale ha origini nel nostro lontano passato |
Per ragioni evoluzionistiche legate alla sopravvivenza, gli esseri umani tendono a ricercare apprezzamento e accettazione, e temono di essere rifiutati e allontanati. La ragione alla base di questi comportamenti è che, all’epoca dei nostri antenati, vivere in gruppo era essenziale per aiutarsi reciprocamente a cacciare, a procurarsi il cibo, a crescere i figli e a difendersi dai pericoli: in altri termini, condividere e cooperare con gli altri membri del gruppo significava sopravvivere. Per lo stesso motivo, finire per essere esclusi e allontanati costituiva un rischio concreto per la propria sopravvivenza. Il nostro cervello si è perciò evoluto identificando come una grave minaccia l’eventualità di essere respinti, emarginati, dimenticati. Il fatto di stare con gli altri e creare connessioni per scongiurare l’esclusione ha quindi acquisito un’importanza vitale: l’uomo deve essere capace di creare relazioni, di far parte di un gruppo e non deve subire un allontanamento. Sebbene durante le fasi iniziali della nostra vita cure e protezione vengano elargite, almeno nella maggioranza dei casi, in modo incondizionato dai familiari, quando si cresce e si iniziano a costruire nuovi legami si impara che accettazione, premura e interesse non vengono concessi senza riserve: occorre guadagnarseli, ovvero competere per essere attraenti, presenti nella mente degli altri e per attirare la loro attenzione.
La voglia e la necessità di impressionare l’altro, da un lato, e la paura di essere rifiutati e allontanati, dall’altro, hanno fatto sì che l’uomo si adoperasse per vivere in gruppo, garantendo la sopravvivenza e l’evoluzione della specie umana. Risulta quindi normale che ognuno di noi sperimenti tali percezioni nel proprio vissuto e che queste acquistino, talvolta, una grande importanza nella quotidianità.
Dalla paura del rifiuto al disturbo d’ansia sociale
Abbiamo appena spiegato come, per la specie umana, far parte di un gruppo sia essenziale per la sopravvivenza e, di conseguenza, come il cervello, per ragioni evoluzionistiche, identifichi il rifiuto sociale come una grave minaccia. Nel Ventunesimo secolo, l’essere rifiutati non rappresenta più un pericolo immediato per la sopravvivenza, tuttavia, per chi soffre di disturbo d’ansia sociale, rimane un grande timore e cercare di evitare il rifiuto diventa uno dei principali obiettivi della propria vita.
Chi soffre di disturbo d’ansia sociale riporta che il giudizio negativo, anche di una sola persona, e quindi la possibilità di essere rifiutati e allontanati, sia qualcosa da evitare a ogni costo e sia all’origine di una forte condizione ansiosa, la cui intensità sarebbe normale solo in situazioni in cui la sopravvivenza fosse realmente in pericolo, come ai tempi dei nostri antenati.
Possiamo allora ben comprendere e accogliere l’elevata ansia che la persona vive quando si trova in certi contesti sociali, chiedendoci quale essere umano non proverebbe paura se stesse mettendo in gioco la propria sopravvivenza.
| Il rifiuto è un aspetto delle relazioni sociali |
Una parte del percorso di supporto per le persone che soffrono di disturbo d’ansia sociale riguarda la possibilità di renderle consapevoli del fatto che il rifiuto non è così pericoloso, che non è una catastrofe, che si può accettare l’eventualità di non piacere a qualcuno e che tutto ciò non rappresenta una minaccia per la nostra esistenza; anzi, è importante renderle consapevoli che il rifiuto non è altro che un normale evento sociale.
Questa spiegazione evoluzionistica consente di capire perché le persone vivano ogni tipo di relazione in modo competitivo, confrontandosi costantemente con gli altri e sentendosi sotto esame quando devono dimostrare di meritare l’attenzione e la stima altrui. È giusto che tale modalità relazionale sia presente, e risulta del tutto funzionale, quando ci si pone l’obiettivo di impressionare gli altri in determinati e specifici contesti, come nel caso di un colloquio di lavoro, oppure in occasione di un primo appuntamento; tuttavia, si rivela disfunzionale quando viene manifestata continuamente e rigidamente in molte situazioni, rischiando di compromettere le relazioni interpersonali quotidiane. Sotto la pressione del dover dare prova di valere, del timore di essere giudicate negativamente e della credenza di non avere la possibilità di «scamparla», le persone con disturbo d’ansia sociale mettono in atto comportamenti di sottomissione al fine di prevenire il conflitto competitivo. Nelle altre specie animali, l’atteggiamento sottomesso, ad esempio il farsi più piccoli, l’abbassare lo sguardo, l’inibizione di espressioni e comportamenti, permette di comunicare all’altro, attraverso il linguaggio non verbale, che non c’è una minaccia per cui combattere e che può interrompere l’«attacco». La persona con disturbo d’ansia sociale, quindi, invece che entrare in conflitto competitivo, essendo convinta che il risultato volgerà a suo svantaggio, preferisce agire d’anticipo e mostrare comportamenti di sottomissione che le permettono di salvaguardarsi dall’eventualità di essere respinta.
Perché nel disturbo d’ansia sociale il confronto risulta sempre svantaggioso?
| L’ansia sociale ha origine anche nell’ambiente familiare |
Tutti possediamo determinate credenze su noi stessi e sugli altri che si strutturano grazie a esperienze sperimentate nella nostra vita. Di fatto, la primaria fonte di sopravvivenza è sempre stata, e sempre sarà, la famiglia: l’essere amati e, soprattutto, il non essere allontanati dal gruppo rappresentavano le necessarie condizioni per poter, un giorno, partecipare alla caccia e al procacciamento del cibo. Le nozioni relative al sé, al mondo e agli altri cominciano quindi a formarsi nelle prime fasi della nostra vita, specialmente durante l’infanzia e l’adolescenza, quando si sperimentano e si affinano le modalità per essere accettati e non rifiutati. Si comprende così che l’ambiente familiare in cui cresciamo determina non poco quali convinzioni e aspettative tendiamo a costruirci nei confronti di noi stessi e degli altri. La ricerca scientifica ha mostrato che molti pazienti con disturbo d’ansia sociale riportano di aver avuto in famiglia almeno una figura di riferimento estremamente premurosa e perennemente vigile. Queste figure non vengono descritte come intrusive, bensì come eccessivamente apprensive e preoccupate per la propria prole: è possibile che questo stile educativo, che chiameremo iperprotettivo, porti a sviluppare un’immagine di sé come non in grado di affrontare le sfide della vita senza un supporto e del mondo come un luogo molto pericoloso.
Altri pazienti fanno invece riferimento a un ambiente familiare molto attento alle performance e ai risultati, in cui non è insolito essere ripresi, in modo critico e poco accudente, per i risultati ottenuti, in cui spesso vengono sottolineati gli errori e raramente i meriti. Anche in questo caso gli individui difficilmente svilupperanno un adeguato senso di autoefficacia e si considereranno più facilmente manchevoli in molti aspetti; inoltre, specularmente all’ambiente familiare, il mondo non potrà che essere popolato da persone sprezzanti e pronte a giudicare. Chiameremo questo stile educativo ipercritico.
Entrambe queste modalità educative possono avere come conseguenza quella di piantare i semi dell’inadeguatezza e della paura del giudizio altrui, creando così una sorta di vulnerabilità a queste credenze negative che più facilmente potranno essere confermate nella vita adulta. Ti riconosci in alcuni di questi aspetti? Quale stile educativo utilizzavano maggiormente le tue figure di riferimento? Prova ad assegnare quattro aggettivi alle modalità educative della tua famiglia utilizzando la scheda 2.1.
| Standard irragionevoli e perfezionistici sono controproducenti |
Tutte le persone si formano delle idee su loro stesse, sugli altri e sul mondo, e tendono a farvi riferimento quando devono prendere decisioni e interpretare gli eventi della vita. Come è stato descritto sopra, l’ambiente in cui è cresciuto chi soffre di ansia sociale conduce solitamente l’individuo a sviluppare una visione di sé come persona inadeguata, degli altri come giudicanti e superiori, e del mondo come luogo pericoloso. Queste credenze vengono applicate in modo rigido, inflessibile e spesso portano a interpretare in modo scorretto gli eventi.
Chi soffre di ansia sociale, ad esempio, tende a pensare che gli altri lo giudichino sempre negativamente e ha l’abitudine di interpretare qualunque ambiguità, nel comportamento altrui, come una conferma della propria inadeguatezza. Spesso, quindi, per essere certo di superare il giudizio e per evitare le critiche, insegue standard di...




