E-Book, Italienisch, 276 Seiten
Masud Terre piatte
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-505-8
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Dove non serve nascondersi
E-Book, Italienisch, 276 Seiten
ISBN: 978-88-6783-505-8
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Muoversi nelle terre pianeggianti, nei luoghi piatti, con orizzonti lontani dove lo sguardo può vagare; camminare dove ogni cosa sembra esposta alla vista per accorgersi che invece, celato lì sotto, si conserva il fluire della Storia e delle storie personali. Noreen Masud, che a sedici anni ha lasciato il Pakistan per l'Inghilterra perché ripudiata dal padre, è mossa dalla necessità di capire e di ritrovarsi, e lo fa attraversando paesaggi che non sono l'idilliaca campagna inglese, ma spazi spogli e silenziosi in cui possono riemergere i frammenti di un'esistenza. Le terre piatte che prendono forma in queste pagine vanno dalle Orford Ness alle paludi del Cambridgeshire, da Morecambe Bay alle isole Orcadi in un dialogo serrato e costante con l'immenso «posto piatto» che Masud si porta dentro da quando, a Lahore, i campi intravisti dalla macchina erano l'unica via di fuga da una vita che non sentiva sua e che ha lasciato in lei tracce indelebili. Attraverso il filtro della natura, Terre piatte riflette su colonialismo e postcolonialismo, passato e identità, famiglia e memoria per scoprire come si è raccontati dagli altri e come gli altri si raccontano per sentirsi migliori. Nel 2024 Terre piatte è stato finalista al Women Prize non fiction, al Premio Ondaatje, al Sunday Times Young Writer Award e al Jhalak Prize.
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UN INIZIO
Judith Butler, 1
Ogni mattina a Lahore, mentre andavamo a scuola in macchina, arrivava un punto in cui mi chiudevo nel silenzio e in me stessa. Stipate insieme a me sul sedile posteriore, le mie sorelle continuavano a litigare, a darsi gomitate, ad alzare la voce, per scherno o protesta. Io guardavo fuori dal finestrino, all’erta, mentre passavamo accanto al venditore di tappeti, con la merce stesa sul terrapieno erboso a lato della strada o appesa agli alberi con lunghi chiodi. Il mio momento preferito della giornata stava arrivando, dovevo essere pronta.
Se non mi fossi preparata, se un calcio mi avesse rubato la concentrazione o le mie turbolente sorelle avessero distolto il mio sguardo, mi sarei persa il miracolo. Perché quando arrivavamo alla fine di quella strada angusta, schivando carretti trainati da asini, venditori ambulanti e bambini che correvano, e giravamo l’angolo, in quell’istante il mondo si spalancava. Lahore svaniva. Davanti agli occhi non avevo altro che immensi campi vuoti che si estendevano per chilometri.
Dalla città entravamo in una fiaba e, ogni mattina, nessuno se ne accorgeva tranne me.
Ho dimenticato così tanto dei miei primi anni di vita, ma quei campi sono ancora con me. Che cosa ci faceva tutta quella terra vuota nel bel mezzo di una Lahore affollata, arida e urlante? Possibile che esistesse qualcosa di così profondamente, dolorosamente verde? Lo sentivo sulla pelle e nella gola secca. Nel cortile della scuola l’erba non restava che per pochi giorni. Ogni anno veniva seminata con ottimismo, e i semi generavano ciuffi scuri e polverosi illudendosi che la città avrebbe prima o poi deciso di cambiare clima. Ma sotto il sole cocente e le migliaia di piedini calzati in scarpe nere e lucide, nel giro di pochi giorni il terreno tornava compatto e marrone.
Quei campi no. Nel sole estivo, sotto acquazzoni monsonici e nebbie invernali, e nel corso della primavera di cui percepivo il calore strisciante come il suono di un tamburo lontano e sinistro, loro restavano rigogliosi. Tenevo lo sguardo fisso su quel bel colore alieno mentre gli alberi scorrevano nel finestrino: una lunga fila di tronchi che scandiva il viaggio verso la scuola come il battito di un cuore.
I campi scintillanti erano perfettamente piatti. Non c’era nulla ad attraversarli, né colline, né valli, né macchine, niente su cui l’occhio potesse soffermarsi. Bene, pensavo, il mio sguardo non voleva essere distratto. Voleva volare, come un uccello che sfiora l’erba, senza fermarsi. Immaginavo di raccogliere ogni centimetro di terreno e di immagazzinare quella distesa dentro di me per quando ne avessi avuto bisogno. Più tardi, ferma su un lato del cortile della scuola a guardare le mosche accumularsi ai miei piedi, o in classe mentre fissavo con sguardo assente la faccia del mio insegnante, sarei potuta tornare nei campi e vivere lì, in quella fresca quiete, sola.
Tutto nella mia Lahore toglieva il fiato. In cinque condividevamo una camera da letto, in quattro anche il sedile posteriore dell’auto. Perciò quel vuoto immenso per me era inconcepibile: un barlume di qualcosa di divino. Con le mani appoggiate al finestrino («Non toccare il vetro», diceva mia madre dal sedile anteriore. «Lascia una macchia che non va più via») potevo far correre lo sguardo sui campi anche incastrata sul sedile posteriore dell’auto con mia sorellina Nontiscordardimé. Nella mente, potevo correre più veloce di quanto fosse possibile, potevo allungare i muscoli al massimo. In quello spazio non importava come mi muovevo – se correvo a perdifiato o rotolavo o facevo una ruota (che però non sapevo fare) – perché di sicuro non mi sarei scontrata con nulla.
Se su quei campi mi fossi spinta abbastanza lontano, pensavo, oltre il confine dove arrivava il mio sguardo, presto la strada, la macchina e le mie turbolente sorelle sarebbero svanite, e sarei rimasta sola. Io in mezzo a quel piattume, a guardarmi intorno, lentamente, senza nulla da vedere da nessuna parte. Forse allora sarei riuscita a darmi pace.
Sul finire della vita, man mano che il suo appetito diminuiva e lei rimpiccioliva nella poltrona, la mia nonna inglese aveva un ricordo ricorrente.
«Sono con la mia amica Joy», mi disse sorridendo con aria sognante una mattina d’autunno, sei settimane prima di morire. «Ah, Joy. Una persona meravigliosa. Un nome più appropriato non potevano darglielo. Joy!»
«Quanti anni avevi?» Le stavo sistemando cinque pezzettini di liquirizia su un piatto accanto al gomito, sperando di tentarla.
«Forse dieci. Mi sembra ancora di vederla, che cammina su per la collina davanti a me.» Il suo sorriso si era cristallizzato. Mezz’ora dopo non ricordava più di avermelo raccontato e mi descriveva di nuovo la scena: Joy che saliva sulla collina e lei che la vedeva da dietro.
Penso che il ricordo di aver seguito Joy fosse il fulcro intorno cui ruotava la sua persona. Per prendere in prestito una frase di Virginia Woolf, era la base su cui poggiava la sua vita.
Woolf considerava la propria vita fondata su un primo ricordo di quando era bambina in vacanza a St Ives, in Cornovaglia. Descrive la scena in un frammento autobiografico di :
Se la vita ha una base su cui poggia, se è una ciotola che si riempie, e continua a riempirsi, allora la mia ciotola senza dubbio poggia su questo ricordo […]. È sentire le onde che si infrangono, uno, due, uno, due, e mandano uno spruzzo d’acqua sulla spiaggia; e poi si rompono, uno, due, uno, due, dietro una tenda gialla. È sentire la tenda che trascina la sua piccola ghianda sul pavimento mentre il vento la solleva. È giacere e udire questo spruzzo e vedere questa luce, e sentire che è quasi impossibile che io sia qui; è provare l’estasi più pura che riesco a concepire.2
Una base su cui poggia la vita. Woolf collega tutto ciò che è a quel semplice ricordo d’infanzia. Su quale base poggia la mia vita? Quando ho finito di leggere , ho posato il libro e sapevo, senza ombra di dubbio, che la mia vita si basava su quei campi piatti e vuoti di Lahore.
Mi sono resa conto che i paesaggi piatti avevano sempre dato senso a un mondo che per me non ne aveva. Le mie sorelle e io siamo cresciute guardando la vita dalle finestre del soggiorno che, per ogni evenienza, erano state provviste prima di sbarre e poi di una rete metallica. Mia madre era inglese e disorientata; mio padre era pachistano e sapeva – così mi disse – come funzionavano le cose e qual era la posta in gioco. Lui stabiliva le regole e a mia madre non passava nemmeno per la testa che si potessero infrangere. Non parlare con i vicini. Non invitare compagni di classe o amici. E, infine, le brave bambine restano a casa, al sicuro dietro la rete metallica.
Di solito mia madre faceva tranquillamente le sue cose, mentre intorno a noi infuriava il caos. Ogni mattina alle cinque si alzava per far bollire il latte negli enormi argentati, così che al nostro risveglio fosse pronto. Uccideva gli scarafaggi quando strisciavano fuori dagli scarichi; correva giù quando la nonna chiamava; ogni sera si inginocchiava accanto alla presa della corrente con le piastrine antizanzare. Mia madre sapeva muoversi nel caos e ogni notte in Pakistan era una piccola crisi. Non le veniva neanche in mente di lamentarsi. Il rumore incessante di Lahore, però, faceva vacillare anche il suo stoicismo. I clacson premuti con entrambe le mani, le urla, le motociclette che sfrecciavano, gli scoppi improvvisi che di solito erano petardi e non colpi di pistola. Di solito.
Così, ogni tanto, mia madre crollava, cominciava a vagare per la casa, gridando contro il rumore incessante. Era cresciuta nelle zone rurali della Scozia, una bambina solitaria in una casa semivuota, dove si sentiva arrivare un’auto lontana un chilometro e ogni scricchiolio pareva un tuono.
L’unica vita che conoscevo era calda, sporca e affollata, una vita di corpi schiacciati l’uno contro l’altro: l’olio che sfrigolava, la musica alta che usciva dalla TV della nonna, gli zii che litigavano. Nella casa di Lahore c’erano sempre tra le quattordici e le venticinque persone che andavano e venivano. E con loro si avvicendavano, in momenti diversi, conigli, capre, galline, oche, parrocchetti, cani, gatti, tacchini, pavoni, pulcini e pappagalli. Mio padre aveva la sua camera da letto; noi – mia madre, tre sorelle e io – vivevamo in un’altra, ammucchiate le une sulle altre, sempre attente a non svegliarlo. Non esisteva via di scampo.
Le cose accadevano tutte insieme, in continuazione. Mio nonno, mezzo matto, camminava su e giù per i corridoi gridando: «Aiuto!». Un giorno la casa prese fuoco. I mobili erano accatastati e coperti da lenzuola, come se le sedie e i divani fossero morti e aspettassero di essere sepolti. Il nostro giardino era un fazzoletto di terra sbiancata, troppo caldo per starci d’estate. Di notte arrivavano le zanzare, cariche di malaria, e noi ci rifugiavamo all’interno. Una...




