E-Book, Italienisch, 296 Seiten
Mattioli Remoria
1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-117-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La città invertita
E-Book, Italienisch, 296 Seiten
ISBN: 978-88-3389-117-0
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Remoria è la città che sarebbe sorta se al posto di Romolo, nella leggenda di fondazione fratricida, a vincere fosse stato Remo. È il negativo occulto di Roma, il rimosso che aleggia perenne e che preme per tornare in superficie. Remoria non dovrebbe esistere eppure è in continua espansione: erode i confini, ribalta le gerarchie e dissolve la logica della fu Città Eterna. Perché la logica non può rendere conto di quell'immensa parte di Roma che sta fuori dal centro: la razionalità non può spiegare il Grande Racconto Anulare, la «borgatasfera» che si addensa delirante per chilometri su entrambi i lati dell'anello autostradale, le tribù di giovani mutanti che nascono in mezzo a quel niente e cambiano tutto. Raccontare Roma oggi pare un'impresa disperata, non c'è narrazione che possa contenerla. Valerio Mattioli rovescia dunque la prospettiva: parte dal fantasma, dal doppio indicibile delle sue periferie per plasmare una mitologia parallela, che inizia nella Ostia di Amore tossico, passa per la nascita delle bande metropolitane, attraversa la stagione dei rave party, e atterra in un presente dominato da rovine piovute dal futuro, discariche e campi rom. Mescolando storia delle sottoculture, psicogeografia e romanzo di formazione, e annaffiando il tutto di scienza alchemica e fantahorror lovecraftiano, Remoria è una lunga lettera d'amore che dalla Centocelle del coatto sintetico Ranxerox viene indirizzata a tutte le periferie del pianeta, nel tentativo di far riemergere la città che potrebbe essere e che (ancora) non è.
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OUROBOROS
I
Il Grande Raccordo Anulare non dovrebbe esistere. E infatti non esiste. Il Grande Raccordo Anulare è una bugia, un trucco, un imbroglio e un inganno. La sua sigla istituzionale è Autostrada A90. L’acronimo con cui viene indicato nelle comunicazioni ufficiali è un lapidario GRA. Nel linguaggio comune, diventa un più essenziale «il Raccordo». In tutti i casi, la definizione che lo descrive è: «l’anello autostradale che circonda la città di Roma». Ed è una definizione falsa.
D’accordo: un’autostrada, il Grande Raccordo Anulare lo è senz’altro. E altrettanto sicuramente è un anello. Solo che ecco: non alcunché. Il raggio che lo separa dal centro della città è in media di undici chilometri. Ma fuori dal GRA la città prosegue, si allunga, si allarga, esonda per inerzia come saliva spinta da un’apatia cieca. Una volta superato il GRA in direzione est, il tratto urbano di via Casilina va avanti per altri dieci chilometri ancora. E per raggiungere Ostia dall’apposita uscita del GRA, i chilometri da percorrere in direzione sudovest sono più di venti. Il Grande Raccordo Anulare quindi non stabilisce il perimetro della città, non è il limes che contiene l’Urbe, non è il confine che separa un dentro e un fuori. Il Grande Raccordo Anulare è il di Roma.
È però un centro che costringe a un rovesciamento, se non altro concettuale: perché nel suo essere centro il GRA non assume le fattezze del territorio concluso, né del campo gravitazionale in grado di esercitare un’attrazione centripeta su quello che lo circonda; è al contrario un lungo nastro che contraddice la sua natura lineare per dipingere un orizzonte degli eventi da cui le propaggini urbane vengono proiettate come residuo di informazione di un buco nero. Il moto che suggerisce è centrifugo, la circonferenza che descrive è aperta. Il GRA è un universo in espansione.
Nel suo dipanarsi come equatore di un organismo urbano che insiste a relegarlo nominalmente alle sue funzioni perimetrali, il GRA sovverte qualsiasi razionalità urbanistica: da una parte, ribalta i tradizionali poli di periferia e centro; dall’altra, manda in frantumi le categorie di limite, di margine, di frontiera. O forse più che mandarle in frantumi le amplifica, le estende a entrambi i lati dei suoi sessantanove chilometri di tracciato complessivo: dov’è il dentro, dov’è il fuori? Qual è la relazione tra i due? Chi delimita chi, cosa contiene cosa?
II
Quasi ogni settimana, provo a ritagliarmi un pomeriggio per farmi un giro tra quelli che sono stati i quartieri della mia infanzia. Non è chiaro perché lo faccio. In fondo, in tutta la mia vita cosciente non mi sono spostato che di pochi chilometri dalle strade in cui sono cresciuto. Non c’è stato alcun distacco traumatico dalle lande avite, né i miei ricordi rimandano a un mondo che non esiste più. Quando la mia famiglia arrivò a Roma non avevo ancora compiuto sei anni. I miei genitori trovarono un appartamento in affitto nella borgata Torre Maura, sul lato nord di via Casilina e col GRA a pochi passi soltanto, al punto che potevi intuirne il cavalcavia dalle finestre. Col tempo ho lentamente risalito via Casilina in direzione centro, attraversando i quartieri che ne compongono la caratteristica toponomastica borgatara: Torre Spaccata, Centocelle, Torpignattara. Il posto in cui scrivo oggi non dista che poche fermate di metropolitana da quello che per primo mi accolse in città. Solo che ai tempi la metropolitana non c’era.
La vecchia casa di Torre Maura invece è ancora lì (il GRA, figuriamoci, quello non si è spostato). Tempo fa, scoprii su un annuncio immobiliare che era stata messa in vendita e colsi l’occasione per andare a visitarla, fingendomi interessato a un acquisto che nella realtà non potevo permettermi. Era cambiata: per cominciare, la vecchia stufa a metano, che quando ero bambino rappresentava l’unica fonte di calore, era stata sostituita da più moderni termosifoni. Il tetto era stato riparato e non ci pioveva più dentro (l’appartamento era al secondo e ultimo piano). La trovai, be’, . Il resto del quartiere no: mi sembrava una merda all’epoca, continua a sembrarmi una merda adesso.
Non c’è niente che giustifichi nostalgie né idealizzazioni: Torre Maura è un posto per il quale l’unico aggettivo spendibile è . Ma di una bruttezza mediocre, scadente, nel migliore dei casi ordinaria. Di uno squallore che nemmeno concede nulla alla potenza distopica della grande periferia metropolitana, ché quella, a Roma, appartiene a poche e isolate astronavi atterrate tra i pratoni lasciati abbandonati dalla rendita fondiaria, e che portano gli evocativi nomi della scenografia da cronaca nera: Corviale, Laurentino 38, Serpentara. E invece no, qui sulla via Casilina persino i toponimi declinano l’avanzata della città in una chiave grossolana e intimamente campagnola, come a ridimensionare l’impatto di quella macchia informe di calcestruzzo e foratini in laterizio che nel secondo dopoguerra elesse questi sparuti villaggi di periferia al rango di : Torre Maura, Carcaricola, Giardinetti, Tor Vergata... Eccoli i quartieri della mia infanzia, precariamente incollati dentro e fuori il GRA, e anzi da esso germinati. Deve essere così, non ci sono altre spiegazioni: il sospetto è che il Raccordo, eternamente girando in tondo, abbia infine proiettato sulle lande che lo circondano i rigurgiti prodotti dalla sua orbita, letteralmente e poi strade, e poi quartieri, che su via Casilina si addensano in una geografia le cui fattezze hanno la stessa consistenza di un conato. La periferia di Roma non è la naturale estensione di un centro che man mano si allarga, aggiunge pezzi, proietta appendici: la periferia romana è il limite che prende vita, diventa prassi, e lo fa in maniera autonoma e autosufficiente, inseguendo traiettorie che nulla devono alle gerarchie di quell’artefatto dell’uomo che chiamiamo «città».
III
Arranco per tutti i suoi venti chilometri tagliati a metà dal Grande Raccordo Anulare, e la via Casilina mi si rivela come un compost di calce e asfalto che amplifica al massimo i caratteri di quella che chiamo : non tanto l’arcipelago di borgate che tutte assieme formano la periferia di Roma, quanto un’intensificazione di segni, umori e storie che produce il classico risultato maggiore della somma delle sue parti, e che agisce come implicita Gestalt parallela – e spesso antitetica – a quella dominante. Volendo tentare una definizione meno esoterica, direi che la borgatasfera è l’insieme di gesti attraverso cui la periferia romana postbellica, nata negli stessi anni del GRA e anzi dal GRA partorita, impone la propria centralità su un organismo urbano il cui centro ufficiale identifica null’altro che una minuscola parte del territorio complessivo. È la prova, come ebbe a intuire Italo Insolera, che «questa capitale, sebbene grande, non sembra affatto una città».
Come è vero! E come sbagliava Insolera, da urbanista illuminista qual era, a imputare a Roma crimini che di Roma non sono! Avrebbe potuto cominciare, lui che da torinese osservava allibito quanto la periferia romana stesse disfacendo lo stesso concetto di «urbe», a cogliere nelle forme dell’ex Città Eterna i segni di un unicum in cui l’aggettivo diventa sinonimo di non-tempo. Dopotutto, morfologicamente Roma – intendo la Roma moderna, l’unica di cui abbia senso parlare – è un caso che mi risulta senza precedenti: la sua superficie complessiva è di quasi 1300 chilometri quadri, all’incirca le stesse dimensioni di Londra. Per estensione è quindi una delle città più grandi d’Europa; ma di questi 1300 chilometri quadri, il centro occupa una superficie infinitesimale: circa l’1%. Il significato di queste cifre è semplice: se il contrario di centro è periferia, allora vuole la logica che per il 99% Roma altro non sia che, appunto, un’unica, infinita, sterminata periferia. E se è nella borgatasfera che la periferia di Roma concentra la propria Gestalt, allora è secondo i criteri della borgatasfera che va letta la Roma moderna, per arrivare finalmente alla conclusione che ebbene sì: questa non-città è anche una non-Roma.
Vista in lontananza dai piatti tetti che si estendono ai due lati del GRA, Roma-quella-vera – la città dei monumenti, delle scenografie faticose, dei palazzi del potere, l’1%, la Capitale, insomma: il – non è nemmeno più un quartiere: è praticamente una frazione, la provincia dimenticata di un corpo i cui arti hanno smesso di rispondere a un muscolo cardiaco in affanno e ormai incapace di pompare sangue, e le cui propaggini – o meglio le sue protesi – hanno a un certo punto cominciato a vivere di vita propria, relegando il a insignificante appendice del . Tutto è invertito, rovesciato, spostato di piano: e così, allo stesso modo in cui il fuori confina il dentro a trascurabile presenza accessoria, anche il vuoto prende il sopravvento sul pieno.
C’è un altro dato che aiuta a spiegare quella disorientante negazione affermativa che è la borgatasfera, ed è la densità media per chilometro quadrato: nell’intera Roma, è di poco più di 2200 abitanti, il che significa – per restare al paragone precedente – meno della metà di quella di Londra. In altri termini, la popolazione complessiva non arriva ai tre milioni di abitanti, sparsi su una superficie che potrebbe ospitarne più del doppio. Il motivo di questo paradosso, direbbero gli urbanisti allievi di...




