E-Book, Italienisch, 332 Seiten
Mccarthy Ricordi di un'educazione cattolica
1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-7521-528-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 332 Seiten
ISBN: 978-88-7521-528-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Questa è la storia di una bambina che perde entrambi i genitori a sei anni e viene affidata alle «cure» di nonni e prozii troppo bigotti per distinguere il confine tra la pedagogia e il sadismo, e che in seguito viene salvata da una coppia di nonni più affettuosi e bonari ma altrettanto severi nel loro conformismo sociale. È la storia di un'educazione rigida e di infiniti passaggi, da un collegio religioso all'altro, da Minneapolis a Seattle, da una famiglia cattolica a una protestante. Ma è anche una storia di scoperte e innamoramenti, di accesi litigi e comici malintesi: tra discussioni teologiche con i padri gesuiti sull'esistenza di Dio, recite scolastiche ambientate nell'antica Roma repubblicana, gite istruttive ai parchi naturalistici che si tramutano in rocamboleschi tour de force alcolici, vere o presunte iniziazioni sessuali, letture proibite e appuntamenti clandestini, la personalità della bambina lascia gradualmente il posto a quella di un'adolescente ribelle e infine a quella di una giovane donna lucida e coraggiosa, aliena alle convenzioni e a ogni forma di moralismo. Pubblicato originariamente nel 1957, Ricordi di un'educazione cattolica è un memoir appassionante come i migliori romanzi di formazione, che unisce il ritratto di un'epoca e la dolorosa confessione personale. Con una prefazione di Michela Murgia.
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1. CHI È QUEL CONTADINO LAGGIÙ?2
Ogni volta che noi bambini andavamo a stare per qualche tempo dalla nonna, ci mettevano a dormire nella «stanza del cucito», un locale rettangolare, destinato esclusivamente a usi pratici, squallido e male arredato, più studio che camera da letto, più soffitta che studio; quella insomma che, nella gerarchia delle stanze, teneva il posto del parente povero. Raramente gli altri membri della famiglia ci entravano, raramente la cameriera ci passava la scopa. Era una stanza senza pretese: la vecchia macchina per cucire, qualche sedia scompagnata, una lampadina senza paralume, rotoli di carta da pacchi, cataste di scatole di cartone che un giorno o l’altro avrebbero potuto servire, cartine di spilli e scampoli di stoffa, insieme alle brandine di ferro pieghevoli, adibite al nostro uso, e alle nude assi del pavimento, contribuivano a dare l’impressione di una intensa e spietata precarietà. I copriletti bianchi e leggeri, come quelli che si usano negli ospedali e negli istituti di beneficenza e, alle finestre, le persiane spoglie, senza tendine, ci ricordavano la nostra condizione di orfani e la natura effimera del nostro soggiorno; non c’era nulla, nella stanza, che ci incoraggiasse a considerare come nostra quella casa.
I bambini del povero Roy, così ci definiva la deprimente commiserazione di tutti, non potevano permettersi illusioni, secondo il punto di vista della famiglia. Nostro padre ci aveva condannato all’emarginazione sociale morendo all’improvviso d’influenza e portando via con sé la nostra giovane madre: una defezione, questa, che veniva sottolineata con un misto di orrore e di cordoglio, come se mamma fosse stata una graziosa segretaria con la quale papà si era licenziosamente involato verso l’irresponsabile Eden dell’aldilà. La nostra reputazione era offuscata da quella sciagura. Non solo in famiglia, ma anche tra i fornitori, i domestici, i conducenti del tram e gli altri che gravitavano nella nostra orbita era diffusa la sensazione che il nonno, uomo ricco, si fosse comportato con straordinaria munificenza stanziando una somma mensile per il nostro mantenimento e installandoci con antipatici parenti di mezza età in una casa squallida a due isolati dalla sua. Non si faceva parola delle alternative che il nonno avrebbe avuto: probabilmente avrebbe potuto mandarci in un orfanotrofio e nessuno l’avrebbe biasimato comunque. E anche coloro che simpatizzavano con noi erano convinti che conducessimo un’esistenza privilegiata: privilegiata perché non avevamo nessun diritto, e il fatto stesso che ogni anno, alla festa di Halloween o di Natale a casa di uno zio, noi apparissimo così tristi, mal vestiti e malaticci in confronto ai nostri rosei e raffinatissimi cugini, confermava il giudizio che di noi era stato dato: era palesemente un impulso generoso quello di tenerci in famiglia. E dunque, più meschina era la nostra condizione, più grande appariva la magnanimità del nonno, punto di vista che condividevamo noi stessi, guardando con dolcezza e timidezza il vecchio signore – con i suoi reumatismi, il viso roseo e i capelli bianchi, messi in risalto dai boccioli di rosa che gli adornavano il bavero e la Pierce-Arrow3 – come fosse la sorgente della bontà e della filantropia; e la monetina da cinque centesimi che ogni tanto ci regalava perché la domenica, in chiesa, la lasciassimo cadere nel piatto delle offerte (normalmente il nostro contributo era di due centesimi) ci riempiva non d’invidia, ma di semplice ammirazione per la sua potenza: era davvero un gesto principesco, era il vero modo di donare! Non ci veniva in mente di giudicarlo per la disparità dei nostri stili di vita. Qualsiasi risentimento provassimo, lo riservavamo ai nostri custodi, i quali, ne eravamo certi, si intascavano indebitamente il denaro destinato a noi, poiché le comodità della casa dei nonni – le stufe elettriche, i caminetti a gas, gli scaldini da grembo, gli scialli dolcemente avvolti intorno alle vecchie ginocchia, la carne bianca di pollo e quella rossa di manzo, l’argenteria, le tovaglie candide, le cameriere, l’autista ossequioso – ci persuadevano che il budino di riso con le prugne, gli intonaci scrostati e gli abiti rattoppati erano per quelle persone, e quindi non potevano essere voluti da loro. La ricchezza, nella nostra mente, era l’equivalente dell’abbondanza, e la povertà solo un sintomo di animo meschino.
Eppure, anche se ci fossimo convinti dell’onestà dei nostri custodi, saremmo comunque rimasti aggrappati all’immagine benefica del nonno che il mito familiare ci proponeva. Eravamo troppo poveri – spiritualmente parlando – per mettere in dubbio la sua generosità, per chiederci come mai permetteva che vivessimo a una certa distanza da lui, in un’atmosfera di gelo, di privazioni e di oppressione, e incappucciava i suoi occhi azzurri e bonari nelle irsute sopracciglia grigie da milionario ogniqualvolta si trovava davanti la prova delle nostre sofferenze. La risposta ufficiale la conoscevamo: i nostri benefattori erano troppo vecchi per sobbarcarsi quattro bambini scatenati; il nonno era assorbito dai suoi affari e dai suoi reumatismi, ai quali si dedicava come a un pio dovere, portandoli con sé nei pellegrinaggi a Sainte Anne de Beaupré e a Miami e offrendoli con imparziale riverenza al miracolo della Madre del Nord e del sole del Sud. Questi reumatismi consacravano il nonno dandogli il marchio di una vocazione particolare: ci conviveva come un artista o un brizzolato Galahad, e lo sottraevano a tutti noi, perfino alla nonna, la quale, non soffrendo di quell’acciacco, conduceva un’esistenza relativamente ingiustificata e manifestava, nei rapporti con noi bambini, uno spirito più aspro e più bellicoso. Nonostante tutto, sentiva di essere esposta alle critiche, e allontanando da sé con la vecchia mano esperta questa consapevolezza, non cessava mai di scrutare nel nostro animo in cerca di segnali di ingratitudine.
Noi, in realtà, eravamo grati fino al servilismo. Non formulavamo richieste, non nutrivamo speranze. Eravamo appagati se solo ci si permetteva di godere della luce riflessa di quella solare prosperità e di andarci qualche volta a sedere, nei pomeriggi d’estate, all’ombra del portico, o di oziare, in un mattino d’inverno, sulle poltroncine di vimini della veranda, o di fissare a bocca aperta il piano meccanico nella sala da musica, o di annusare l’aroma del whisky nell’armadietto di mogano della biblioteca, o di arrampicarci qua e là, nel salotto in penombra, per scrutare i dipinti sotto vetro con le loro massicce cornici dorate, ricordi del viaggio dei nonni in Europa: gruppi di bruni italiani in pellegrinaggio, pesanti e lustri come grappoli d’uva, donne napoletane che portavano ceste al mercato, vedute di canali veneziani, scene di mietitura in Toscana: temi profani che all’animo irlandese-americano apparivano intrisi di cattolicesimo per osmosi geografica rispetto al Santo Padre. Non chiedevamo a quella casa nient’altro che l’orgoglio di esserle legati; e questo fu un bene per noi, giacché la nonna, che in fatto di ospitalità era grande sostenitrice del principio «se gli dai un dito, quelli si prendono il braccio», non offrì mai, per quanto ricordo, il minimo rinfresco a nessun visitatore, giudicando abbastanza salutare e nutriente la sua conversazione. Vecchia, brutta e arcigna, con un mostruoso seno a davanzale, officiava, come un prete che intona la messa, con voce inespressiva e cantilenante, una ben determinata serie di argomenti, a cui la ripetizione aveva conferito una solennità senza senso. Gli argomenti erano questi: l’udienza concessale dal Santo Padre; il fatto che papà avesse violato la tradizione familiare votando per i democratici; un pellegrinaggio a Lourdes; la Scala Santa, a Roma, macchiata di sangue dal primo Venerdì Santo, che lei aveva salito in ginocchio; i miei mignoli arcuati, che testimoniavano quanto fossi bugiarda; un osso miracoloso; l’importanza del funzionamento regolare dell’intestino; la malvagità dei protestanti; la conversione di mia madre al cattolicesimo e, infine, l’asserzione che la mia nonna materna si tingeva senza dubbio i capelli. I ricordi più banali (come l’episodio della zia che aveva avuto un attacco isterico sopra un covone di fieno) traevano dal tono della sua esposizione e dalla religiosità del contesto un forte sapore di ammonimento: ispiravano paura e senso di colpa, cosicché gli ascoltatori vi cercavano per forza una morale, come in una fiaba oscura e intricata.
Per fortuna, sto scrivendo delle memorie e non un’opera di fantasia; non sono dunque tenuta a descrivere la sgradevole personalità di mia nonna e a individuare il complesso edipico o l’esperienza traumatica in grado di conferirle quell’autenticità clinica che attualmente è così richiesta nel ritratto di un personaggio. Non so come avesse fatto la nonna a diventare quella che era; presumo, dalle fotografie di famiglia e dall’inflessibilità delle sue abitudini, che fosse così da sempre, e mi sembra inutile indagare nella sua infanzia, così come sarebbe inutile chiedersi di che malattia soffrisse Jago o cercare l’errore educativo responsabile della personalità di Lady Macbeth. La storia sessuale della nonna, irta di mortalità infantili com’era tipico di quel periodo, fu robusta e decisiva: le crebbero tre figli alti e aitanti e una figlia devota e sollecita. Il marito la trattava sempre con gentilezza. Aveva denaro, molti nipoti e una religione a sostenerla. I capelli bianchi, gli occhiali, la pelle morbida, le rughe, i lavori di ricamo: gli attributi da figura materna li aveva tutti; eppure era una vecchia fredda, polemica e piena di rancori, che passava tutto il giorno seduta in...




