Mcgahern | The Dark | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 187 Seiten

Mcgahern The Dark


1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-7521-739-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 187 Seiten

ISBN: 978-88-7521-739-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



La prigione in The Dark è nel fango e nella severa aridità morale dell'Irlanda degli anni Cinquanta. Tra violenza e passioni, cattolico senso di colpa e rimorso si dipana la storia dei tentativi del giovane protagonista per raggiungere la propria identità e affrancarsi dalla stretta del padre, odiato ma anche oscuramente compatito. Bloccato da un senso di inadeguatezza, il ragazzo, primo nemico di se stesso, non riuscirà a fare il suo ingresso nel mondo così come i suoi talenti promettono. A dargli quella grigia sicurezza che gli sembra lo scopo della vita sarà, forse, un lavoro impiegatizio a Dublino. L'autore esplora con precisione e grande tenerezza una situazione umana che sotto un'apparenza ordinaria nasconde un'agonia di disperazione e desiderio, fino a un climax che insegnerà sia al padre che al figlio una delle più intricate verità su cosa voglia dire essere un uomo. McGahern, uno tra i primi estimatori del John Williams di Stoner, utilizza una lingua asciutta che garantisce uno sguardo diretto, intimo e realistico sui tormenti di un'adolescenza solitaria. Un'opera intensa che fu immediatamente bandita dalla censura irlandese e che, a cinquant'anni esatti dalla sua prima apparizione, arriva finalmente a catturare i lettori.

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3


La cosa peggiore era dormire con lui nelle notti in cui cercava affetto. La tensione nell’attesa che venisse a letto, senza speranza di riuscire a addormentarsi. Contare e ricontare le trentadue travi di legno del soffitto, nel tentativo di distinguere i cerchi più scuri dei nodi sotto la vernice. Fissare la luna riflessa sulle campanelle d’ottone rotte ai piedi del letto. Girarsi, rimanere in ascolto e rigirarsi ancora. Ripensare alla giornata appena conclusa, a quanto fatto o rimasto da fare, oppure sognare quei giorni di morte, a giugno, quando ancora c’era lei.

I sogni e lo scorrere del tempo s’interrompevano al rumore della porta che si apriva, ai passi sul cemento, al fruscio dei suoi piedi scalzi che salivano le scale, dopo che aveva bevuto l’orzata davanti al fuoco morente. Stava arrivando, e non c’era niente da fare se non aspettare e irrigidirsi come la pietra, giacere.

«Dormi?»

L’unica era tenere gli occhi chiusi, sempre e comunque, e giacere rigido come un’asse.

«Allora, dormi?»

Riprese a respirare soltanto quando sentì il tonfo soffocato dei suoi vestiti che scivolavano a terra. E poi la carica dell’orologio.

Mahoney esitò prima di tirare via le coperte, e si chinò a rovistare nel mucchio di vestiti sul pavimento. Fece sfrigolare un fiammifero nel buio, e quando gli si avvicinò il ragazzo ne sentì il calore sul viso. Le palpebre gli avvamparono come tende inzuppate di sangue. Distolse la faccia con un grido e la coprì con le mani. Quando riuscì ad aprire gli occhi, la fiamma si era quasi consumata lasciando un moncherino nero tra le dita di Mahoney che lo osservava, la faccia imbruttita dal sospetto.

«Hai fatto presto a svegliarti».

Per rispondere dovette chiamare a raccolta tutte le proprie forze.

«Dormivo. Ho sentito qualcosa».

Il fiammifero si era spento.

«Non mi sembravi molto addormentato».

«Dormivo. Mi hai spaventato».

L’odio prese il posto della paura e si trasformò nella consapevolezza che non gliene importava un granché. Nessuno aveva il diritto di avvicinargli un fiammifero acceso al viso, di notte, per vedere se dormiva.

«Dormivo e mi hai spaventato. Hai acceso il fiammifero perché avevi bisogno di qualcosa?»

«No. Volevo solo vedere se dormivi e stavi bene. Non volevo spaventarti».

Mahoney si accostò alla finestra e caricò l’orologio, e la chiavetta echeggiò nel silenzio. Poi sollevò le coperte e con movimenti goffi si infilò nel letto. Stese le gambe e lo sfiorò con i suoi piedi freddi come argilla bagnata.

«Riesci a riprendere sonno?»

«Tra poco. Tra poco dormirò».

«Mi dispiace se ti ho svegliato. Ho acceso il fiammifero per vedere se stavi bene. Non sei arrabbiato, vero?»

«No, non sono arrabbiato. Tutto a posto».

«Qui dentro siamo come animali in gabbia. È questo il problema. Non scambiamo una parola da un’eternità. Ogni tanto c’è bisogno di uscire. Ti piacerebbe passare una giornata fuori, vero? Possiamo andare in città, prendere un tè al Royal Hotel. Sarebbe una cosa nuova. Un’evasione da tutto questo. Le persone si chiudono in gabbia da sole. Ti andrebbe un bel giro in città, eh?» Nella sua voce aumentava l’eccitazione.

«Sarebbe bello», rispose il ragazzo, diffidente. Quanti sfoghi notturni protratti fino all’alba aveva dovuto sopportare? Tutte quelle parole, quell’immane sforzo di comprensione reciproca che durava lo spazio di una notte. Ma al mattino era tutto diverso: disgusto, vergogna, imbarazzo, le lenzuola sporche d’intimità. Non era la sua battaglia, non erano sue neppure le parole. In quelle notti c’erano cose assai peggiori delle parole.

«In ogni famiglia ci sono delle divergenze. Le cose non vanno sempre lisce. Ma non è questo che conta davvero, ovviamente».

«No».

«Basta che ne siamo consapevoli. Questo è l’importante. Anche se le cose non vanno per il verso giusto. Finché le persone sono consapevoli, quello che succede non è importante. Perché se i sentimenti sono a posto le cose non possono andare storte per sempre, giusto?»

«Giusto».

«Persino Lassù hanno qualche problema. Dappertutto ci sono delle divergenze, ma non è questo ciò che importa. Tutti perdono la pazienza e dicono e fanno cose, ma finché c’è l’amore non importa. Lo sai che ti voglio bene qualunque cosa succeda?»

«Lo so».

«E tu vuoi bene a tuo padre?»

«Sì».

«Dai un bacio a tuo padre, allora».

L’orrore ancestrale di quelle mani addosso, la faccia vicina alla sua, l’ombra della barba ispida, il naso, il bacio, il muco secco che le labbra gli cedevano nel bacio.

«Non devi preoccuparti di niente. Non avere paura, non piangere. Tuo padre ti ama». Le mani lo tiravano a sé. Quelle mani gli carezzavano la schiena, sollevavano la camicia da notte, scivolavano piano sulle cosce e premevano, per poi risalire mentre il ritmo della voce accompagnava il movimento.

«Non devi preoccuparti di niente. Tuo padre ti ama. So che ti piace. Ti fa bene. Ti rilassa. Ti fa dormire. Vuoi che ti massaggi qui? Ti sgonfia la pancia. Ti piace? Ti aiuta a dormire».

Le parole rintoccavano piano e le mani gli strofinavano la pancia, su e giù, tornavano sulle cosce e poi di nuovo sulla schiena.

«Uno di questi giorni andiamo in città. Facciamo un giro per i negozi e ti cerchiamo un completo nuovo da Curley’s. E poi si va al Royal Hotel a prendere un tè».

Adesso i movimenti delle mani erano tesi. Il respiro si fece affannoso.

«Ti piace. Ti fa bene». La voce assecondava convulsa le carezze delle mani.

«Mi piace».

Cos’altro c’era da dire? Era meglio non pensare, non curarsene; dopotutto, le mani, le parole ritmate, erano quasi piacevoli se riusciva ad allontanarne il pensiero ripugnante. La cosa peggiore era il calore crescente e il sudore, ma era meglio lasciarsi abbracciare e concentrarsi sul ritmo morbido e cantilenante della voce piuttosto che sulle mani che lo accarezzavano. Ascoltare, senza curarsene. Così era più semplice, se non teneva conto delle violente ondate di ribrezzo.

«Non dai un bacio della buonanotte a tuo padre?»

Le labbra si chiusero e il respiro si mozzò di fronte a quell’abbraccio. Ora il disgusto per la carne tremula si scontrava con la fatica di respirare.

«Buonanotte, dormi bene», disse, e il sollievo di sentirsi libero, di tornare a respirare e di togliersi la saliva dalle labbra gli parve immenso.

«Buonanotte, papà».

«Buonanotte, figliolo. Ora dormi».

Ma non c’era speranza di dormire, benché il respiro pesante di Mahoney dicesse che era scivolato quasi subito nel sonno. Era impossibile restare disteso accanto a lui. La nausea era troppo forte. Perciò rimaneva distante, sul bordo del materasso. Ma, muovendosi, Mahoney tirò a sé le coperte fino ad avvilupparsi in un bozzolo e lasciandogli a coprirlo, nel suo angoletto, appena un lembo del lenzuolo. Faceva un freddo cane e il ribrezzo cedette il posto ai brividi, che lo convinsero ad avvicinarsi alla fonte di calore addormentata. Provò a sfilare le coperte da sotto il corpaccio, ma non gli bastava la forza ed era troppo rischioso, l’avrebbe svegliato. Poteva lamentarsi, ma sarebbe servito a malapena a far passare il tempo. Quando smise di gemere, il fastidioso ticchettio dell’orologio riempì la stanza. Con l’aumentare della luce il quadrante sarebbe diventato più visibile e le cifre leggibili, ma avvolto dal freddo del lenzuolo di lino quel momento gli parve lontanissimo. Provò ancora a tirare le coperte e riuscì a prendere il piumino. Adesso il freddo era sopportabile, anche se avrebbe dato qualsiasi cosa per una coperta in più, o per l’alba. Sentì montare in gola un odio folle e soffocante per quella stupida massa che dormiva nel bozzolo di coperte e che si curava solo di se stessa.

I pipistrelli stridevano senza sosta intorno alla grondaia. L’alba si avvicinava e le pulci iniziavano a mordere. Ce n’era una che banchettava sulla sua spalla. La schiacciò con la mano, alla cieca, senza successo. Se non altro stavano attaccando anche suo padre, e infatti il corpo addormentato sotto il mucchio di coperte si agitava, mentre di solito dormiva come un ceppo. Tra un istante l’avrebbero svegliato. Cercava di grattarsi nel sonno. Le pulci gozzovigliavano alla grande e presto si sarebbe svegliato. Era inevitabile. E si svegliò, allontanando le coperte con un unico gesto del braccio.

«Dormi?»

«No».

«Che c’è?»

«Mi sa che le pulci stanno facendo festa». Riuscì a stento a non ridere.

«Mi sento tutto un prurito. Sono impazzite. Il DDT che abbiamo sparso il mese scorso non ha funzionato».

Scese dal letto, trovò la scatola di fiammiferi e accese la lampada sul tavolo.

Per prima controllò la camicia. Se la sfilò, la stese sul tavolo e la ispezionò meticolosamente. Ogni pulce che scopriva la schiacciava finché non era morta o fuori combattimento. A quel punto la stringeva tra le unghie dei pollici e quella scoppiava riducendosi a un granello di pelle e sangue spiaccicati sull’unghia.

La caccia ebbe inizio: sulle lenzuola c’erano cinque pulci vivaci e toste, sulle coperte invece fu più facile catturarle, tanto erano impigrite dal caldo, piene di sangue e impigliate nella lana. Le unghie lavorarono senza difficoltà, non dovevano temere fulminei salti verso la libertà, gli insetti erano intontiti e bastava un movimento per farne piccoli grumi di...



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