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E-Book

E-Book, Italienisch, 261 Seiten

Reihe: Nichel

Mercadante Presunzione


1. Auflage 2019
ISBN: 978-88-3389-081-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 261 Seiten

Reihe: Nichel

ISBN: 978-88-3389-081-4
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



«Non ti stai perdendo niente, la vita vera non è adesso. La vita è dopo». Queste sono le parole che Bruno Guida si ripete tutti i giorni, come un mantra, mentre frequenta l'ultimo anno di liceo a Caserta e cerca di sottrarsi con ogni mezzo a un mondo che lo reclama. Odia senza requie il suo paese, Villa Literno; guarda con superbia alla provincia e ai cafoni che la abitano, ma anche ai vezzi e ai manierismi dei compagni di scuola arricchiti; soprattutto, non è disposto a seguire e assecondare gli sforzi ossessivi di suo padre, che da quando il fratello gemello, il mitico zio Piero, è scomparso senza lasciare traccia, si è convinto di avere di fronte un caso di «lupara bianca», una vittima della camorra, e si è spinto fino a istituire un'associazione per la legalità, a lui dedicata. Per Bruno il sarcasmo e l'isolamento sono l'unica arma di difesa possibile: mostrarsi presuntuoso, per evitare che altri presumano di poterlo ingabbiare e decidere della sua vita; sfidare tutto e tutti per mantenere vivo il sogno di essere «destinato a ben altro». E quando il mondo attorno a lui, a cominciare dalla sua famiglia, si sfalda, è forte la tentazione di vedere nella catastrofe una via di salvezza. Romanzo di formazione quasi classico, ambientato tra Caserta, il litorale Domizio e la Terra dei Fuochi, Presunzione racconta luoghi ben noti da una prospettiva nuova e tutta interna, incentrata su un ribelle senza ideologie precostituite, il cui unico, semplice desiderio, è di poter cominciare a vivere.

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1


Feci la visita di leva al distretto militare di Caserta il 27 agosto del ’93, due settimane dall’inizio dell’ultimo anno di liceo. Prima di allora non mi era mai stato somministrato un test psicoattitudinale; neanche ero mai stato in fila per ore, o nudo con tanti altri ragazzi nudi. E nessun medico mi aveva mai chiesto di alzare l’asta indicando con la punta della matita il mio pene: testicoli a norma. Avanti un altro.

Alla fine del secondo giorno al distretto avevo nelle mani un documento che attestava il mio essere e un modulo con il quale avrei potuto fare domanda di obiezione di coscienza. Il primo avrebbe inorgoglito mio padre, il secondo l’avevo preso per non deludere suo fratello gemello, Piero. Voleva che non lo chiamassi zio perché considerava i gradi familiari solo come l’ennesima imposizione della società patriarcale.

«L’affetto non può essere imposto, al massimo va conquistato», diceva. «Ma neanche!», si affrettava a rincarare.

Era destino che non soddisfacessi nessuno dei due: mentre io ero in coda con le altre desnude matricole dell’esercito italiano, Piero Guida, mio zio, scompariva nel nulla decidendo per sempre le sorti della mia famiglia. Non mi avrebbe più ripetuto: Obietta. Disobbedisci. Pensa con la tua testa!

D’altra parte, mio padre non avrebbe mai più avuto l’arroganza di sentirsi orgoglioso per un mio successo. E questo non grazie a uno stato di consapevolezza superiore frutto della perdita del fratello gemello, ma solo perché da quel giorno non c’è stato più con la testa.

A dispetto di quello che stabilirono le autorità giudiziarie nelle settimane successive, mio padre si convinse che fosse un caso di lupara bianca e che suo fratello Piero fosse vittima della camorra. In realtà i carabinieri non accertarono nulla, furono solo e da subito sicuri che , quelli della criminalità organizzata, non c’entrassero niente.

Mio padre votò la sua vita a un maldestro impegno sociale, cosa imbarazzante per noi tutti a causa di un affiliato che e aveva sposato la cuginacarnale di mia madre. Quell’amico di famiglia mi aveva sempre trattato da figlioccio e fin da bambino avevo ricambiato chiamandolo in una sola eloquente maniera: zio Nicolino.

Il corpo di Piero Guida riaffiorò un anno dopo. Fu identificato perché nella tasca interna della giacca aveva la tessera plastificata della New York Public Library. Cosmopolita fino all’ultimo respiro.

Il fango aveva preservato i resti e fu possibile risalire alla causa della morte: shock anafilattico. Calzava ancora il preservativo. Non era certo il modus operandi preferito dalla camorra, ma l’evidenza dei fatti oramai contava poco per mio padre.

A domanda avrebbe risposto che i brutti cattivi camorristi avevano infilato un profilattico sull’uccello del fratello gemello, aspettato che gli si gonfiasse la lingua per poi abbandonarlo in una zona periferica votata alla prostituzione nigeriana, anzi avrebbero provveduto loro stessi a buttarlo in uno dei melmosi canali secondari dei Regi Lagni non ancora cementificati.

Il fango doveva essersi subito indurito, sigillando, insieme al cadavere di Piero Guida, anche l’ironica verità sulla sua scomparsa. Se ne sarebbe potuto ricavare un calco pompeiano. Ogni parrocchia ne avrebbe posseduto una copia da esporre a memento: Ecco cosa succede ad andare a nere.

Per molto tempo ho pensato con livore al giorno della visita di leva – l’inizio del peggiore anno della mia vita – non capacitandomi del fatto che fossi stato lì a fare l’idiota per la nazione in un momento tanto cruciale per me e per chi mi stava intorno. Ad ogni passo avanti in quella fila, i piani temporali della mia vita andavano collassando sotto il mio piede scalzo: non solo quella che il mio animo catalogò come la memoria, ma anche la maniera in cui avrei vissuto il presente e le cose che mi aspettai dal quel momento in poi dal domani.

Ho poi capito: in ogni esistenza umana il dramma va sempre a braccetto con la farsa e a tutti, prima o poi, tocca la parte del clown. Noi della famiglia Guida, giusto per distinguerci, mettemmo su un vero e proprio circo.

Tutti in fila per uno! Il serpentone di reclute si snodava lungo il corridoio del distretto militare (che le sapienti menti ministeriali avevano ubicato in un’ala della Reggia di Caserta) fino alla stanza dei medici.

Era ancora agosto e avevamo tutti il segno del costume molto marcato. Un domino di corpi ancora abbronzati e glutei bianchi a contrasto. Uno dei militari che ci accompagnava aveva continuato a cantare per tutto il tragitto «Tutti al mare / Tutti al mare / A mostrar le chiappe chiare...»

Tutta la situazione: la nudità, i marmi e gli affreschi della Reggia, il fatto che si rivolgessero a noi urlando come se fossimo già soldati da mettere in riga, sapeva di campo di concentramento variegato al libertinaggio: ragazzetti in attesa di essere passati in rivista dai quattro signori della Repubblica Sociale.

Noi che eravamo in fila badavamo a tenerci a distanza di sicurezza gli uni dagli altri, evitando il rischio di toccare le natiche di quello che stava avanti con la punta del glande, con i peli o con qualsiasi altra parte dei nostri corpi nudi. Ma quando ci si avvicinava alla porta dell’ambulatorio la fila diveniva necessariamente più serrata. A quel punto misi una mano a coppa sul pene, come avevano fatto anche gli altri.

Il ragazzo che mi precedeva si rigirò a guardarmi un paio di volte e mi disse che frequentavamo la stessa scuola: il liceo classico Benedetto Croce di Caserta. A me sembrava di non averlo mai visto. Teneva al collo una medaglietta d’argento, una Madonna ritratta mentre proiettava dei raggi di luce sul terreno sottostante attraverso le dieci dita.

Allungò la mano, quella che aveva tenuto sull’uccello, e si presentò: «Mi chiamo Roberto Palma, l’anno scorso mi sono ritirato al primo quadrimestre, dovrò rifare il quinto anno».

Lasciai la sua mano a mezz’aria.

«Io sono Bruno Guida e non sono mai stato bocciato o rimandato».

Roberto ci tenne a parlare lungo tutto il tragitto fino alla stanza dei medici, dove si entrava quattro alla volta.

In quell’ambiente era perfettamente a suo agio. Conversava ad alta voce con altri ragazzi anche se erano in fondo alla fila. Faceva battute cameratesche ai militari che ci accompagnavano. Boutade spiacevoli dalle quali traspariva sempre una certa ansia di compiacere i soldati. Quando invece a passarci a fianco era un ufficiale (e ancor di più se indossava, oltre alla divisa, un camice bianco da medico) la smetteva di fare il simpatico e tornava subito in riga.

Arrivati in vista dell’ambulatorio si rivolse al caporale di piantone che, appoggiato con la suola dello stivale al muro, regolava l’ingresso per l’esame finale.

«Se mi fate entrare con questo qui», disse Roberto Palma al militare indicandomi con il pollice, «faccio di sicuro una brutta figura».

Roberto Palma il senza vergogna.

«Dico veramente, io e il mio amico», m’indicò di nuovo, «non vogliamo entrare insieme».

Il piantone masticava svogliatamente un chewing gum lasciando che la bocca si spalancasse con una frequenza (che avevo cronometrato negli ultimi cinquanta minuti) di quattro a uno: ruminava quattro volte a bocca chiusa e poi apriva le fauci grondanti saliva. Più o meno ogni dieci giri di giostra lasciava andare anche uno sbadiglio e cambiava il piede d’appoggio al muro del palazzo reale ormai imbrattato di pedate. Fissò Roberto con espressione annoiatissima, non rispose. Poi, come se d’improvviso fosse arrivato a elaborare un pensiero riguardante la richiesta che aveva appena ricevuto, smise di ruminare per un attimo, ma invece di parlare sbuffò con il naso. Roberto allora lasciò la fila e gli si avvicinò con fare confidenziale, nudo com’era, per parlargli all’orecchio.

Per tutta risposta il militare si rivolse all’intera fila: «Si entra nell’ordine stabilito!», e poi, a un altro soldato seduto scomposto qualche metro più in là, disse: «Credono di stare a Miss Italia».

La figuraccia non zittì Roberto. Mi spiegò che non me la dovevo prendere, che non voleva entrare con me solo perché ero troppo grosso e atletico e a lui era necessario risultare abile di prima, ma era già stato fatto l’anno precedente per il torace troppo piccolo.

«Non credo che l’esame si faccia per confronti», dissi.

«La vita è tutta un confronto, non te lo hanno spiegato?»

Lasciai perdere. Non volevo certo discutere le massime di vita di Roberto Palma.

«E comunque», gli dissi per calmarlo e chiudere la conversazione, «tu sei in forma».

«Sì, faccio pesi. È un anno che mi prendo le proteine...»

Senza volerlo avevo toccato un altro argomento topico: i pesi, i muscoli, i pettorali, gli aminoacidi a catena ramificata. Poco prima che toccasse a noi, baciò la medaglietta della Super Madonna su entrambi i lati e si batté il petto con un pugno per darsi la carica. Rimase in silenzio solo quando, una volta dentro, ci dissero di allargare le gambe, abbassarci piegando le ginocchia e tossire.

Non sapevo di preciso di cosa volessero sincerarsi i medici. Presenza di emorroidi, o forse ancora qualcosa che riguardava i testicoli; nonostante l’imbarazzo generale e il carattere leggermente invasivo del tutto, fui felice di riposare le orecchie per qualche minuto.

...



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