Messina | Basket, uomini e altri pianeti | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 212 Seiten

Messina Basket, uomini e altri pianeti


1. Auflage 2012
ISBN: 978-88-96873-51-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 212 Seiten

ISBN: 978-88-96873-51-9
Verlag: ADD Editore
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Ettore Messina è un allenatore che ha segnato la storia della pallacanestro degli ultimi decenni. Dopo una splendida carriera italiana (Bologna e Treviso come club, e la Nazionale), nel 2005 Messina diventa allenatore della corazzata del Cska Mosca dove rimane fino alla stagione 2008/09 vincendo, oltre al campionato nazionale, l'Eurolega per due volte. Passo successivo Madrid, due stagioni che terminano con qualche dissapore, e, infine, l'approdo ai Los Angeles Lakers, ovvero il sogno Nba, il basket vissuto con gli inventori di questo sport, a fianco di Kobe Bryant e di campioni come lui. Ma per arrivare a questi risultati, dietro un tecnico capace e preparatissimo ci deve essere un uomo altrettanto grande e con una marcia in più. In questo libro c'è tutto questo, il racconto di chi per mestiere deve far lavorare i grandi, chiedendo il massimo quindi dando il massimo. Oltre a questa storia in filigrana (la prima stagione vissuta da allenatore Nba), Messina scrive però di molto altro, le sue esperienze importanti in Russia e Spagna a contatto con modi differenti di vivere e sentire lo sport. Un libro che parte dal basket ma che a quello non si ferma, scritto in collaborazione con Flavio Tranquillo, la voce italiana del basket a stelle e strisce.

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Prologo









9 dicembre 2011,
early morning. Tra poco sarò in palestra, per fare allenamento. Potrebbe essere un giorno come tanti a Bologna o a Treviso, Mosca o Madrid. O anche a Mestre, dove ho cominciato grazie all’intervento di Tonino Zorzi, il «Paron», relativamente impressionato dalle mie doti di giocatore. E invece sono a El Segundo, California, in Nash Street, la mia squadra ha la maglia giallo-viola senza sponsor sul petto, perché nella Nba (ancora) non usa. Già, perché di Nba stiamo parlando. Dopo le esperienze estive con Denver e Cleveland e le chiacchiere di vario genere e spessore con Toronto, Sacramento e New Jersey, ho firmato un contratto con una franchigia della lega amministrata da David Stern. E non proprio una di quelle da poco! L’altra firma sul contratto l’ha vergata infatti un legale rappresentante dei Los Angeles Lakers, quelli di Magic e Mikan, di Kareem e West, di Shaq e Kobe. Per loro sarò consulente del nuovo capo-allenatore, e mia vecchia conoscenza, Mike Brown.

Siederò dietro la panchina durante le partite ma lavorerò full time nello staff dei 16 volte campioni Nba, proprio alla Tex Winter (absit iniuria verbis). Mi verrebbe da darmi un pizzicotto per convincermi che non è tutto un sogno ma per fortuna ho avuto tanto tempo per abituarmi all’idea grazie alla serrata che ha rimandato l’inizio della stagione. E poi ci sono talmente tante cose nuove da capire e apprendere che non c’è tempo per pensare ad altro. Cerchiamo però di fare un po’ di ordine e partiamo dall’inizio di questa storia.

Pochi giorni dopo le mie dimissioni dal Real Madrid, di cui vi parlerò cammin facendo, l’allora Vice President of Basketball Operations di San Antonio Danny Ferry mi telefonò per invitarmi a trascorrere qualche giorno con gli Spurs. È comune che i texani estendano inviti di questo genere a chi viene licenziato o si dimette durante una stagione, americano o meno che sia. Per loro significa la possibilità di «pizzicarti il cervello», di sentire cioè come la pensa uno che viene da un ambiente e una cultura diversa dalla loro. Da Kelvin Sampson a Dule Vujosevic sono stati tantissimi i coach che hanno fatto conoscenza in queste circostanze con l’organizzazione nero-argento e soprattutto con Gregg Popovich, la cui mano sta dietro questa rispettosissima usanza. Nell’occasione ho potuto capire cosa voglia dire allenare e gestire una franchigia Nba, perché l’accesso che gli Spurs ti danno in questi casi è totale. Ovvio che verso questo club provi eterna gratitudine, perché tra dichiarare e dimostrare rispetto c’è differenza, e i fatti sono sempre più concludenti delle parole.

Dopo dieci anni di email e sms quel viaggio mi ha dato anche l’occasione di trascorrere un po’ di tempo con Manu Ginobili, il perno della mia Virtus del Grande Slam 2001 verso il quale Popovich e l’intera franchigia nutrono qualcosa di simile alla venerazione. Difficile dimenticare la sincera commozione di Pop nel brindare al giocatore che – sono parole sue – «ha rappresentato per gli Spurs quello che Michael Jordan e Larry Bird hanno rappresentato per Bulls e Celtics».

Gli Spurs furono così gentili da invitarmi una seconda volta qualche tempo dopo in occasione di un mini-camp per giocatori del draft 2012, permettendomi di approfondire lo studio di una lega che va conosciuta dall’interno per poterla giudicare. Mai però avrei creduto che di lì a pochissimo l’avrei considerata non più come contesto da studiare ma come potenziale datore di lavoro. Come per la visita in Texas, è stata colpa/merito di Danny Ferry, diventato mentre leggete Gm degli Atlanta Hawks.

Il 15 febbraio 1990 al PalaFiera di Forlì io ero un giovane capo-allenatore della Virtus Bologna e Danny una seconda scelta assoluta Nba da Duke che per motivi contrattuali aveva preferito l’offerta del Messaggero Roma a quella degli allora derelitti Clippers. Nonostante i 21 punti di Danny, quella finale di Coppa Italia la vincemmo noi grazie ai 53 della coppia irresistibile Brunamonti-Richardson che, sotto la doccia, si raccontava incredula di come il nostro premio fosse esattamente il 15% di quello che avrebbero ricevuto Ferry e i suoi compagni se a prevalere fosse stata la squadra capitolina. I cui componenti avrebbero peraltro ricevuto anche un maiale, vivo o macellato a scelta dell’atleta, in caso di successo. Per fortuna, non è solo il denaro a far girare il mondo. E per fortuna quella Coppa Italia non è stato l’ultimo trofeo della mia carriera.

Così Ferry, divenuto nel frattempo General manager dei Cleveland Cavs di LeBron James, ebbe la bontà di ricordarsi dei miei trascorsi e di apprezzare quello che stavo facendo al Cska bi-campione d’Europa. Tanto da consigliare al suo allenatore di venire a dare un’occhiata a come la mia squadra preparava la stagione a Brunico. Cosa che Mike Brown fece non solo una ma ben due volte, con ampia soddisfazione reciproca. Agli allenamenti e alle riunioni Coach Brown si presentava con il suo blocco per gli appunti come uno stagista, un chiaro segno di umiltà e intelligenza. In cambio noi del Cska gli aprimmo le porte e lo facemmo partecipare a tutte le nostre attività, incluse le sedute di rafting in cui il sottoscritto riuscì a rompersi un polso. Ovvio che diventassimo amici e rimanessimo in contatto durante le rispettive stagioni. Meno ovvio invece che appena tornato dal secondo viaggio a San Antonio Mike mi chiedesse che cosa ne pensassi di far parte del suo staff nel caso avesse «chiuso» con Golden State o i Lakers. Non una brutta opzione da tenere aperta, anche se all’epoca pensavo che avrei finito per allenare a Milano, dove c’era un discorso più che ben avviato con l’Olimpia e il presidente Proli.

Nell’attesa, per tenere occupato il tempo, facevo quello che fanno gli allenatori in questi casi, cioè aggiornarmi e aggiornare. Così, dopo aver partecipato da spettatore alla Final 4 di Eurolega a Barcellona, ero partito per un’altra Final 4, quella del campionato israeliano. Dove, su invito del Wingate Institute e della Super League, avrei tenuto una lezione tecnica.


Fu proprio a Tel Aviv che mi raggiunse un’altra telefonata del mio compagno di avventure lungo le rapide a Brunico. Mike mi comunicava che le trattative con i Los Angeles Lakers si stavano infittendo e che c’era la reale possibilità che di lì a poco Jerry Buss, il mitico proprietario della franchigia californiana, gli offrisse il posto da capo-allenatore. Ragion per cui mi chiedeva in modo ufficiale se fossi sempre disponibile a far parte del suo staff come
special consultant, consulente speciale. I Los Angeles Lakers e quella Nba di alto livello che avevo apprezzato già in Texas. Con una persona di cui ho enorme stima come Mike. Da consulente, con la relativa flessibilità che ne sarebbe derivata. In una stagione presumibilmente più corta del solito causa serrata. In una città, come dire, guardabile. Il puzzle che si andava disegnando mi piaceva già molto, ma la tessera più attraente era la possibilità, dopo ventidue anni di grandi responsabilità e tensioni, di defilarmi un po’ per concentrarmi sulle aree che prediligo, la preparazione e l’analisi. Difficile dire di no, onestamente. E infatti dissi di sì. Telefonai a Proli spiegando la situazione e lo trovai comprensivo: il dado era tratto, un biennale con possibilità di uscire dopo il primo anno che avrei firmato più tardi per ragioni tecniche. Mike mi spiegò che avrei dovuto valutare le nostre prestazioni, una specie di controllo-qualità di lusso, e avere una parte importante in allenamento. Che non avrei avuto responsabilità di scouting e/o players development come altri assistenti che si occupano di studiare le avversarie e lavorare con i giocatori in sessioni individuali. In occasione delle partite mi sarei seduto dietro la panchina, cosa che non mi pesava allora e, con il senno di poi, non mi è pesata dopo.


E così, 9 dicembre 2011, eccomi in palestra che aspetto di cominciare il primo allenamento. Una sessione attesa per mesi con un orecchio a New York per capire se e quando si sarebbe partiti, preparata con un’attenzione ai dettagli che non avevo mai visto. Non prima però di un paio di colpi di scena, siamo pur sempre a Hollywood. Settimane di elucubrazioni su come far giocare una squadra con playmaker non tanto playmaker, Kobe e due lunghi ci avevano fatto giungere infatti alla conclusione che per riuscirci sarebbe stato decisivo Lamar Odom. Ieri sera però, Mike ci comunicava che lo scenario era
leggermente mutato. A causa dello scambio a tre con Hornets e Rockets in via di definizione, dovevamo infatti considerarci privi di uno dei due lunghi, Gasol, e del predetto Odom. In compenso però avevamo a bordo il playmaker più playmaker di tutti, ovverosia Chris Paul. Come si suol dire, Welcome to the League! Era successo che le trattative erano andate avanti in gran segreto e il nostro capo ci aveva informato solo a cose ormai fatte.

Nell’apprendere la notizia-shock, lo staff aveva manifestato sia il logico apprezzamento per le immense doti di «CP3» sia la legittima preoccupazione nel dover cambiare impostazione di 180 gradi dalla sera alla mattina (letteralmente). La squadra era diventata molto...



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