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E-Book, Italienisch, 176 Seiten, Format (B × H): 155 mm x 220 mm
Moling Deontologia della caccia
1. Auflage 2026
ISBN: 978-88-6839-872-9
Verlag: Athesia-Tappeiner Verlag
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Riflessioni etiche sul rapporto con la fauna selvatica
E-Book, Italienisch, 176 Seiten, Format (B × H): 155 mm x 220 mm
ISBN: 978-88-6839-872-9
Verlag: Athesia-Tappeiner Verlag
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
MARKUS MOLING, nato nel 1978 a Brunico, ha studiato teologia e filosofia a Innsbruck e Milano. Ordinato sacerdote nel 2006, ha svolto il suo ministero in diverse parrocchie e per tre anni è stato segretario del vescovo. Dal 2016 è professore ordinario di filosofia allo Studio Teologico Accademico di Bressanone. I suoi ambiti di ricerca includono l'etica ambientale, la percezione della natura e il rapporto con la fauna selvatica. Appassionato di ornitologia, si dedica allo studio dei tetraonidi e collabora a rilevamenti faunistici per l'amministrazione provinciale.
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Caccia e dimensione umana
Un prerequisito per una carriera professionale di successo è senza dubbio una buona formazione, che a sua volta dipende da istruttori esperti e competenti. Non meno decisiva, tuttavia, per l’avanzamento professionale e l’acquisizione di competenze sociali, è una buona educazione, che inizia nell’infanzia e si definisce semplicemente come “buona creanza”. Per risvegliare e affinare nei giovani il senso di responsabilità, l’empatia, l’attenzione e la tolleranza nei confronti degli altri, sono necessari modelli comportamentali, come i genitori o i nonni, che vivano in prima persona questi valori nella quotidianità. Indipendentemente dai regolamenti e dalle leggi, un giovane cresciuto con una buona base educativa capirà presto che nella vita ci sono cose che, pur essendo giuridicamente consentite, semplicemente non si fanno. In molti ambiti della vita, e soprattutto per quel che riguarda i cacciatori che decidono di uccidere o lasciare in vita un ani male selvatico, dovremmo avere a cuore il motto “questo non si fa”, facendo appello alla nostra coscienza. Queste quattro parole, da sole, possono influenzare il nostro comportamento morale durante la caccia.
Noi cacciatori appassionati siamo legati da un amore che plasma in modo unico la nostra vita, il nostro rapporto con la natura, i nostri pensieri e le nostre azioni. Non tutti sanno che questa passione si trasmette di generazione in generazione e che a un tratto può riaccendersi in una persona o in un’altra e non lasciarla più per il resto della vita. La della caccia è intrecciata ai solidi principi che orientano la nostra esistenza e le forniscono un sano fondamento. Una persona che non pratica la caccia non sarà in grado di capire sul momento questo paragone e nemmeno di comprendere l’alto significato dell’attività venatoria nella formazione della personalità di un individuo, perché essa è ancora rifiutata o quantomeno messa in discussione criticamente da una parte della società odierna.
La caccia richiede rettitudine, onestà e anche umiltà, apertura allo stupore nei confronti della natura e disponibilità, nel corso di una vita da cacciatore, a imparare e a comprenderne il contenuto spirituale, fino a inchinarsi davanti a essa con rispetto. Molti oppositori dell’attività venatoria non colgono questo aspetto, che cioè nel continuo ciclo di trasformazione e caducità delle cose non c’è nulla di riprovevole nel cacciare. Questo equivoco nasce da una concezione distorta del rapporto tra uomo e animale e dalla crescente tendenza a umanizzare gli animali (antropomorfismo), che marchia il cacciatore come un assassino. Finché pratichiamo la caccia con decoro e con rispetto verso il mondo animale, possiamo senza dubbio definirci cacciatori civilizzati e di “buona creanza”.
Se oggi possiamo parlare con fiducia della caccia come di un bene culturale prezioso, lo dobbiamo alla considerazione che dobbiamo riservare alle altre creature, senza la quale non ci può essere una caccia giusta, eticamente responsabile e nemmeno umanamente sostenibile. La caccia è ciò che noi facciamo di essa e il cacciatore è ciò che egli stesso decide di essere. È quindi essenziale per noi cacciatori adottare un atteggiamento etico di fondo. Oggi il numero di cacciatori è più alto che mai. Come si spiega questa corsa alle licenze di caccia quando il numero degli oppositori è in aumento e i media sono in gran parte tutt’altro che portavoce dei cacciatori? Può darsi che alcuni aspiranti siano interessati solo a possedere legalmente un’arma, ma io penso che le persone, in un mondo altamente tecnologico, sentano crescere nuovamente il bisogno di avvicinarsi al vero, all’origina rio, all’incontaminato e autentico, all’esperienza di un contatto ravvicinato con la natura. Il materiale didattico per conseguire il certificato di abilitazione all’esercizio venatorio non diminuisce, anzi aumenta. L’esame venatorio non diventa più facile, ma il tempo per ottenere la licenza si è notevolmente abbreviato. Nessuno ottiene nulla gratuitamente, ma oggi è possibile, se non addirittura prassi comune, diventare titolari di una licenza di caccia in poche settimane, anche se questo non fa di una persona un cacciatore provetto. Il percorso per diventarlo è ben più lungo. In passato, era consuetudine affidarsi a un mentore che, soprattutto quando l’aspirante cacciatore era giovane, doveva dare esempio di responsabilità e influire in modo significativo sullo sviluppo caratteriale del suo allievo. Oggi parliamo di , un percorso di gran lunga più difficile, un processo di apprendimento che non finisce mai. Quello che alla fine ci rende migliori, anche se non perfetti, è solo il continuo confronto con tutto ciò che la caccia offre in termini di bellezza ma anche di difficoltà, sono i tanti incontri con il mondo animale e con quello umano, le tante decisioni di coscienza, le scelte sbagliate e anche i tanti errori che inevitabilmente si commettono.
Il solo superamento dell’esame venatorio non è sufficiente. Conoscere la formula dentaria del tasso o il periodo di gestazione del coniglio può sembrare lodevole, ma bisogna dar ragione al filosofo svizzero Eugen Wyler quando afferma che il mondo non può essere salvato dalla sola conoscenza! È necessario combattere una pericolosa superstizione, quella secondo cui il sapere da solo è sufficiente. Risolvere le più recenti sfide tecnologiche non è decisivo per il futuro dell’umanità, ma lo è l’atteggiamento, la formazione interiore e, soprattutto per il cacciatore, il carattere.
Vengono effettuati molti controlli rigorosi e viene richiesto un certificato del casellario giudiziale per concedere al candidato il permesso di cacciare. Non è possibile verificare se l’aspirante cacciatore abbia il carattere e l’atteggiamento etico necessari per un’attività responsabile, ma a un certo punto arriva il momento in cui diventa evidente, sia in positivo che in negativo.
L’etica ha molto a che fare con la filosofia ed è tutt’altro che facile seguire le parole dei filosofi che hanno trattato l’etica venatoria, per non parlare del loro linguaggio criptico. Un’interpretazione molto semplice del concetto di etica venatoria mi è sempre stata data dal mio maestro, Walther Niedl. Si capisce cosa sia l’etica venatoria solo quando manca! Anche coloro che non hanno nulla a che fare con la caccia sono in grado di percepire se questo tratto caratteriale è poco o per nulla sviluppato, oppure se è presente in noi cacciatori.
I media sono fin troppo ansiosi di attaccare le pecore nere tra le nostre fila, il che non favorisce certo l’accettazione della caccia nella pubblica opinione, e anzi la mette in pericolo, in quanto è la società a decidere se domani ci sarà ancora possibile cacciare o se si scenderà in piazza per l’abolizione della caccia.
L’etica venatoria non si riferisce solo al comportamento del cacciatore nei confronti della selvaggina, ma si estende a tutte le azioni legate alla caccia. Un comportamento venatorio etico inizia con il mettersi in cammino e dovrebbe concludersi non da ultimo nella locanda con il tradizionale (raduno conviviale dei cacciatori al termine della giornata venatoria n.d.t.).
L’atteggiamento e il comportamento quotidiano del cacciatore durante e al di fuori dell’attività venatoria dovrebbero essere caratterizzati da un codice etico. È pur vero che per noi non è sempre facile dimostrarlo. Noi cacciatori ci troviamo spesso di fronte a situazioni in cui commettiamo errori, le cui conseguenze possono farci passare notti insonni, errori che restano sempre in modo subliminale dentro di noi, che saremmo fin troppo felici di sopprimere, che a volte ci inducono persino a mentire a noi stessi.
Nel rapportarci con il mondo animale dovremmo sempre sforzarci di riconoscere, cosa che vale non solo per i cacciatori ma per ognuno, che tutti gli animali superiori hanno una vita emotiva, sono individui in grado di soffrire, hanno propri bisogni, possono provare dolore e probabilmente persino sentimenti assimilabili al lutto.
È certamente positivo per la nostra comprensione etica, e sicuramente non sbagliato, considerare tutti gli animali altamente sviluppati come esseri partecipanti della stessa creazione, senza tuttavia arrivare ad antropomorfizzarli. I termini “creatura” e “creazione” vengono ripetutamente sottoposti a giudizio critico da filosofi e teologi, nonché esaminati dal punto di vista semantico. La creazione, secondo il teologo Friedrich Wilhelm Graf (2002), è un simbolo irrinunciabile dell’interpretazione religiosa che l’uomo dà di sé e del mondo.
Anche se il concetto di creazione è solo un simbolo, ci aiuta a cacciare in modo giusto e secondo principi etici. Se ce ne ricordiamo durante la caccia e cerchiamo di evitare inutili disturbi, paure e sofferenze alla fauna selvatica, se la protezione della femmina genitrice è per noi più importante del bottino di caccia e della realizzazione dell’obiettivo dei prelievi, se cacciamo con responsabilità e rispetto tenendo conto delle peculiarità sociali delle diverse specie di fauna e astenendoci dal...




