E-Book, Italienisch, 506 Seiten
Reihe: SuperTele
Monetti / Pallanch Per i soldi o per la gloria
1. Auflage 2023
ISBN: 978-88-3389-473-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Storie e leggende dei produttori italiani dal dopoguerra alle tv private
E-Book, Italienisch, 506 Seiten
Reihe: SuperTele
ISBN: 978-88-3389-473-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
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NELLA SOGGETTIVA DEI PRODUTTORI
INTRODUZIONE
Notte fonda. Una Citroën DS attraversa la campagna laziale. A bordo ci sono il regista Guido Anselmi (Marcello Mastroianni), sua moglie Luisa (Anouk Aimée), l’amica Rossella (Rossella Falk) e al volante il produttore Pace (Guido Alberti). A un certo punto l’auto si ferma. Di fronte ai quattro si staglia un’enorme piattaforma per il lancio di un’astronave. Se non fosse una delle scenografie di un set cinematografico, sembrerebbe di trovarsi in un paesaggio lunare e onirico. A riportare il tutto alla concretezza è il produttore, il quale, scendendo dall’auto, si rivolge a Luisa e Rossella che stanno osservando con un certo stupore l’immensa impalcatura: «Eh... che ne dite?! Bisogna essere incoscienti per dare retta a questo regista!» Dopo aver consigliato paternalisticamente di coprirsi per via dell’umidità, discute con una delle maestranze per stringere i tempi sulla fine dei lavori della scenografia.
È una sequenza di uno dei capolavori felliniani, , in cui la figura dell’imprenditore cinematografico ha un ruolo molto rilevante. Ed è anche l’ideale rappresentazione di un tipico produttore degli anni Sessanta. Affetto da una certa pinguedine che fa molto personaggio, dotato di un saldo pragmatismo ma anche di un elementare quanto sano intuito psicologico (deve convincere il regista, sempre più in crisi creativa ed esistenziale, a portare a termine il film), Pace è la perfetta unione tra il meneghino alla Angelo Rizzoli e la vivace esuberanza di un produttore alla Peppino Amato, unita all’entusiasmo di un Dino De Laurentiis, anche perché ha una simpatica cadenza partenopea (non a caso è doppiato da Carlo Croccolo). Il personaggio felliniano è anche la tipica figura di produttore che si «sporca le mani», non si arrende mai, le prova tutte e non si dà mai per vinto, arrivando a mettere alle calcagna del regista in crisi l’intellettuale Carini, dall’invidiabile e militante vis polemica, simile a un Godard e a un Debord, splendidamente impersonato da Jean Rougeul, surrealista negli anni Trenta, poi critico cinematografico per , ma anche regista e attore.
La simpatia naturale che lo spettatore prova per Pace deriva anche dalla scelta di un attore particolare come Guido Alberti. Come nel caso di Rougeul, arte e vita felicemente si (con)fondono: la figura di Alberti non può essere infatti ridotta a quella di un semplice caratterista di lusso (oltre che con Fellini, ha lavorato con Pasolini, Rosi, Chabrol, Zurlini, Monicelli, Polanski...) perché nel 1947, insieme a Maria Bellonci, ha fondato e sostenuto il più importante premio letterario italiano, chiamato «Premio Strega» dal nome del celebre liquore prodotto dalla sua famiglia. Non gli deve essere stato complicato, quindi, passare da industriale di dolciumi e liquori (ha ricoperto varie cariche nell’industria di famiglia) a imprenditore d’immagini in movimento, anche se per finzione. Curioso che nello stesso anno di , il 1963, Guido Alberti interpreti un altro imprenditore, stavolta in chiave negativa: il politico affarista Maglione in combutta con i palazzinari in di Francesco Rosi. Due personaggi egualmente emblematici di un decennio in cui gli sguardi, spesso dominati dall’ambizione se non dall’arrivismo, sono sempre protesi verso l’alto, dove ormai il cemento ha coperto il cielo.
Pace rappresenta una tipologia di produttore che ha come target di riferimento il cinema d’autore, spesso esistenzialista, a volte visionario, ma che non disdegna film artigianali, «di cassetta», per far quadrare i conti. Come ogni filiera industriale che si rispetti, ogni casa produttrice è diversa, con propri obiettivi, strategie ed estetiche, e diversa è la tipologia dei titolari. Così, accanto a un Pace, c’è il produttore che fedelmente sposa la sua attività a quella di uno o due registi; il «capitano coraggioso» che aspira a superare i confini della penisola per inseguire il mercato internazionale, producendo quindi opere «poco italiane» ma esportabili in tutto il mondo; oppure quello che rincorre i generi cinematografici, in voga in Italia fino agli anni Ottanta (la commedia, il peplum, il western, il poliziesco, il thriller e l’horror). Gli esempi sono tantissimi e eterogenei, capaci di sfatare la riduttiva visione di una figura monodimensionale, pragmaticamente interessata solo al profitto. Perché al pari di cineasti tutto «genio e sregolatezza», ci sono stati mecenati visionari che hanno investito tutto, energie e soldi, con indomito coraggio, per perseguire sogni apparentemente impossibili, ovvero opere complesse, di faticosissima realizzazione, o sperimentali nelle forme e nei contenuti. Lacrime, sudore e cambiali in bianco!
Questo libro si è proposto sin dall’inizio di dare voce a tutti questi personaggi che hanno iniziato la loro attività generalmente negli anni Sessanta e Settanta, in un panorama che, se confrontato a quello odierno, sembra distante non pochi decenni, ma centinaia di anni. Un mondo che appare in bianco e nero, rigorosamente analogico rispetto a quello attuale, digitalizzato, affollato di piattaforme, di multicanali televisivi, dove dalla materialità della pellicola, delle banconote, persino degli assegni e soprattutto delle mazzette di cambiali, si è passati all’invisibilità e alla virtualità dei file, agli angusti schermi di un i-Phone di ultimissima generazione, alle carte di credito, al denaro .
In un’Italia che usciva dalla fase «neorealista» del dopoguerra per giungere al boom economico, di cui gli stessi produttori erano una significativa espressione, sembrava che si potesse fare, e conquistare, ogni cosa. Di qui sgorgavano un entusiasmo e un ottimismo disperatamente vitale che contagiavano tutti. Il produttore, al pari di registi e sceneggiatori, aveva voce in capitolo nella costruzione del film, proponeva, osava, metteva bocca, in un percorso creativo che nasceva spesso da embrioni di idee raccontate, o meglio ancora recitate, nei loro indimenticabili uffici (la famosa, gigantesca scrivania di Goffredo Lombardo), se non in stanze d’albergo (il produttore in vestaglia, altra immagine consegnataci dalle ceneri del tempo), tra suggestioni, improvvisazioni e innamoramenti improvvisi. Un cinema orale, socratico, dove primeggiava Luciano Vincenzoni, il più estemporaneo dei nostri sceneggiatori.
Tutto questo prima degli anni Ottanta, quando la televisione ha preso sempre più piede. C’è un film che segna questo spartiacque – anche se le avvisaglie si erano viste diversi anni prima – ed è di Ettore Scola, che cade non a caso a inizio del decennio e rappresenta, con cinica e amara durezza, un’intera generazione allo sbando dopo le glorie dei decenni precedenti: uno sceneggiatore che non riesce più a scrivere; un giornalista sempre più pigro e incapace di rinnovarsi; un deputato comunista in crisi d’identità e fedifrago; un consigliere Rai con un passato glorioso da scrittore ormai alle spalle, depresso e alienato; e soprattutto, un produttore che non capisce più i suoi tempi e nemmeno più sua moglie. Da imprenditore di successo, seppur di film di cassetta, Amedeo, interpretato magnificamente da Ugo Tognazzi, diventa un emarginato (l’enorme villa con piscina, come nel finale di dello stesso Scola, è ormai un monumento vuoto del bel tempo che fu) che cerca di continuare a produrre per riconquistare, senza successo, sua moglie Enza (Ombretta Colli), donna emancipata e carrierista senza scrupoli. Al punto di sostenere un film di un ambizioso e velleitario giovane regista che dovrebbe rappresentare «il nuovo cinema italiano», Giorgio Campi (il «premorettiano» ed ex Fabio Garriba, che si accingeva, in quel periodo, al grande passo di mollare tutto e tornare nella sua Verona per fare l’insegnante, a conferma della fine delle utopie anni Settanta). Sotto questa formula, «nuovo cinema italiano», reiterata per decenni, cadrà ogni velleità di effettivo rinnovamento.
Una sequenza di simboleggia, meglio di tante parole, questo cambiamento: dopo la visione privata del film di Campi, tutti fanno capannello attorno al regista e a Enza, mentre Amedeo rimane in disparte, all’angolo della sala. Ormai è una figura anacronistica, che tenta pateticamente di rincorrere la contemporaneità costituita da giovani cineasti in erba, rancorosi, che si credono già autori dopo un cortometraggio in 8 mm. Prova allora a entrare in questa cerchia di intellettuali per carpire qualche idea, ma confonde «allegoria» per «allegria». Siamo ben lontani dalla figura, sicura e al centro dello schermo, di Pace in : il produttore è sempre più defilato, all’interno di un sistema dove stanno emergendo altre figure, incardinate nelle strutture televisive, destinate ad assorbirne il ruolo, il peso, se non anche le funzioni.
Questo zibaldone di testimonianze, ricordi, riflessioni, rimpianti, rimorsi, risentimenti, fasti e amarezze, vuole anche raccontare e indagare lo spaesamento di chi è stato superato dallo scorrere inesorabile, e sempre più incessante, dei fotogrammi, ma anche il mutamento di chi è riuscito ad avere successo negli anni Ottanta e nei decenni a venire, adattandosi camaleonticamente ai tempi. Accanto al fantasma del grande cinema italiano, che tutti i protagonisti di queste pagine hanno visto dissolversi all’orizzonte, chiusi nel loro ufficio-fortezza come il sottotenente Drogo in




