E-Book, Italienisch, 326 Seiten
Reihe: Narrativa
Morelli Da che mondo è mondo
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7452-677-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 326 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-677-2
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
L'unico impiegato di un ente inutile ha un incontro che gli cambierà fatalmente la vita. Nella sua città entra in contatto con una famiglia di zingari che vengono dagli Urali ma sembrano custodire segreti lontani nel tempo, e che lo iniziano ai misteri e all'amicizia. L'incontro smuoverà una curiosità morbosa da parte dei media che finirà per metterli in pericolo assieme a un gruppo di amici, degli inconciliabili anch'essi. Non si sa come sarà il loro futuro, quello che è certo è che lo affronteranno tutti insieme. Una 'favola per adulti' comica e malinconica, che si cala nel nostro presente in cui il vero non ha piú alcun privilegio sul falso, senza un reale controllo da parte di alcuno, e soprattutto nella sua ansia del futuro, alla quale i protagonisti rispondono come possono, scoprendo che la vera magia, e da che mondo è mondo, sta nel saper trasformare le difficoltà in forza per reagire.
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A scuola di soffio
S’erano aggiustati per la notte sui letti a castello. Salva ha dormito poco stavolta, c’è solo da immaginarlo. La bimba invece s’è accucciata con Lena, te la tengo calda…, gli ha sussurrato mollandogli un bacione estasiato e contento di tutte le novità e le amicizie, gli ha strizzato l’occhio con un sorrisone che cosí, davvero, non gliel’aveva mai visto.
Per quasi tutta la notte gli è sembrato di vedere dei fari, ha anche cercato di ricollegarsi alle notizie del futuro ma continuavano a sfuggirgli. La voce della nuvola materna era solo un’eco sempre piú lontana. E poi l’Orso russava come rimbombasse in una grotta grossa e primordiale, la moglie fischiava per farlo smettere. Si vede che è un metodo universale, pensava lui. Nella roulotte si respirava una nuvola d’aglio, che standoci dentro non è poi cosí sgradevole, una nuvola però d’aglio persa in una nuvola di fumo, perché in quella casa fumavano come turchi, ammesso che i turchi fumino come fumavano loro, ed è grave averlo omesso fino ad adesso, per scusa c’è che l’ha omesso pure lui fino a qui.
Avevano tutti gli occhi gonfi d’umidità, la mattina dopo. Hanno cominciato subito a darsi da fare. Gabri l’ha svegliata a colazione pronta, s’è guardata in giro per dei lunghi minuti prima di ricordarsi dov’era, s’è ripresa subito con l’aria di una che mica è scema, non vuole perdersi niente.
Pareva a Salva che al padrone di casa era come se gli cambiasse la faccia, lo giura, come se gli cambiasse in qualcosa ogni volta che lo vedeva cioè quasi tutti i giorni ormai. Solo i baffi restavano al loro posto, forse quel cambio di fisionomia, ha pensato lui chissà perché, lo facilitava nel lavoro. Ma quale lavoro?
Come l’avesse sentito e sempre in traduzione, Alexandro s’è lasciato andare alla confessione che aveva fatto il ramaio e il musicista, ferrava pure i cavalli e li allevava, aveva viaggiato tra i popoli delle montagne e delle steppe, e da ogni parte succedeva sempre qualcosa per cui finivano per cacciarlo, ha ribadito il concetto. Andava sempre a occidente, dove cala il sole, poi quando c’è il mare torniamo indietro…, ha detto inaugurando le risate giornaliere.
Salva invece si è fatto tradurre che non s’era mai mosso di lí, da quella città famosa e confusa, faceva l’impiegato cioè non faceva quasi niente, s’era lasciato con sua moglie ci ha tenuto a ribadire piú volte perché fosse ben compreso a destra e a manca. Gli è addirittura parso di vedere, o forse se l’è sognato, un sorriso all’annuncio da parte di Lena.
Gabri, tutta arruffata, ha scovato a un certo punto una tromba e tutti a dire di soffiarci dentro, battevano le mani alle poche note che sono di Carl Orff, Carmina Burana diceva la saputella, “O Fortuna” si chiama, sempre le stesse ripetute a lungo con le gote gonfie. Ma ci vuole il coro…, si schermiva la piccola rossa in faccia, e meno male che nella confusione non è stato tradotto. Damiano però è corso dentro a rimediare dei cembali che sbatteva fuori tempo perlopiú, e lui pensava di sua figlia che riesce bene anche in quello che non fa proprio volentieri, magari è una piccola genia!, pensava.
Ecco come passava il tempo della domenica, con una bell’aria d’autunno intorno e addosso che era come se fosse legale sentirsi pigri.
E, a proposito di legale, ogni tanto, nella confusione, a Salvadore veniva però in mente il borseggio con strascichi susseguenti morali, come una macchia poco delebile in quella festa. Dopotutto si mantenevano cosí. Ma gli venivano pure in mente i gesti damianeschi, la leggerezza incredibile con cui aveva sfilato il portafogli sull’autobus, quasi una grazia assurda dei movimenti, la mano lesta di un prestidigitatore raffinato. Non si può dire che non sia uno curioso Salva, ma pure quello a sprazzi che è facile che svaniscano.
Cosí non si ricorda come mai sono venuti in argomento, dopo pranzo, in un momento in cui erano rimasti soli. Forse è stato addirittura il ragazzo a capire la sua curiosità, di sicuro non si vergognava di raccontare, anzi. Per metterla un po’ in italiano la storia alla fin fine è questa.
Qualche anno prima, erano di passaggio come sempre ma in Ucraina, lui era stato preso in mezzo a un rastrellamento senza ragione e accompagnato in galera per un po’, o meglio spinto. Aveva avuto insomma il tempo di ambientarsi. In particolare a un certo punto era stato colpito da un anziano signore che aveva fama di artista del borseggio ed era rispettato da tutti per la sua cortesia. Gli aveva chiesto udienza che gli era stata concessa dopo una settimana e, per noia o curiosità, aveva domandato se voleva insegnargli la sua arte. Il vecchio aveva occhi fermi e brillanti e sorrideva di continuo coi pochi denti che ci aveva. Aveva risposto che ci avrebbe pensato e l’avrebbe richiamato, ma non l’aveva fatto per piú di una settimana, o almeno i collegamenti interni dicevano che non c’era niente per lui.
Era molto giovane, la noia aumentava e pure il fascino di quel vecchio ridacchiante e silenzioso. Anni prima aveva sconfinato in Cina non si sa come, cosí raccontavano, e lí aveva incontrato un anziano ladro locale con cui aveva perfezionato la sua arte. Il fatto che fosse finito anche lui nel rastrellamento senza ragione, e quindi non fosse imprendibile come dicevano glielo rendeva ancora piú attraente, finché un giorno l’ha chiamato prendendolo come allievo.
Secondo lui non c’è un metodo speciale, è solo questione di respirare bene. Perché respirare è un’arte che ti dà da vivere nel bene e nel male e non di piú, diceva, e se non te l’insegnano fin dall’asilo è perché vogliono fare di te un derubato. Se sei il soffio di qualcuno lo comprendi come una mamma il suo piccino, come una nuvola il suo monte, te lo assimili come un cannibale, questo è sicuro, diceva il vecchio. Ogni volta che uno inspira secondo lui ha un momento di debolezza al contrario di quanto si crede, e allora ci si può avvicinare con un’espirazione snella, a passi felpati e senza far rumore. Quando lui inspira vai, gli diceva, quando espira torni. Sali quando l’autobus si ferma, scendi alla fermata dopo. Ubbidisci al movimento della ressa, non della volontà. Del resto sei nato che respiravi e questa è la natura, nella ressa del mondo ci sei cresciuto e questo è il tuo destino. Soffi senza sapere come, e questa è l’abitudine.
Aveva seguito le sue istruzioni studiando con intensità e dedizione. Gli insegnava che bisogna lasciarsi andare, aprire le mani, aver salda una fiducia, staccarsi dall’idea del risultato, ritardare il piú possibile, trovare il tempo giusto per intervenire, un meccanismo, il tempo, da maneggiare con cura. Bisognava allenare l’attenzione, perché quando si perde l’attenzione si comincia a sognare, diceva, ci si isola, non sei piú lí e non puoi veramente ascoltare e vedere.
Alla fine gli si sarebbe mostrato un espediente, una specie di gesto scaramantico da ripetere ogni volta prima dell’azione, come per caso. In realtà si trattava, ha detto il vecchio, di presentarsi agli altri come in una cerimonia. Un gesto che ho trovato per caso appunto, ha raccontato Damiano, e da allora non me ne sono mai separato, o meglio lui non si è mai separato da me.
Poi un bel giorno gli ha annunciato che era pronto all’esame. Lo ha fatto impiegare come inserviente, spiegandogli che per settimane avrebbe dovuto seguire passo passo un secondino e respirare come lui. Giusto un attimo prima di sentirti pronto apri la fondina e rubagli la pistola con coraggio: sbottonerai, gliela sfilerai e lui non si accorgerà di niente, anche se starà parlando con te. E proprio cosí era successo. È stato il suo esame. Ha rubato la pistola, il vecchio che lo osservava da lontano ha esultato, ci ha poi pensato lui a rimetterla a posto senza che lo sbirro si accorgesse di niente.
Da allora, raccontava, ho sempre seguito la via del vecchio. Potrei dire che so già quanti soldi ci sono nel portafogli che prenderò, ma tu non ci crederesti…
Questo ha raccontato con la faccia ramigna e un bel sorriso, imbarazzato per niente. La cosa che si fa piú fatica a raccontare, pure lui Salvadore del resto ha fatto fatica, è che, come se non bastasse tutto il resto s’è sentito di chiedergli di insegnargli, cosí, d’impulso, una cosa che se anche uno lo conoscesse solo da una settimana suonerebbe inaudita. Con tutta evidenza alla sua coscienza a sprazzi stava succedendo qualcosa, e l’ha notato pure Gabri quando l’ha visto serio, seduto a petto in fuori su uno sgabello, le mani puntate alle ginocchia impegnato a respirare, anzi a rendere sottile il soffio come ripeteva Damiano, e come avrà detto sottile noi non è che non ce lo siamo chiesti, solo che a questo punto ci interessava parecchio che andasse avanti.
Pure Gabri infatti si è seduta accanto, e qui era Lena a correggerla e farle da madrina, con lui al settimo cielo diciamo cosí a vedere la cura con cui s’occupava della sua piccina.
Però era sul serio impegnato. Bisognava per prima cosa estendere il respiro, esserne coscienti, se si allunga l’espirazione si prendono anche meno raffreddori spiegava Damiano, e si vedeva che era contento di insegnare. Diceva che respirare dovrebbe essere insegnato ai piccoli prima dell’alfabeto, o meglio ricordato perché già ci nasciamo con un bel soffio, poi ce lo accorciano le cattive abitudini e la paura, per quello i pupi possono urlare per ore senza stancarsi… Il respiro buono dev’essere lungo, partire da molto in basso e privilegiare la fase del buttare all’infuori, altrimenti poi con un respiro corto ecco che si avranno solo...




