E-Book, Italienisch, 176 Seiten
Reihe: Narrativa
Morelli Il trasloco
1. Auflage 2020
ISBN: 978-88-7452-878-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 176 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-878-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Psicologi e traslocanti concordano sul fatto che il trasloco è una delle esperienze piú traumatiche dell'esistenza: 'C'è gente che è finita in convento per un trasloco, informatevi prima di cominciare'. A partire dalla casa che il narratore lascia, tutto scivola 'dal trasloco al tracollo'. Gli oggetti, per esempio, che esistono solo 'in apparenza', dato che in casa non possono essercene tanti. Poi, il soggetto: la dislocazione pare allargarsi fino a coinvolgere anche il traslocante, compromettendone gli equilibri e il 'funzionamento psicosociale'; il corpo diventa preda di fantasiose sindromi psicosomatiche e la mente è il campo di battaglia di riflessioni sull'Apparenza, la Fortuna e la Scalogna. Un libro brillante, pieno dell'umore surreale e del ritmo indiavolato che caratterizzano la scrittura di Morelli.
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
La bella rogna
Dice che non si può diventare sfortunati da un giorno all’altro. Chi lo dice si vede che non s’è mai fatto un trasloco con le proprie mani.
Se vi vengono dei pensieri cosí, appena svegli vi fate forza per arrivare al computer, provate ad accenderlo per vedere se un’impressione di apparente intorcinamento o sbriciolamento si può raccontare. Ma il computer non funziona, non si accende neanche, non dà segni di vita apparente, è defunto per sempre il vostro computer antidiluviano. Bene, bene, scriverò con la penna come hanno fatto i piú grandi, mi sono subito detto io. In preda al leggero deliquio di grandezza vi prende a sudare anche se è ancora marzo, allora vi togliete la maglietta e vi scoprite le braccia, tutte finemente ornate di pustole apparenti.
Orgogliosi della tinteggiatura da principe africano inforcate la bicicletta per andare dal dottore e fargliela vedere. Lei ha una bella rogna apparente!, vi diagnostica il dottore della Asl, anzi è una simpatica dottoressa che vi conosce da anni come europeo, anche sano e fortunato, che si è preso a bazzicare per giorni gli acari nella polvere del mondo!, diagnostica. E vi prescrive una pomata e delle pastiglie al cortisone, amare tali e quali una sensazione di sbriciolamento e che niente sarà com’è stato, in apparenza, prima. Grazie al cortisone che comprate nella farmacia sotto allo studio medico, subito vi sentite apparentemente su di giri, come del resto porta scritto bello chiaro il bugiardino medicinale, mentre nella realtà siete scombussolato e ingarbugliato. Anche i gentili editori, ai quali avete spedito ben due libri frutto di anni di apparenze non si fanno sentire perché li stanno leggendo per bene, parola per parola, e poi diversi assegni che devono arrivare non vi arrivano, equivocando forse sulle apparenze.
Allora vi viene voglia di raggiungere la bottega del barbiere dove andate da anni. L’idea molto cortisonica è di tagliarvi i capelli e darvi una rassettata come si deve, per vedere come va la vita apparente dopo un’energica ripulita. Ma pure, visto che il barbiere è vostro amico e un pacato pensatore, chiacchierare un po’ con lui sullo stato dei fatti e le apparenze. Però arrivato davanti alla bottega leggete un cartello con su scritto che il vostro amico barbiere è scomparso, vale a dire s’è tolto di dosso quell’apparenza che ci inganna a tutti quando siamo vivi, ovverosia è morto da un momento all’altro, il giorno prima e senza avvertire. Apparentemente il funerale si terrà il giorno dopo cioè oggi, ore 9, partenza dall’obitorio.
Sulle apparenze, c’è da dire che certe volte paiono proprio quelle adatte. Altre volte no, ma questo è un altro discorso che non ha bisogno di precisazioni. Per un funerale un’apparenza adatta potrebbe essere un giorno di quelli grigi, onde di nebbiolina chiara spostate cosí lente dal vento che i parenti e gli amici, senza nemmeno volerlo, si ritrovano a coppie isolate dalle altre, allacciati il piú delle volte in una specie di valzer triste e rallentato intorno alla bara. Il friccico di una nebbia simile si suppone abbia la facoltà, se ascoltato bene con l’orecchio intenso, di modularsi in un tempo di tre quarti ma lento, è raro ascoltarci una polka. Vagando, le coppie ogni tanto si intruppano o intruppano nel defunto, nel primo caso si chiedono scusa, nell’altro hanno un pensiero, un ricordo personale che richiede una piccola pausa, tanto hanno fretta i ricordi. Nel caso del mio amico barbiere io avrei ricordato sul momento i grandi discorsi sulle grandi domande e varie questioni irrisolte che ci sono a questo mondo, prima di tutto quella dei fortunati e sfortunati, conditi dalle massime strabilianti che gli uscivano mentre mi tagliava i capelli e che sempre, ma sempre, non c’entravano niente col discorso in corso però ne illuminavano un altro che forse non avremmo mai fatto, ma avremmo comunque potuto fare qualche volta. Non erano delle massime senza senso quindi, in assoluto. Avrei ricordato pure come mi sbagliava le basette ogni volta.
Invece no. Caduto un velo, alle apparenze si presentava una giornata che piú serena non si può. Le nuvole si vede che erano ricercate dalla polizia, da come non si facevano vedere, si tenevano lontane dalla piazza. C’erano anche diversi altri ricercati dalla polizia, tutti mimetizzati fra il pubblico dei parenti, tutti ex clienti del defunto. Alcuni, quelli coi capelli se non corti almeno in ordine, dicevano che lo avevano visto l’ultima volta pochi giorni prima. Poi c’erano altri che non lo vedevano da piú di un mese, compreso me, difatti uno mi si è avvicinato e si è chiesto sconsolato dove saremmo andati a finire. C’era il barbiere in piazza certo, ma talmente vecchio che gli tremavano le mani. Io ho accennato a Equinozio, l’atelier del capello, ma quello si è detto disgustato per la sua pericolosità, facevano dei tagli talmente appariscenti che poi si veniva notati da tutti. Mentre stavamo sotto al sole a chiederci che strada avremmo preso d’ora in poi, veniva verso di me la vedova contornata dal gruppo folto di clienti coi capelli corti e ordinati. L’avevano convinta, siccome io si diceva in giro ero una specie di scrittore, avrei potuto dire due paroline in commemorazione del defunto.
Nella realtà io mi sarei ricordato del cortisone che girava furioso nelle vene, in apparenza invece mi sono ritrovato, dopo qualche pacca e anche una spinta leggera sul pulpito, nella chiesa che non smetteva di essere allegra, con sotto un pubblico diviso a metà. A destra c’erano quelli coi capelli corti, a sinistra stavano i capelloni, difatti io ero sicurissimo di venire da lí. I calvi, si può capire, erano rari per tutto il funerale, qualcuno se ne trovava in fondo, a riflettere la luce del rosone gotico.
Fratelli, ho cominciato a dire io per caso, io come dico sbaglio ma è sicuro che siamo qui riuniti per commemorare il nostro amico e confidente di molti di noi, per il nostro barbiere che ha, per cosí dire, completato il suo trasloco. Nessuno ce lo impone nel modo piú assoluto, eppure siamo rattristati. Ed ecco che a noi, pur ancora presi nei nostri trasporti giornalieri, ci appare un’immagine di sincerità, cioè a dire di verità. Come al solito però, per rendere tale immagine ancora piú vivida ci inventiamo un contrasto. Ecco allora che ci appare il tragico destino della solidarietà umana, perché per essere solidali autentici tocca per forza vivere situazioni simili, altrimenti ha altre apparenze che a noi interessano molto poco, forse troppo poco a pensarci bene, per esempio quella degli affari… Lo vediamo oggi nel nostro piccolo, in questa chiesa dove siamo divisi in due schiere, nella quale chi è ben rasato e sbarbato non può condividere la condizione di chi non lo è e non sa dove andare, nemmeno se si mette a pensare a lui stesso tra un mese, quando i capelli gli saranno ricresciuti e cominceranno a dargli fastidio dietro le orecchie e sulle spalle… Comunque, nel frattempo, chi ha capelli lunghi e disordinati si può consolare con le basette che son tornate naturali, non piú sbagliate come chi invece le ha avute tagliate da poco…
Anche qui le apparenze direbbero che avrei pure continuato, se l’aitante celebrante non m’avesse per cosí dire strappato di mano il microfono apparente, e invitato a scendere dal pulpito dove avevo fatto un discorso breve quanto importante.
In una pausa del funerale, a pensarci bene per quanto si può in quelle condizioni, mi dicevo che nemmanco la parola soggetto mi è mai piaciuta. Ma, in questo caso, perché ero soggetto all’illusione delle apparenze. Prima di chiuderlo in una scatola, guardandolo un po’ di traverso come si guardano le cose apparenti o frutto di un’illusione, avevo fatto in tempo a consultare il vocabolario Zingarelli. E difatti. Per arrivare alle consolazioni filosofiche o grammaticali bisogna andare sotto, ma sopra, sulla superficie per cosí dire, stava scritto che il soggetto è uno sottomesso, sottoposto all’autorità o al potere altrui, a un obbligo. Ecco perché. E ancora piú sotto, esposto a un’azione proveniente dall’esterno, c’era scritto bello scuro sul vocabolario, a danni, disgrazie e simili… Ecco belle esposte le ragioni per cui non mi piaceva neanche la parola soggetto quando ero sottoposto alle apparenze, m’ero detto, e ho accomodato il vocabolario nella scatola apparente.
Un soggetto, mi ero detto tirando sulla scatola lo scotch, esiste solo se ci sono gli oggetti. Non si sa chi venga prima, ma questo sarebbe un bel problema di tipo filosofico che non è proprio il caso di affrontare in momenti simili. Comunque sia, se non è possibile che esistano tutti questi oggetti da ficcare nelle scatole, e questo durante un trasloco appare evidente, il soggetto cosiddetto non c’è. Allora uno che si sottopone si potrebbe definire uno che crede, anzi è sicuro che esistono centoventi penne circa, la maggior parte delle quali secche e non piú utilizzabili, ventidue cronometri da polso trovati nelle scatole di sapone per lavatrice e difatti ancora odorosi, diciamo cosí, o anche centodue scatole di gomme da masticare solo per fare un piccolo esempio, intatte ma scadute da anni. Chi potrebbe credere che cose cosí si nascondono in qualche anfratto di casa sua? Ma certo, chi vive beato, in pantofole, non chi è costretto a traslocare con le sue mani, chi è ancora soggetto alle vecchie apparenze e non ha alcuna intenzione di farsene di nuove perché dice che sta bene cosí, per pigrizia è quasi sicuro, o perché non vuole in nessuna maniera affrontare le grandi prove che ci si presentano vita natural durante. Se qualcuno glielo domanda risponde che neanche se gli menano le affronterebbe, il comodone, a lui gli sta bene cosí, si crede fortunato lui. Lui che...




