E-Book, Italienisch, 129 Seiten
Reihe: Narrativa
Morelli Vedemecum per perdersi in montagna
1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-7452-688-8
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 129 Seiten
Reihe: Narrativa
ISBN: 978-88-7452-688-8
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
In questo manualetto di filosofia di montagna, Morelli considera una fortuna che la terra sia corrugata e continui in futuro a corrugarsi e a generare rilievi, nonostante le acque lavorino per rendere i continenti lisci, adatti alle strade asfaltate e alla civiltà della ruota. Da pochi lustri si è appreso che le principali catene montuose, contorcendosi come vertebrati, salgono ogni anno di qualche decimillimetro. Questo libro è per chi gode di tale notizia, e spera invece che il mare si allontani, assieme alle spiagge, alle cabine e ai bagnanti, che sono concettualmente agli antipodi. Il libro si vedrà che è al fondo un po' stoico, anche un po' scettico (forse taoista, anche se l'autore certo non lo direbbe); il che serve a moderare i furori alpestri e la foga ascensionale degli zotici, ma anche a far sorgere la voglia di una fuga definitiva e felice tra i monti, con tutto l'indispensabile. Ermanno Cavazzoni
Autoren/Hrsg.
Weitere Infos & Material
2.
Compagni! (piccola guida agli incontri di montagna)
Istruzioni per l’uso
Quando molti hanno l’identica malattia, nessuno se ne accorge.
Lie zi
Durante i vagabondaggi in montagna, specie in alcuni periodi dell’anno, è pieno di gente. Per farsi largo nella folla degli incontri ho messo per iscritto le mie esperienze, con l’avvertenza che si riferiscono alle nostre latitudini e che i ritratti sono stati elaborati in condizioni particolari se non estreme, dopo lunga osservazione e talvolta con l’aiuto di droghe. Se alcune di queste voci sembreranno oscure o irragionevoli non posso farci niente, non ho altra speranza che qualcuno le sperimenti durante i vagabondaggi, perché allora, forse, le troverà sensate e utili. È certo comunque che la guida non esaurisce la possibilità degli incontri. Dal momento che i vagabondaggi prendono le mosse dal basso, ho preso in esame anche quelli. Non ci sarà neanche un nome latino né una fotografia, dei quali possiamo fare a meno e anzi ci siamo dimenticati. Essendo i vagabondaggi una Via particolare, se ne sconsiglia la lettura ai cosiddetti alpinisti.
alberi: nella solitudine delle lunghe giornate, a volte, girandosi, il vagabondo ha la vivissima impressione di avere un orso alle spalle, un orso di cui non si era accorto e che è pure scontroso. Può anche parlarci, cercare di rabbonirlo, anche dopo che ha visto che si tratta di un albero. Altre volte i pensieri puntano su un ciuffo spettinato, lassú in alto, unico abbarbicato, che appare irraggiungibile perché è sempre piú lontano sebbene si salga da ore, e quando alla fine lo si raggiunge lo si rimprovera di essersi allontanato. A volte è un giovane melo selvatico al quale è divertente, al di là del risultato, poggiarsi per fare colazione, schiena contro schiena come due principianti. O nello sconforto è un albero di Giuda, col quale scambiare opinioni sui due versanti della forca. Perfino un faggio sfortunato, da chiedere in giro e ricercare con cura, intuendo che sarà evitato pure dai fulmini ribelli. Talvolta è un bosco fitto di straordinaria altezza, o l’ombra di querce e cedri millenari che rendono sola la terra là sotto, quando le parole prendono forma di misteriosa venerazione. O quando uno ti indica la strada e ti ritrovi, olmo come lui, a ringraziare dell’informazione. O se passi una giornata intera su un oppio, come narcotizzato, e alla fine per salutarlo lo abbracci con calore. E poi lui può essere un pino mugo quanto un carpino nero, che conforta gli ultimi mille passi e ti accoglie davanti alla tenda o alla grotta, anche se sei in ritardo. Durante i vagabondaggi parlare con gli alberi non è da pazzo (vedi dementi), anche se raramente rispondono.
alpinisti: nome generico che si dà a chi va in montagna con l’intenzione di passarci il minor tempo possibile per fare qualcosa di preordinato dabbasso. Piú si è alpinisti quindi, meno si è vagabondi. È anche vero però che, certe volte, piú si va avanti come alpinisti e piú ci si rende conto che c’è qualcosa di troppo e la montagna è il posto giusto per abbandonarlo, tanto c’è sempre vento. Il contrario, cioè che il vagabondo acquisti determinazione, è quasi impossibile. Tra i due gruppi il rapporto è di solito paritario: c’è commiserazione da ambo le parti.
amedei: statisticamente, magari, succederà piú sulle Alpi che sugli Appennini di incontrare qualcuno che si chiama Amedeo, ma non è detto. Sfido chiunque abbia una qualche esperienza di vagabondaggi in montagna, a sostenere di non aver mai incontrato qualcuno che si chiamasse Amedeo o magari Teofilo, se si trova in Grecia. Se lo sostiene è perché non sempre in alta montagna ci si chiedono i nomi, o se ne riferiscono di veritieri. È abitudine invalsa infatti uscirsene fuori con nomi inventati di sana pianta, sul momento, senza malizia e senza pensarci su. Forse è l’abbrutimento oppure l’altitudine. Cosí accade di incontrare un Pastrengo o un Davanzale, un Mandrake o un Pipino (a esplicita richiesta tutti nomi propri, non soprannomi). Forse Amedeo è un nome che viene fuori facile in quota, mentre Carlo, per esempio, fa fatica a uscire. Anche Alberto, che viene cosí bene su una spiaggia, in altitudine sembra di vomitare una catena. Pure a me, confesso, è capitato di chiamarmi Amedeo una volta, ma soprattutto ho incontrato Amedei a decine, ognuno con una sua storia che non sto qui a spiattellare. A volte erano esseri completamente disidratati, quasi calvi, corrucciati ma veloci. Altre altissimi, quasi due metri, eleganti e di parlar forbito. A volte accade di passarci del tempo assieme, magari di dividere un po’ di strada, perché ne vale la pena. Un Amedeo è un gran fiutatore, sia di animali che di tempo finito. Se avete una buona ragione per incontrare dei lupi, dovete dirgli qualcosa o farvi dilaniare, l’Amedeo è il vostro uomo. Fiuta i lupi controvento e a distanze incredibili, tanto che essi lo ricordano nelle notti di luna piena. Inoltre, quando è ora di separarsi è il primo a sentirlo. Altra caratteristica comune agli Amedei è lo scuotere il capo come cavalli che hanno riconquistato lo stato brado, e poi le mani, grosse e callose. La loro stretta è un conforto e una sicurezza, e dura per ore.
api: c’è chi trova meraviglioso che si siano adattate a far vita da trappisti. A me però piace goderne l’abilità tersicorea, star lí con tutta una danza davanti agli occhi, le coreografie lasche e calibrate, le sequenze precise e circolari per avvertire che c’è nettare! c’è nettare, alé!, il profumo che spande dai loro salti nell’aria, i gesti e il gusto tutti femminili quando sciamano come dervisci, come una processione di barche in un mare di luce, che si sfiorano, magari si toccano appena, ma poi filano via ognuna al suo compito. Se a qualcuno, affranto, deluso, è venuta in mente una volta l’età dell’oro, è stato probabilmente assistendo alle loro esibizioni. Quell’età, se c’è stata, era di certo un matriarcato, ed è finita quando il malcapitato sognatore è stato scambiato per un dolce fiorellino.
aquile: è piú maestoso o piú assurdo assistere al primo – e ultimo – volo di un piccolo camoscio, col deltaplano reale? Difficile, inutile e controproducente avere dei faccia a faccia con le aquile, come con tutti i reali del resto. I fotografi che si arrampicano fino in cima alle cattedrali rocciose per carpirne l’intimità, vengono spesso torturati e puniti con l’interdizione a vita dai pubblici uffici. È uno spettacolo che ha del poetico la visione di uno di costoro, imbracato come un arrampicatore, quando viene colpito assieme con le due ali e graziosamente dilaniato con gli artigli, mentre il colpo finale del rostro gli viene risparmiato. Spesso i reali hanno il senso dell’umorismo poco sviluppato. Ciò che guardano diventa sacro, possono fissare impunemente il sole senza esserne accecati, e per questo alcuni animalisti (vedi ecologisti) che li imitano restano benedetti per tutta la vita. Anche per le aquile, come per tutti i reali, i tempi sono cambiati, con la repubblica e gli aeroplani. Ora non volano piú in alto di tutti, e il loro amor proprio ne ha risentito. Comunque, considerando che gli aeroplani non aprono la bocca per mangiare, re e regine si sentono tuttora all’apice della catena alimentare, e tuttora vogliono essere guardati da sotto in su. Si tengono alti forse per una regale presbiopia o per evitare le beghe (i nobili, si sa, si irritano assai piú per le piccole contrarietà che per le grandi). Incontrare un’aquila significa accettarne la maestà, solo che invece di inchinarsi o inginocchiarsi bisogna tirare indietro la nuca. Essendo a lungo andare una posizione dolorosa, sarà permesso sdraiarsi per terra, saggiando prima il terreno per evitare l’allarme rosso dei serpenti. Dunque le aquile sono gli unici fra i reali ad ammettere nel cerimoniale una posizione comoda come quella sdraiata. Il massimo della confidenza la si ottiene quando le loro penne remiganti, in planata, vengono a trovarsi tra voi e il sole, e un’ombra, grande come un monomotore, vi regala mezzo secondo di silenzio freddo e fluttuante. È un momento soltanto, nel quale Sua Augusta Solitudine elargisce al suo invitato, en passant, il piacere elitario della solitudine regale. Qualcuno l’ha definita un’eclisse rapace, dalla quale vi alzerete con la pelle d’oca e il fiato in gola per l’emozione e il doveroso sussiego. Alcuni si sentono dei buffoni e ridono, altri insistono nel prosternarsi e si feriscono alla testa.
architetti: di fronte alla montagna provano un disagio insormontabile. Per la maggior parte di loro, in fondo, la montagna è uno sfasciume accatastato, quindi non ne sopportano nemmanco la vista. Cosí in alto sono rari a incontrarsi. Ma siccome spesso hanno incarichi nelle sovrintendenze o enti parchi, sono costretti a venirci e allora si intristiscono in breve, dubbiosi, per un po’ vanno avanti all’inciampo. Dopo un altro po’ si stizziscono, si irritano per ogni contrattempo e non di rado prendono a sputare sui collaboratori, dalla bocca e dal naso. Se gli piglia il mal d’altitudine dondolano tra stati d’euforia e attacchi di vomito, mentre in aria sputazzano i castelli che dabbasso gli insalivano la testa. Ovvio che è meglio tenersi lontani. Se tarda l’elicottero che deve venirli a prelevare, quando arriva gli inveiscono contro in maniera anche volgare, dandogli del regolo o dell’archipendolo, e perfino del compasso maledetto compasso.
arrampicatori: setta diabolica divisa in parecchie famiglie, tra il mistico e lo sportivo, in rivalità...




