Moreno | La città dei 15 minuti | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 181 Seiten

Moreno La città dei 15 minuti

Per una cultura urbana democratica
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-6783-470-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Per una cultura urbana democratica

E-Book, Italienisch, 181 Seiten

ISBN: 978-88-6783-470-9
Verlag: ADD Editore
Format: EPUB
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Le città sono sopravvissute a regni e imperi, a rivoluzioni e guerre, alle più diverse crisi e a ogni altra circostanza avversa: come espressione degli abitanti alle sfide del presente e del futuro, si sono dimostrate più resistenti di qualsiasi altra struttura socio-territoriale. La città di domani dovrà essere sempre più funzionale e interattiva, costruita e pensata con immaginazione e creatività, in modo da trovare nuovi modi di tessere relazioni tra le due componenti essenziali della vita cittadina: il tempo e lo spazio. Da qui prende avvio il progetto 'Citta? dei 15 minuti' di Carlos Moreno, che prevede un cambio di prospettiva: non più raggiungere punti distanti tra loro nel minor tempo possibile, ma avvicinarli in modo che gli aspetti essenziali del vivere - abitare, lavorare, rifornirsi, curarsi, studiare, divertirsi - possano compiersi in un tempo ragionevole e in uno spazio sensibile. Per questo occorrerà passare dalla pianificazione urbanistica alla pianificazione della vita in città, ricollegando l'elemento umano con il tessuto urbano, trasformando così un'entità millenaria, mutevole e tenace, in una vera e propria città vivente.

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DIRITTO ALLA CITTÀ, DIRITTO ALL’ESISTENZA


Nel settembre di qualche anno fa, mentre preparavo un seminario sulla “fabbrica della città”, a Parigi, ho avuto l’onore di ascoltare Edgar Morin, pensatore universale che ha illuminato il mio percorso, esprimere le sue considerazioni su complessità e vita urbana.

Per rendergli omaggio, comincio con le sue parole, che riassumono le questioni che mi propongo di trattare.

Caratteristica della conoscenza e del pensiero complesso è che entrambi necessitano di un legame tra saperi che oggi sono separati e compartimentati. Il problema sta nel saper individuare il modo di collegarli. Una prima esigenza è la contestualizzazione; bisogna capire la città nel suo complesso territoriale specifico ma anche nel suo contesto più ampio, che è nazionale e oggi planetario, poiché le città, le grandi città, sono interconnesse le une alle altre in tempo reale attraverso mezzi di comunicazione rapidissimi. Poiché la tendenza oggi dominante è il pensiero riduttivo, riduciamo le città a pure questioni di architettura, urbanesimo e circolazione. Non dobbiamo ridurre il problema umano a questi fattori, ma considerarlo alla luce di tutti i suoi aspetti. La città, nella sua essenza, deve considerare insieme caratteristiche positive e negative della vita urbana. Non sono soltanto interazioni, ma anche retroazioni. Analogamente, possiamo dire che non solo ciascun individuo è nella società, ma che la società è in lui. Siamo nella città, ma la città è in noi, dentro di noi. Bisogna affrontare esigenze contraddittorie, soprattutto nelle città. Bisogna essere in grado di affrontarle. Non basta dire che dobbiamo collegare le cose tra loro. Serve un metodo. Un metodo che non si può improvvisare: quello della complessità, che ho elaborato nel corso di molti anni di lavoro. Ecco alcuni dei principi che bisogna acquisire per poter esaminare i problemi e, in particolar modo, i problemi delle città.1

Le città, in forme diverse, ospitano oggi la maggior parte della popolazione mondiale. Punto di congiunzione tra le persone e i luoghi in cui vivono, sono la testimonianza di un’epopea ininterrotta in grado di raccontare bene l’umanità. Tracce di raggruppamenti umani che rispondevano a criteri di pianificazione e organizzazione appaiono dal V millennio a.C. in Mesopotamia, lungo il Nilo, il Giordano, il Gange e nella valle dell’Indo, sulle rive del Balkh, del Fiume Giallo, nella valle del Messico, in Etruria e, successivamente, nei luoghi fondanti di una certa idea di “città”: Roma e l’antica Grecia.2

La nascita delle città3 rimarrà sempre legata alla comparsa dell’agricoltura, in un dualismo complesso tra il territorio e il suo spazio urbano con l’ecosistema annesso. Le città si sono formate in seguito a un processo di sedentarizzazione, allo sviluppo delle coltivazioni agricole, al surplus di produzione, e alle nuove funzioni sociali nate dalla suddivisione del lavoro: gli artigiani producono, i commercianti fanno circolare le merci, l’amministrazione fissa le regole, i militari mantengono l’ordine e difendono il territorio, la religione si occupa della trascendenza dello spirito.

nelle lingue romanze occidentali (francese e spagnolo), e nell’italiano letterario come sinonimo di villaggio (Giacomo Leopardi nel , per esempio) deriva dalla parola latina e rimanda all’incarnazione fisica della “casa di campagna, fattoria” che, nel V e VI secolo, definiva un agglomerato di almeno cinquanta edifici che sorgevano gli uni accanto agli altri. Dalla al fino alla città moderna, sarà interessante sondare le evoluzioni delle ragioni e delle forme che stanno alla base della volontà di condividere un territorio e le sue risorse. Nell’antica Grecia condividere un territorio significava innanzitutto avere un progetto comune, con regole accettate e uno stile di vita collettivo. Tale condivisione era associata a un luogo, a un progetto umano concreto all’interno di un’organizzazione sociale precisa: la , la “città”, dal latino . La non è solo il luogo fisico di aggregazione, ma una comunità di “animali politici”, come li ha battezzati Aristotele nella , liberamente associati per “vivere bene” e in modo autonomo.

La e i suoi animali politici sono legati a regole di vita comuni, uniti nella ricerca della perfezione e guidati da virtù, come per esempio la giustizia. Sono cittadini che partecipano a un consolidamento politico, quello del “vivere insieme”, rispettandone codici e leggi, incarnando l’appartenenza alla città in quanto cittadini: «Ciò per cui una cosa esiste, il fine, è il meglio, e l’autosufficienza è il fine e il meglio».4 Questa si concretizza in un luogo, ma la città non esiste né in virtù del suo territorio, né in virtù della sua geografia, per quanto siano fondanti, come per Atene o Sparta. La città esiste grazie alla presenza di esseri pensanti e dotati di parola che hanno liberamente accettato, in uno spazio comune, di condividere delle regole di vita e Aristotele ce lo ricorda: «È chiaro allora perché l’uomo è un animale politico più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa nulla senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola. La voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali […], la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo, e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto».5 Così quando parliamo della «città degli Ateniesi» o della «città dei Lacedemoni» – per gli abitanti di Sparta –, abbiamo in mente uno stile di vita che supera la e la sua etimologia originaria, i luoghi, le case e la presenza fisica.

Dalla alla questa dialettica è ancora presente nelle nostre vite nel XXI secolo, il secolo delle città e dell’iper-connessione. Piccole, medie e grandi città, conurbazioni, metropoli e megalopoli ci fanno riflettere sulla qualità dei legami tra lo spazio urbano, il territorio, il suo ecosistema e la forma della città, con precise regole di vita, codici e prassi.

Poco più di cinquecento anni fa, Thomas More ha immaginato e descritto un territorio, una città, con un modo di vivere perfetto, definendo minuziosamente ogni componente, regola, abitudine.6 Questa perfezione si trovava su un’isola che, non esistendo da nessuna parte, era in realtà un non-luogo, universalmente conosciuta come Utopia, da , negazione del sostantivo greco , luogo. L’invenzione di questa parola, che rimarrà per sempre associata al libro, ha veicolato nel tempo l’idea di una forma di vita pacifica, in cui i luoghi del quotidiano, il lavoro, il riposo e i piaceri sono in equilibrio; in cui regna la fratellanza, gli uomini credono negli dèi che scelgono, vivendo liberi e in armonia con la natura. Thomas More descrive anche i limiti e le debolezze della natura umana, disprezza le guerre, raccomanda rettitudine e adeguate punizioni per chi commette crimini, auspica una società ideale, costruita dall’uomo a servizio degli uomini. Ma, ahimè, quello che l’uomo costruisce genera anche il suo contrario: la distopia, il sogno che diventa incubo, un universo lontanissimo, antinomico rispetto a quello che More aveva immaginato per la sua isola.7

La frontiera di un mondo che oscilla perpetuamente fra utopia e distopia è piuttosto labile, perché il mondo è pieno di contraddizioni. Rivendicando il «diritto alla città» teorizzato da Henri Lefebvre,8 si lotta per abitazioni dignitose all’interno di società urbane frammentate dal punto di vista sociale e spaziale. La città del dopoguerra si è sviluppata in un contesto di produttivismo, con la sua serie di innovazioni tecnologiche disumanizzanti, che ha impedito a molti cittadini di condurre una vita dignitosa. Di recente, quando la pandemia da COVID-19 ha colpito soprattutto i più poveri e i più deboli e la crisi economica ha aggravato i fenomeni di esclusione, ci siamo interrogati sul nostro futuro. In questo decennio iper-connesso, come possiamo evitare di sprofondare in una distopia terribile e ritrovare la strada per una vita urbana ecologicamente, socialmente ed economicamente equilibrata? Come si può avere una città per tutti?

Nell’antica Roma lo , il diritto alla città, era prima di tutto il riconoscimento della cittadinanza, al principio riservata agli uomini liberi. La sua estensione è stata un potente fattore di attrazione: significava godere di diritti che in seguito sono diventati i diritti fondamentali che dichiarano l’appartenenza, come cittadini, a un territorio e a una comunità che li riconosce come tali. Nel linguaggio comune “diritto di cittadinanza” è diventato sinonimo di accoglienza, di essere ammessi da qualche parte.

Questo è il cuore del libro. Tra la...



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