Mwanza Mujila | La Danza del Bifolco | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 320 Seiten

Reihe: Narrativa

Mwanza Mujila La Danza del Bifolco


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7452-920-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 320 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7452-920-9
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



'Mwanza Mujila, in questo romanzo strabiliante, conferma (dopo Tram 83) la sua notevole abilità' Le Monde 'Una prosa incandescente e visionaria' Fabio Gambaro, il Venerdì-la Repubblica Una rumba indiavolata a cui è impossibile resistere, una sarabanda centroafricana tra profluvi di birre e trance da possessione: è la Danza del Bifolco, che si balla conciati di tutto punto al Mambo della festa, un locale di Lubumbashi, in Zaire. Siamo tra gli anni '80 e '90, il paese dopo l'Indipendenza passa per le mani di un dittatore cleptocrate, tra sommosse, tensioni etniche, fazioni nemiche, cambi di nome e di regime e una forsennata corsa ai diamanti del fiume Congo, il grande 'serbatoio di sogni' anche per i derelitti e i senza-denti. Al centro del romanzo, un gruppo di bambini di strada che crescono in mezzo al bazar urbano con vari rovesci di fortuna, arrabattandosi a vivere di traffici loschi tra profetesse bicentenarie, scavatori di fango, faccendieri a vario titolo, arricchiti alcolizzati, polizia segreta e bande rivali. Col progetto finale, da adulti, di una macchina sforna-dollari, che chissà come andrà a finire... Mwanza Mujila, la cui scrittura è stata paragonata alla musica di Coltrane per il ritmo, a García Márquez per l'incandescenza e a Boris Vian per la visionarietà, racconta magnificamente questa danza infaticabile della frontiera africana, in cui le sciagure della storia e le commedie della vita si scontrano di continuo come i corpi dei ballerini nel purgatorio del Mambo della festa.

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1.


La Madonna non era una strega in preda ai fumi dell’alcol o di altri beveraggi senza posologia. Non era neanche una profetessa del malaugurio e di storielle in serie uscite da chissà quale immondezzaio. E nemmeno una venditrice di sogni, chimere o speranze zoppicanti, perché sapete bene dove conducono queste farneticazioni quando vi piovono a catinelle dentro le orecchie. I ritornelli e la petulanza con cui i balordi cavillavano su questi dettagli erano ben noti a tutti. Ripetevano le stesse frasi da mattina a sera, come se sulla terra non ci fosse nient’altro da fare che prendere per il culo la Madonna – “Tshiamuena di qua, Tshiamuena di là; Tshiamuena ha le ali, due ali grandissime, e durante le sue attività di strega, non appena si fa buio, decolla e volteggia per decine di chilometri senza un goccio di benzina, riversa su di noi la scalogna e fotte ogni nostra possibilità di trovare diamanti nel secondo mondo”. Quante ne avevamo sentite sul suo conto! Sterili sproloqui, bagattelle di seconda mano, un mucchio di fandonie, perché quando si trattava di Tshiamuena tutte le orecchie si drizzavano; tutti diventavano dotti, professori universitari, sociologi, linguisti ed etnologi; ciascuno ci andava giù con la sua filosofia da quattro soldi per sviscerare le gesta della Madonna. Perfino le botti vuote ritrovavano il gusto della vita, l’ispirazione necessaria, la verve giusta, la parlantina dei politici in campagna elettorale. Mica si vieta a nessuno di andarci giù pesante con l’alcol, però escogitare baggianate solo per demolire qualcuno, per giunta un’autorità come la Madonna, è del tutto assurdo. Come facevano quelle persone – munite di sesso, pancia, braccia, gambe e cervello – a trascorrere otto ore al giorno a sparare sulla Croce Rossa? Addossavano a lei tutte le sciagure dell’Africa tropicale: gli aborti spontanei, i colpi di stato falliti, le guerre, le manie di grandezza dell’imperatore Bokassa… Speculavano senza sosta, architettando teorie complottiste, s’ingegnavano a scovare rapporti di causa-effetto tra la Madonna – di gloriosa memoria – e una qualunque sfiga che si abbatteva sulla diaspora zairese. E ancora e sempre quelle voci sul suo cannibalismo. Il mondo alla rovescia! La Madonna una strega incallita, innamorata della carne e del sangue fresco? Anche se detesti qualcuno – per una ragione plausibile – non ha comunque senso accollargli ogni frana, diarrea o colpo fallito… Non avevano ancora smaltito la birra, strofinato la dentatura o richiuso la patta dei pantaloni, che già aprivano il becco e sciorinavano a vanvera una leggenda vivente.

Quel teatrino faceva venire la nausea. La cosa più strana è che a mano a mano che Tshiamuena spendeva le sue energie e il suo peculio al servizio della massa, le malelingue proliferavano. Senza risalire fino al diluvio, per quanto si pompino i pettegolezzi, si starnazzi e si spifferi, la verità non si sposterà di un millimetro: Tshiamuena era una gran signora, una creatura eccezionale, una madre per molti di noi, una regina, una donna potente… Non aveva la silhouette delle cantanti, lo splendore delle miss o il portamento imperiale delle duchesse, ma ci soggiogava e ci ipnotizzava non appena incrociavamo il suo sguardo. La guardavamo dritta in faccia e subito ci prendeva un attacco di epilessia. Noialtri zairesi – per la maggior parte nati dopo il 1960 – scoppiavamo in lacrime non appena attaccavamo bottone con lei.

Quando Tshiamuena evocava il contrabbando degli anni settanta, all’indomani dell’Indipendenza dell’Angola, nessun maschio osava alzare un mignolo per contestare la veridicità delle sue parole. Elencava intere genealogie di scavatori – , , , sommozzatori, … Lei non era semplicemente la memoria dell’Angola. Lei era l’Angola. L’altra Angola. L’Angola delle miniere, dei soldi, dei diamanti, delle frane, del fiume diamantifero di Kwango; l’Angola che ogni uomo – innamorato o meno dei soldi – sogna almeno una volta nella vita. Tshiamuena era informata di tutti gli intrallazzi tra lo Zaire e l’Angola, conosceva a menadito tutti gli andirivieni degli zairesi, sapeva quando tizio o caio era entrato per la prima volta in Angola, per quali vie illegali, con quale capitale nella bisaccia… Nei rari momenti di follia – quando Tshiamuena perdeva la bussola, a giudicare dalle lunghe tirate e dagli sfarfallii delle sue palpebre – elencava i defunti; intere liste di ragazzini, tutti zairesi, caduti nella ricerca sfrenata dell’arricchimento precoce con i diamanti altrui – cioè, con le pietre angolane. Nessun singhiozzo, nessuna parola ingenua, nessuna risata – quando invece nelle miniere di Cafunfo era frequente incrociare giovani zairesi che ridevano a crepapelle senza un motivo apparente – arrivava a interrompere il suo slancio narrativo. Il suo volto raggiante permetteva all’intera platea di ammirare le sue fossette.

Tshiamuena era nata per comandare. Che donna! Con le braccia in aria, come se le fosse stato puntato addosso un fucile, blaterava in pizzicato; e noialtri, nei nostri stracci, restavamo impietriti come statue di sale, immobili, insensibili al caldo e al freddo, alla fame, alla stanchezza, alla fifa di un crollo imminente, a mandar giù i suoi ricordi come panini spalmati di soia. Tshiamuena delirava come se niente fosse, e noialtri ci abbeveravamo ai suoi fantasmi. Le mascolinità tossiche ed eccessive finivano strapazzate nell’uovo. Le sue parole ti toccavano, ti scendevano lungo l’esofago, ti annientavano il sistema cerebrale, e ne uscivi sfiancato, totalmente a corto di fiato come se fossi sfuggito a un pogrom o avessi passato mille anni in galera. Le sue fatiche incontrollate, le sue crisi di nervi, le secrezioni di bava e le vomitate, le perdite momentanee della parola, dell’udito e dell’odorato, i suoi tremori di piedi e testa, la sua sonnolenza intempestiva, portavano l’acqua al mulino di chi l’accusava di appartenere a una setta e di fottere la fortuna degli uni e degli altri, tanto più che lei gli impediva di riempirsi le tasche senza sacrificare un membro della famiglia. Sontuosi momenti di silenzio – che neppure i soldati ribelli dell’UNITA, l’Unità nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola, si divertivano più a infrangere – chiudevano le sue malie. Un silenzio che s’imponeva da sé, perché era più denso dell’inedia dei corpi appagati dallo scavare o della disperazione di tornare a Kinshasa con le pive nel sacco. Un silenzio che, insieme alla sua voce da raganella e alla sicurezza con cui narrava le sue assurdità, era il quotidiano di quelle notti scarne e slanciate, prive di luci, di lampade a olio e soprattutto di buon Dio.

“Negli anni settanta,” dichiarava con la gola secca e lo sguardo vuoto da moribondo o da chi ha perso entrambi i genitori nello stesso giorno, “l’Angola era un paradiso per gli zairesi opportunisti, audaci e innamorati del soldo facile. Tutti gli zairesi di Kinshasa e del Kasai in età da convolare a nozze e rimpinzarsi la pancia erano ossessionati dall’Angola. I coloni portoghesi avevano preso armi e bagagli e svuotavano la colonia in fretta e furia. L’UNITA del dottor Jonas Savimbi e l’MPLA di José Eduardo Dos Santos, che pure avevano combattuto insieme per l’Indipendenza, portavano avanti una battaglia di retroguardia per il monopolio del potere. Nel frattempo,” sussurrava Tshiamuena sull’orlo delle lacrime e con la faccia sfranta, “l’Angola diventava un colabrodo. Frontiere porose. Un andirivieni disordinato in entrambe le direzioni. Zairesi della vostra età arrivavano a decine, a centinaia, armati di ogni sorta di merce. L’Angola era tagliata fuori dal mondo. E i prodotti di prima necessità come i tessuti wax, le sigarette, la birra, le radio, le conserve, gli stivali di gomma, lo zucchero e il sale, il sapone, i vestiti di secondo piede, la gente se li contendeva come non potete neanche lontanamente immaginare. Quei prodotti venivano barattati mille volte con la pietra”.

Tshiamuena era una narratrice impareggiabile. Riepilogava lo stesso racconto cinquanta volte. E a ogni evocazione la storia assumeva un sapore diverso. Testimone oculare, vivente e secolare di quell’epoca dorata – la guerra era il periodo più generoso per fare affari, era tutto un lascia o raddoppia, o vi ingozzate o ci lasciate la grana e le penne –, Tshiamuena si rammaricava che certi zairesi si fossero vergognosamente inzeppati le tasche approfittandosi dell’Angola, quandolei stessa aveva pietre preziose ficcate nei vestiti. Diceva che gli angolani non erano molto propensi a far festa, e quindi neanche a far diamanti. Loro si sbranavano a vicenda e i diamanti si giravano i pollici. Ah! Che donna incredibile, la Madonna, Tshiamuena! Tutti gli zairesi che si erano fatti le ossa in Angola avrebbero testimoniato a suo favore anche con il fucile puntato alla tempia. La Madonna delle miniere di Cafunfo non era fatta della stessa carne di noialtri, smarriti per secoli e secoli nelle miniere alluvionali dell’Angola. Era una persona meravigliosa....



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