E-Book, Italienisch, Band 83, 300 Seiten
Reihe: Rimmel
Navarra Non c'è più tempo per sognare
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-80845-99-3
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 83, 300 Seiten
Reihe: Rimmel
ISBN: 979-12-80845-99-3
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Michele Navarra è nato a Roma nel settembre del 1968. Avvocato penalista da oltre trent'anni, nel corso della sua carriera ha avuto modo di occuparsi di alcune delle vicende giudiziarie più importanti e controverse della storia italiana, dalla strage di Ustica alle imprese della banda della Uno bianca. Il suo esordio nella narrativa risale al 2007, con la creazione del personaggio di Alessandro Gordiani, avvocato penalista romano, protagonista finora di tutti e nove i suoi romanzi editi, tradotti anche all'estero, vincitori di numerosi premi letterari e i cui diritti cine-televisivi sono stati già opzionati. Nel giugno 2024, la sua pièce teatrale Il colore della giustizia, tratta dal suo romanzo d'esordio L'ultima occasione, si è aggiudicata il primo premio come 'migliore spettacolo' nell'ambito della IX edizione del Festival del Teatro Forense. Non c'è più tempo per sognare segna il suo esordio nella narrativa non di genere.
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2.
“Ma cosa stai facendo?”, le chiese la nonna col solito tono di disprezzo che tanto la mortificava. “Non ti vergogni a rubare in casa tua come una ladruncola appena uscita dall’orfanotrofio? Sei peggio di quei 1 schifosi che bazzicano intorno alla stazione… Forse che non sei abbastanza grassa e hai bisogno di rimpinzarti di caramelle?”
Il furto, se così si può definire, consisteva nell’aver sottratto dall’armadio della dispensa della cucina due caramelle al miele, abbandonate lì da mesi, forse dal Natale precedente, che Elena Grillo sposata Cardinali (cognome del suo secondo marito), autrice del rimprovero e nonna della rimproverata, aveva a suo tempo destinato, per poi dimenticarsene, al suo nipote prediletto Gianluca, da lei ribattezzato col nomignolo di “Bibi Santo”, verso il quale riversava per intero il poco residuo affetto (la quasi totalità del quale era infatti destinato ai suoi due figli maschi, Alberto e Federico).
Per la povera nipotina Emilia invece, dieci anni da compiere entro quattro mesi, di amore in pratica non ne restava per nulla, quantomeno da parte dell’arida nonna paterna, il cui odio nei suoi confronti ricambiava in medesima misura e con la stessa ostinata ferocia.
“Non ti sei vista allo specchio? Sei anche brutta!”, rincarò la dose nonna Elena. “Con quel naso enorme e quella fronte bassa, segno di umili origini… È evidente che hai ripreso tutto da quella sartina squattrinata di tua madre… È stata furba a farsi sposare da mio figlio e a venire a fare la signora a casa mia… E tu sei il castigo che Dio gli ha mandato: brutta, grassa, cattiva, disubbidiente e adesso anche ladra”.
Quelle parole, simili a tante altre che la nonna le aveva riversato addosso fin da quando lei riusciva a ricordare, avevano come sempre un effetto dirompente sulla sua fragile psiche di bambina, che peraltro brutta non lo era affatto, semmai l’opposto, forse un po’ ossuta, tutt’altro che grassa, ma i cui segnali di futura bellezza erano fin troppo evidenti, a partire proprio dal nasino, delicato e gentile.
Forse era proprio questo il reale motivo di tanto odio da parte della nonna, che al contrario era sì davvero sgraziata ed eccessiva, non soltanto nelle fattezze, ma anche e soprattutto nei modi e nelle parole.
Del resto, la nonna non aveva mai fatto mistero della sua adorazione nei confronti dei tre maschi della famiglia (cinque, includendo i due defunti mariti), i due figli Alberto e Federico, tra loro fratellastri, e l’unico nipote Gianluca, “Bibi Santo”, appunto, che aveva appena compiuto quattordici anni.
Allo stesso modo, nonna Elena non perdeva occasione di manifestare il proprio disprezzo, nei modi più disparati e in ogni occasione utile (o anche inutile se proprio vogliamo dirla tutta), nei confronti della giovane nuora, colpevole, ai suoi occhi di media borghese possidente, di provenire da un’umile famiglia della periferia romana e di aver svolto – prima del matrimonio – un lavoro “da stracciona”, come ripeteva in continuazione, ossia quello di sarta a ore presso un laboratorio artigiano dalle parti di piazza di Spagna.
Era stato proprio in quel negozietto all’inizio di via Borgognona, dove nonna Elena aveva spedito a ritirare un abito il figlio di primo letto, che quest’ultimo si era innamorato della raffinata bellezza popolaresca di Lucia, dei tratti praticamente perfetti del suo volto, da cui la figlia Emilia aveva in parte ripreso, con quelle labbra piene, di un rosso naturale senza bisogno di esagerare con il rossetto, delle sue gambe lunghe e tornite, della sua pacata eleganza nel vestire (ideava e cuciva da sola tutti i suoi abiti) e dei suoi modi gentili, educati e mai sopra le righe. Perché Lucia proveniva sì da una famiglia umile, ma aveva alle spalle un’educazione familiare molto rigida e, soprattutto, cinque anni di scuole elementari, per di più presso le suore orsoline di via Nomentana, a poche centinaia di metri da Porta Pia, che non erano di certo note per la loro indulgenza verso le alunne.
I rimproveri, gli schiaffi e le bacchettate sulle dita non erano mai mancati per la povera Lucia nel corso delle lunghe giornate trascorse tra i banchi, vecchi e tuttavia puliti e lucidati a dovere (dalle manine delle stesse scolare), della piccola scuola religiosa, anzi erano stati abbastanza frequenti per non dire quotidiani. In compenso le suore le avevano insegnato alcune regole basilari della buona educazione, di cui la giovane e bella Lucia aveva saputo fare tesoro: come ci si deve comportare in famiglia e in pubblico, qual è il modo corretto di vestirsi, come bisogna guardare una persona superiore per posizione o per censo, quando e con quale tonalità si deve parlare e, soprattutto, quando invece si deve stare in silenzio e limitarsi ad ascoltare.
L’insieme di queste peculiarità fisiche e caratteriali, in qualche modo spurie, addirittura disomogenee, che Lucia dava costante dimostrazione di possedere, avevano quasi immediatamente irretito il venticinquenne Alberto, elegante e benestante rampollo di ottima famiglia, con tanto di appartamento a tre piani a due passi dalla centralissima Piazza di Spagna, destinato a una brillante carriera in banca, dove era entrato subito dopo aver conseguito il diploma di ragioniere, grazie ai buoni uffici dello zio, molto vicino – si diceva – agli ambienti del Vaticano.
E così le visite di Alberto al negozio dove lavorava Lucia si erano fatte sempre più frequenti, ogni pretesto era buono per entrare a scambiare due chiacchiere con la ragazza. Chiacchiere discrete e soprattutto veloci, per evitare rimproveri da parte del titolare della bottega, che comunque aveva sempre cercato per quanto possibile di chiudere un occhio e di dimostrarsi indulgente verso il figlio di una delle sue migliori e più danarose clienti.
Quando questa relazione aveva cominciato a perdere i connotati dell’innocenza – almeno per come era inteso il concetto nei primi anni Trenta del secolo breve – qualche anima pia, allergica alla sana abitudine di pensare agli affari propri, aveva fatto in modo che la tresca giungesse alle orecchie (per questi aspetti estremamente sensibili e ricettive) di donna Elena.
Quest’ultima pertanto si era recata, con la massima urgenza e senza nemmeno preoccuparsi più di tanto di dissimulare le sue reali intenzioni, a controllare di persona di quale entità e misura fosse il pericolo che il figlio Alberto stava correndo, traendone all’istante (le era bastato ascoltare il saluto cortese rivoltole da Lucia) la granitica convinzione che la situazione presentava i caratteri della massima gravità e che quindi richiedeva tutto il suo impegno (e il suo ingegno) per scongiurare il rischio di un enorme danno familiare, una vera e propria catastrofe, quale sarebbe stata un matrimonio con una “stracciona” di periferia.
Elena aveva quindi fatto di tutto per cercare di allontanare il figlio da quella ragazza abbastanza ignorante e soprattutto senza un soldo in tasca, per lei la colpa più grave in assoluto. Non aveva lesinato sforzi per raggiungere l’obiettivo, alternando come al suo solito patetiche lusinghe (“Tu sei quanto di meglio una ragazza potrebbe trovare, pensa a quanto ti sviliresti sposando una donnetta del genere, una sartina, i tuoi amici ti considererebbero un povero scemo che si è fatto abbindolare”), minacce più o meno meschine (“Se te la sposi, giuro che vi lascio in mezzo alla strada, ti tolgo tutto, anche il lavoro, farete la fame tu e quella stracciona di tua moglie…”), per arrivare alle offese più feroci, spietate e, , anche estremamente volgari, dato che, per quanto si fosse convinta per qualche misteriosa ragione di provenire da chissà quale famiglia nobile, Elena sapeva all’occorrenza essere di una sgradevolezza davvero emblematica (“Ti sei invaghito di quella sciacquetta che si sarà portata a letto mezza Trastevere… Se la saranno passata un po’ tutti, forse anche qualche amico tuo… Dai retta a tua madre, quella non vale nulla, ha la bellezza dell’asino, che hanno più o meno tutte a vent’anni… È solo una puttanella furba che ti vuole incastrare, vedrai che se non stai attento si farà mettere incinta e ti costringerà a sposarla, portandoti soltanto la dote di Carpegna2”).
Il che era esattamente ciò che poi era accaduto, visto che Alberto non aveva voluto sentire ragioni, con la conseguenza che “Bibi Santo” era stato concepito e poi venuto alla luce fintamente settimino (del resto era consuetudine dire così in certi casi e nessuno osava sostenere il contrario, se non alle spalle dei diretti interessati, naturalmente) e che il matrimonio riparatore tra Alberto e Lucia era stato celebrato in pompa magna addirittura nella basilica di San Paolo fuori le Mura. Un’unione – contrariamente a quello che riteneva Elena – nata non certo dal calcolo, dalla furbizia o dal desiderio d’ingannare in modo subdolo chicchessia, bensì da un amore genuino, solido e sincero, che sarebbe durato, indissolubile e impermeabile a ogni avversità, per oltre cinquant’anni.
Tuttavia, in quel momento la povera donna Elena non poteva saperlo, né avrebbe in qualche modo potuto immaginarlo, quindi dentro di lei si arrovellava in continuazione, decisa a farla pagare cara a colei che aveva osato portarle via l’adorato primogenito.
Si limitava quindi a odiare in modo equanime sia la nuora, per di più colpevole di aver “imbastardito” il lignaggio della famiglia, sia la povera nipotina Emilia, la cui unica colpa era quella di essere bella tanto quanto la madre e – peccato mortale, imperdonabile agli occhi della nonna –...




