E-Book, Italienisch, Band 107, 264 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Niemi Musica Rock Da Vittula
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-251-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 107, 264 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-251-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
È la fine degli anni Settanta, quando le strade di Pajala, piccola cittadina del Tornedalen, all'estremo nord della Svezia, vengono asfaltate. Insieme all'asfalto arriva una novità ben più dirompente e pericolosa: la musica pop. Per il giovane Matti e il suo taciturno amico Niila inizia una nuova vita, anche se loro ancora non lo sanno. Tra qualche anno la musica diventerà la loro insostituibile via d'uscita dall'isolamento, dalla storica mancanza d'identità della loro regione, sospesa tra Svezia e Finlandia.
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CAPITOLO 1
Fu all’inizio degli anni Sessanta che il nostro quartiere a Pajala venne asfaltato. Avevo cinque anni e sentivo il baccano che facevano man mano che si avvicinavano. Davanti a casa nostra sfilava una colonna di veicoli tipo carri armati che iniziarono a scavare e rivoltare lo sterrato tutto buche e fossi. Era l’inizio dell’estate. Uomini in tuta da lavoro si aggiravano a gambe larghe, sputavano tabacco, martellavano con picconi e borbottavano in finlandese, mentre le casalinghe spiavano da dietro le tendine. Il massimo dell’eccitazione per un moccioso. Gironzolavo attorno allo steccato, sbirciavo tra le tavole e aspiravo i fumi di gasolio di quei mostri corazzati. Smembravano la strada serpeggiante del paese come un vecchio cadavere. Una strada bianca con un’infinità di piccole buche che si riempivano di pioggia, una schiena butterata che al disgelo si ammolliva come burro e d’estate veniva cosparsa di sale come una bistecca per agglomerare la polvere. Le strade sterrate non erano più di moda. Appartenevano al passato, al tempo in cui i nostri genitori erano nati ma che volevano lasciarsi alle spalle una volta per tutte.
Nel gergo popolare il nostro quartiere veniva chiamato , che tradotto vorrebbe dire la Palude della Passera. L’origine del nome non era chiara, ma doveva avere a che fare con il gran numero di bambini che ci nascevano. In molte case si arrivava a cinque, se non di più, e il nome rendeva una specie di crudo omaggio alla fertilità femminile. Vittulajänkkä, o Vittula, come veniva spesso abbreviato, era abitato da gente povera, cresciuta all’epoca magra degli anni Trenta. Grazie al duro lavoro e al periodo di boom erano riusciti a far strada e a ottenere mutui per comprarsi la casa. La Svezia prosperava, l’economia era in espansione e perfino il Tornedal era stato risucchiato nella corsa al successo. Il progresso era arrivato così di colpo che la gente continuava a sentirsi povera anche se era diventata ricca. Ogni tanto le prendeva la paura di perdere tutto. Le casalinghe dietro alle loro tendine cucite a mano pensavano con un brivido a come era andata di lusso. Avevano una casa intera tutta per loro e la loro prole. Potevano permettersi di comprare vestiti, senza dover più mandare in giro i bambini pieni di toppe. Avevano perfino la macchina. E adesso anche la strada sterrata sarebbe sparita, coronata da uno strato d’asfalto nero e lucente. La miseria avrebbe messo una giacca di pelle nera. Era il futuro che venivano a posare, liscio come la guancia di un bambino. E i loro figli ci avrebbero pedalato sopra con le loro biciclette nuove in corsa verso la prosperità e una laurea in ingegneria.
I camion muggivano e ululavano. I rimorchi scaricavano ghiaia. I rulli compressori compattavano la carreggiata sotto i loro enormi cilindri d’acciaio dal peso così inverosimile che mi veniva voglia di infilarci sotto il mio piede di cinque anni. Lanciavo grossi sassi davanti al rullo e mi precipitavo a cercarli dopo che era passato, ma erano spariti. Scomparsi per pura magia. Era una cosa che mi dava i brividi e mi affascinava. Posavo la mano sulla superficie appiattita. Era stranamente fredda. Come aveva fatto della ghiaia granulosa a diventare liscia come un lenzuolo? Lanciai anche una forchetta che avevo preso dal cassetto della cucina, poi la mia paletta di plastica, e anche quelle sparirono senza lasciare traccia. Ancora oggi non sono del tutto sicuro se sono rimaste sepolte sotto l’asfalto, o se davvero si erano dissolte per magia.
Fu a quell’epoca che mia sorella maggiore comprò il suo primo giradischi. Un giorno mi infilai furtivamente in camera sua mentre lei era a scuola. Eccolo lì, sulla sua scrivania, un’autentica meraviglia della tecnica in plastica nera, una piccola scatola lucida con il coperchio trasparente che copriva strani pulsanti e manopole. Intorno erano sparsi bigodini, rossetti e bombolette spray. Tutto era moderno, di un lusso superfluo, tutto era il segno della nostra ricchezza e la promessa di un futuro di spreco e prosperità. In un cofanetto laccato c’erano pile di foto di attori e di biglietti del cinema. Mia sorella li collezionava e aveva intere mazzette di biglietti del cinema dei Wilhelmsson, sul retro dei quali aveva scritto il titolo, gli interpreti e il suo voto.
Infilato in una specie di scolapiatti di plastica c’era il suo unico disco a 45 giri. Le avevo giurato e spergiurato che mai avrei osato neppure alitarci sopra. E invece lo presi in mano con le dita che mi tremavano, accarezzai la copertina lucida con su un bel ragazzo che suonava la chitarra. Un ciuffo di capelli neri gli scendeva sulla fronte e sorrideva ricambiando il mio sguardo. Piano piano tirai fuori il vinile nero. Sollevai con cautela il coperchio del giradischi. Cercai di ricordare cosa faceva mia sorella e posai il disco sul piatto. Infilai il grosso foro del 45 giri sul perno centrale. E, sudato dall’eccitazione, accesi l’interruttore.
Il piatto sussultò e si mise a girare. La tensione era insopportabile, dovetti reprimere l’impulso di scappare. Con le mie goffe dita di bambino afferrai il serpente, il braccio rigido e nero con il suo dente avvelenato grosso come uno stuzzicadenti. Poi lo abbassai verso il disco che ruotava.
Si mise a sfrigolare come quando si cuoce una bistecca. Capii che qualcosa si era rotto. Dovevo aver rovinato il disco, non si sarebbe mai più potuto suonarlo.
“ BAM-BAM… BAM-BAM…”
No, eccolo! Accordi duri. E poi la voce febbrile di Elvis.
Rimasi pietrificato. Mi dimenticai di deglutire, senza accorgermi che un filo di saliva mi gocciolava dal labbro inferiore. Avevo le vertigini, mi girava la testa, mi dimenticai anche di respirare.
Era il futuro. Il suono del futuro. Una musica che assomigliava al ruggito delle macchine che asfaltavano la strada, un fracasso che non finiva più, uno strepito che puntava dritto all’alba purpurea all’orizzonte.
Mi sporsi a guardare dalla finestra. In strada si levava il fumo di un camion e vidi che avevano iniziato ad asfaltare. Ma non era un asfalto nero e lucido come una giacca di pelle che si riversava sul suolo. Era ghiaia bitumata. Una schifosissima, grigiastra e granulosa ghiaia bitumata.
Quando le macchine finalmente se ne andarono, iniziai a fare brevi e caute passeggiate nel vicinato. A ogni passo il mondo s’ingrandiva. La strada appena asfaltata portava ad altre strade appena asfaltate, i terreni edificabili si aprivano come vasti parchi ombrosi, cani giganteschi mi abbaiavano contro, legati a lunghe catene tintinnanti. E più lontano mi spingevo, più cose c’erano da vedere. Il mondo non finiva mai, si dilatava sempre più, e fui preso da una vertigine che era quasi nausea quando mi resi conto che avrei potuto continuare a camminare all’infinito. Alla fine presi il coraggio a due mani e chiesi a mio padre che stava lavando la nostra nuova Volvo PV:
“Quanto è grande il mondo?”
“Immensamente grande”, rispose.
“Ma da qualche parte dovrà pur finire, no?”
“In Cina.”
La risposta precisa mi sollevò un po’ il morale. Bastava camminare abbastanza a lungo e si arrivava alla fine. E la fine era nel regno dei cinesin-cin-cin dagli occhi a mandorla, dall’altra parte della terra.
Era estate e faceva un caldo soffocante. Gocce di ghiacciolo cadevano sul davanti della mia camicia mentre lo leccavo. Me ne andai dal nostro cortile, lasciandomi alle spalle la sicurezza. Ogni tanto gettavo uno sguardo indietro, per paura di perdermi.
Arrivai fino al parco giochi, che in realtà era un vecchio campo di fieno che avevano lasciato in mezzo al paese. Il comune aveva piantato nel prato un’altalena, e mi sedetti sulla stretta tavola del sedile. Mi misi a spingermi con ardore sulle corde per acquistare velocità.
Dopo un po’ mi accorsi di essere osservato. C’era un bambino sullo scivolo. Era seduto in cima come se stesse per lanciarsi giù. Ma aspettava, immobile come un rapace, e mi osservava a occhi sgranati.
Mi misi in allerta. C’era qualcosa di inquietante in quel moccioso. Non poteva essere lì quand’ero arrivato, sembrava spuntato dal nulla. Cercai di far finta di niente, e continuai a spingermi così in alto che le corde dell’altalena cominciavano ad allentarsi tra le mie mani. Tenevo gli occhi chiusi senza fiatare e sentivo dei brividi allo stomaco quando la traiettoria mi faceva precipitare sempre più veloce verso terra, e poi di nuovo su dalla parte opposta verso la luce.
Quando riaprii gli occhi era seduto nella buca della sabbia. Come se ci fosse arrivato planando, non avevo sentito il minimo rumore. E continuava a fissarmi intensamente, anche se era semigirato.
Smisi di spingere e lasciai che l’altalena perdesse a poco a poco velocità. Alla fine saltai sul prato, feci una capriola e rimasi sdraiato a terra. Guardai il cielo. Le nuvole rotolavano bianche sopra il fiume. Sembravano grosse pecore lanose che dormivano nel vento. Se chiudevo gli occhi vedevo degli animaletti muoversi sotto le palpebre. Dei puntini neri che strisciavano su una membrana rossa. Se li stringevo ancora più forte riuscivo a vedere degli omini viola nella mia pancia. Si arrampicavano gli uni sugli altri e formavano delle figure. Anche lì dentro c’erano degli animali, anche lì c’era un mondo da scoprire. Mi prendeva un senso...




