E-Book, Italienisch, Band 83, 224 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Nilsen La fame dell'occhio
1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7091-288-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 83, 224 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-288-3
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Un gelido mattino di novembre, in una Oslo già in atmosfera prenatalizia, un uomo viene arrestato dalla polizia. Le manette, i cani, gli imperturbabili poliziotti, le facce dei passanti che lo guardano con sospetto, tutto gli pare irreale, come se stesse assistendo a un film di cui è l'inconsapevole protagonista. Portato al commissariato, viene chiuso in cella senza poter parlare con un avvocato e sottoposto a un estenuante interrogatorio da un ispettore che cerca in tutti i modi di farlo confessare. Ma confessare cosa? Di cosa è in realtà accusato? O è già quel suo nome esotico, Azhiz Shabaz Kumar Sen, che fa di lui un colpevole? O il fatto stesso di essere un indiano, costretto dal 'vento della storia' a una vita vagabonda attraverso i continenti e approdato lì, in quel paese nordico e lontano, forse solo perché da bambino un pastore danese gli parlava con rapimento del mistico incanto della neve? Tra Asle Foss, l'ispettore, e l'inafferrabile Shabaz comincia così un duello fatto di domande e risposte, ma anche di inseguimenti, fughe, arresti, evasioni, in un giallo sui generis, in cui quello che tiene viva la suspense non è la ricerca dell'assassino, ma del delitto. Un duello che non è solo lo scontro tra due personalità, ma un confronto tra due culture e due mondi. I ricordi di un'infanzia sulle rive del Gange, i campi profughi, il pellegrinaggio a Calcutta, la madre con le sue arti culinarie e la sua caccia agli insetti, il padre idolatra di Shakespeare, il mitico Bob Beaumon, l'amore norvegese per la bella Liv, le disavventure dello studente Salman-Salman, l'amicizia con lo specialista del cervello Hansen: nella folla di personaggi, fatti ed emozioni che Shabaz a poco a poco rievoca con l'ironica vivacità di un occhio insaziabile, emerge la figura di un uomo affamato di vita che forse continua a nasconderci qualcosa, o forse è solo colpevole di 'aver voluto troppo'.
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*
Ero in prigione. Ho cercato di farmi entrare in testa questa realtà di fatto, ma non voleva entrarci, continuava ad apparirmi assolutamente inconcepibile. Mi domandavo se loro ne sapessero di più o di meno di quanto volessero farmi credere sui capi d’imputazione. Il camembert come menu per i detenuti esulava dalle tradizioni carcerarie di qualsiasi paese. Foss era solo uno dei tanti, ma il fatto che avesse la facoltà di agire come se non ricevesse direttive non poteva che accrescere i miei timori. Ha estratto dalla cartella un ritaglio di giornale su cui ho immediatamente riconosciuto la fotografia.
“ , la parte lesa”, ho detto.
“In questa faccenda le parti lese sono più di una. Si rende davvero conto di chi è Henri Martell?”
Senza aspettare la mia risposta, si è messo a leggermi tutte quelle qualifiche che conoscevo fin troppo bene: sociologo e antropologo, il più giovane professore della Sorbona con due dottorati, ospite ambito presso tutte le università del mondo.
“Noto per andare a tenere le sue lezioni in motocicletta”, ho aggiunto io.
Martell si era seduto al tavolo che il ricercatore Hansen e io avevamo occupato la prima volta. Non aveva ordinato camembert, ma un piatto di pasta. Era venuto al ristorante di Liv perché una volta, a Parigi, lei l’aveva intervistato ed era l’unica persona che lui conoscesse in Norvegia. Aveva i capelli grigi e vestiva in modo informale, con un foulard rosso da cow-boy al collo e un giubbotto di jeans. La motocicletta non si limitava a creargli un legame con una fascia di età a cui da tempo non apparteneva più: un’impressione di velocità, di potenza e di dinamismo si ripercuoteva anche sulle sue lezioni. Martell era un luminare che gli studenti andavano sempre ad ascoltare pieni di aspettativa perché non sapevano mai a priori dove sarebbe andato a parare. Che una giornalista annoiata dalla cultura norvegese desiderasse intervistare una personalità del genere non mi stupiva affatto. Ma che lui, assuefatto com’era a vedere le sue interviste e le sue fotografie sui giornali di tutto il mondo, si ricordasse di una giornalista norvegese che aveva deposto la penna, mi stupiva invece molto. A meno che Martell non avesse apprezzato in Liv cose che esulavano dalle sue capacità redazionali. Era un’idea penosa: che anche Martell avesse visto la voglia a forma di costellazione nell’incavo della sua ascella? Quell’uomo mi piaceva, no? Sì, mi piaceva come piacciono le persone che ti stordiscono con il loro fascino. Quando aveva sentito da dove venivo, si era messo a raccontare ad alta voce di una volta che si trovava a Delhi e che pioveva talmente a dirotto che il tetto gli era caduto in testa, e con il tetto le duecento persone che vi alloggiavano sopra. Avevo deciso di assistere alla sua conferenza.
Il giorno prima ero andato con Liv a un lago nel bosco, una spedizione che ricorderò per tutta la vita. Avevamo preso la metropolitana fino a un quartiere residenziale e da lì avevamo proseguito a piedi per una mezz’ora fino al bosco. Procedevamo in silenzio per il sentiero, ciascuno con i suoi pattini in spalla. Liv non aveva parlato finché non avevamo raggiunto una baia ghiacciata dove mi aveva indicato un cespuglio di ginepro raccontandomi che, secondo la mitologia norrena, quando le bacche dell’arbusto fossero maturate tutte insieme sarebbe arrivata la fine del mondo.
La fine del mondo non era arrivata. Io ero nato su una lingua di terra destinata a diventare, secondo gli scienziati, un’altra Atlantide sommersa. L’acqua vi si scaricava a rovesci dal cielo, irrompeva dal mare, trasformava le case in natanti. Qui l’acqua si era solidificata in uno specchio, uno specchio che si sarebbe rotto non appena vi avessimo messo piede. Lo specchio si sarebbe rotto e io sarei precipitato al primo passo. Non ero precipitato. Il mio stile non era dei più disinvolti, ma stavo in piedi. Liv Jensen aveva sorriso dicendo: “Ma allora è vero!” Dopodiché ci eravamo avventurati in uno scenario da fiaba, lasciandoci scivolare su quel lago lungo e stretto racchiuso tra abeti. Il ghiaccio opalescente e striato di bianco ricordava un disco di luna velato dall’alone. Era quanto di più vicino alla mancanza di gravità avessi mai sperimentato, una leggerezza dell’anima che mi faceva venir voglia di saltare. Non avevo saltato. Mi attenevo al mio stile incerto e vacillante, ma mi sentivo pieno d’audacia. Non c’eravamo che Liv e io, noi due soli in mezzo agli abeti e alle colline. Poi era sceso il crepuscolo, la luce si era fatta azzurrina, uccelli neri volavano alti in cielo, noi tracciavamo i nostri cerchi su un angolo di terra ghiacciato, e non desideravo altro.
La sera dopo avevamo preso il tram per andare alla facoltà dove Martell doveva tenere la sua lezione. Nel più profondo di me stesso sentivo che c’era qualcosa che non andava, non andava proprio. Avevo scacciato quella sensazione, attribuendola al fatto che Liv e io dovevamo comportarci in modo così diverso non appena c’era il rischio che qualcuno ci vedesse. Camminavamo senza toccarci, come due amici che si sono dati un appuntamento per andare a una conferenza – sia per dare un carattere di normalità al fatto che fossimo insieme, sia per attenuare il senso di colpa che ci dava la sua infedeltà. Vedevo benissimo che Liv era rinchiusa nei suoi pensieri come io nei miei, e l’aria intorno a noi vibrava di tensione, ma io insistevo nel volermi sentire felice, o almeno quasi felice. Quando avevamo aperto la porta dell’auditorio, mi ero ritrovato nel mio ambiente come da tempo non mi capitava. Avevo controllato bottiglie, tagliato erba, pulito gabinetti, servito formaggi, ma era in aule come quella, in mezzo a studenti che leggevano o prendevano appunti, che mi sentivo a casa. Non è solo a posteriori che mi ricordo di quella vibrazione nell’aria. Era come se la tensione tra me e Liv fosse connessa con il fremito che aveva percorso l’assemblea quando Henri Martell aveva fatto la sua entrata in scena.
Non si poteva definirla altrimenti: era stata un’entrata in scena. Che un uomo sulla cinquantina scegliesse di andare in giro vestito da ragazzino, con i riccioli che gli scendevano sul collo della giacca, poteva essere visto come un atteggiamento di complicità verso gli studenti, un estremo terrore d’invecchiare o il bisogno di prendere le distanze dal convenzionalismo di gran parte del mondo accademico. Sulle copertine delle edizioni divulgative dei suoi saggi, Martell appariva sempre ritratto sulla sua motocicletta, cosa che induceva qualche spirito maligno e più polveroso di lui a definirlo sottovoce il decano del decibel. Semplice invidia, mi dicevo. Il mio successo sui pattini mi rendeva magnanimo, e quando Martell era entrato nell’auditorio con la giacca aperta e i capelli arruffati, come se si fosse appena lasciato dietro il rombo della libertà, ero più che mai incline a trovarlo simpatico. Perfino coloro che non erano al corrente della sua carriera non potevano non sentire di trovarsi di fronte a un uomo che aveva talmente letto e viaggiato da avere accumulato nel suo universo mentale le immagini più contrastanti, ed era di quelle che aspettavo con ansia mi rendesse partecipe.
L’illustre francese aveva cominciato con uno scherzoso excursus nella storia dell’imbecillità ecclesiastica, citando un episodio del tredicesimo secolo, in cui il priore di un monastero alle porte di Parigi, che era vegetariano, aveva confiscato ai monaci il maiale che allevavano per Natale. Aveva raccontato che nel diciassettesimo secolo dei monaci spagnoli erano stati scomunicati perché, spinti dai morsi della fame, avevano proposto di fare le ostie della comunione con ingredienti più sostanziosi. Come se il corpo di Cristo dovesse rendere anemica la povera gente! Il pubblico rideva sommessamente, anche Liv e io ridevamo. Henri Martell parlava inglese arrotando la , gesticolava e seduceva. Non riuscivo a capire che cosa ci fosse che non andava. Martell presentava la storia come un’interminabile catena di buffonate, vedevamo, come se li avessimo davanti agli occhi, gli uomini dell’inquisizione riuniti a Wittemberg a discutere gravemente se un determinato modo di mangiare le salsicce potesse essere un indizio di intrallazzi con Satana. Tracciando il suo quadro della stupidità, aveva menzionato anche la storia di Jonathan Swift che, in un’estrema protesta contro lo sfruttamento che aveva ridotto alla fame il popolo irlandese, aveva sarcasticamente proposto di utilizzare la grande quantità di neonati morti d’inedia per farne pelle da guanti. Chi era stato definito barbaro? Swift, naturalmente. Raramente avevo visto gli studenti godere tanto: quello a cui assistevano andava addirittura oltre le loro aspettative. Senza appunti, attingendo solo al suo capitale di conoscenze, Martell rendeva ulteriormente viva la rappresentazione della stupidità con la sua mimica e i suoi gesti. Eppure quella sensazione di qualcosa di stonato continuava a non volermi abbandonare. Sarà che avevo dieci anni di più della media degli ascoltatori, ma mi chiedevo se non fossi ormai troppo vecchio o se il tempo passato in tutti quei lavori merdosi non mi avesse per caso tagliato definitivamente fuori dal dialogo accademico.
Martell aveva cambiato rotta. Si era messo a parlare di un collega, un antropologo francese, che per anni aveva raccolto dati sui Boscimani del deserto del Kalahari. L’antropologo era partito con le migliori intenzioni convinto di trovare una...




