E-Book, Italienisch, Band 180, 160 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Nooteboom Le volpi vengono di notte
1. Auflage 2013
ISBN: 978-88-7091-364-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 180, 160 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-364-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
La Liguria montaliana, Minorca, le coste spagnole, Venezia: i protagonisti di questi otto racconti si muovono tra città e isole del Mediterraneo, ricomponendo frammenti di vite intense ormai perdute, cristallizzate nel ricordo, nel dettaglio di una fotografia. Ed è proprio dalla contemplazione di vecchie foto che i personaggi riprendono corpo e vita, come se quella scioccante 'presenza di un'assenza' permettesse loro di trovare le vie del passato. Heinz, console onorario in un paesino ligure a picco sul mare, come un personaggio di Hemingway nato per perdersi, con la sua disperata vitalità, i suoi tuffi perfetti, i litri di gin contro la nostalgia, e il sogno di trasferirsi sull'isola di Tonga, dove si può con un passo superare la linea immaginaria che separa l'oggi dallo ieri. Paula, dalla bellezza sensuale e sfrontata, un tempo copertina di Vogue, giocatrice d'azzardo di cui tutti si innamorano. Un critico d'arte che torna a Venezia dopo molti anni, alla ricerca del desiderio di quella ragazza americana dai capelli rossi e dagli occhi di ardesia che credeva di leggere il suo destino nelle stelle. Attraverso personaggi irrequieti, storie di amore, di perdita, di gioco e di nostalgia, la scrittura di Nooteboom asseconda le vibrazioni delle immagini. Perché, come scriveva Roland Barthes nella 'Camera chiara' trent'anni fa, una fotografia rappresenta l'impotenza di dire ciò che è evidente, e la letteratura nasce intorno a un'immagine mancante, a un ricordo ancor vivo.
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TEMPORALE
Sono già io un barometro, le aveva detto mentre erano lì, davanti al barometro. Me lo sento nello scheletro. Un altro avrebbe detto «nelle ossa», ma Rudolf disse scheletro perché sapeva che Rosita l’avrebbe trovato irritante. Sapeva anche perché lo trovava irritante, il che era ancora peggio. Lei prendeva tutto alla lettera e quindi si vedeva davvero davanti uno scheletro, cosa piuttosto spiacevole. L’epoca delle vanitas è passata, gli disse, neanche tu ti tieni un teschio sulla scrivania. Se tu me l’avessi detto un’ora fa non avrei fatto sesso con te. Nessuna voglia di avere uno scheletro sopra di me. Lo immaginava: costole che sbattevano una contro l’altra, teschi che si mordevano a vicenda. A volte sei proprio uno stronzo. Solo perché cambia il tempo. Lui non rispose, perché era vero, sia una cosa che l’altra. All’improvviso l’estate non c’era più. Grigi castelli di nuvole, il bianco delle case spagnole si era fatto a un tratto opaco, e presto il giardino sarebbe finito allagato, perché quando la pioggia veniva, veniva sul serio, a secchi. E l’inevitabile malinconia. Porte rimaste aperte tutta l’estate dovevano chiudersi, le lunghe passeggiate lungo la riva dovevano essere anticipate: un vuoto oscuro si insinuava tra il calare della sera e il momento in cui in Spagna si poteva andare a cena. Il che voleva dire incominciare prima a bere in un bar o starsene in casa – una casa che all’improvviso non era più tanto confortevole – a leggere accanto a una stufa elettrica, un po’ infreddoliti. Era insopportabile che a lei non desse fastidio. A pensarci bene, in realtà, non c’era niente che le desse fastidio. Non l’insonnia, non la noia. Le bastava sparire nel suo studio, e lì evidentemente era felice. Come potesse essere felice una persona che da anni lavorava a una storia del movimento operaio olandese per lui era un mistero. Tutto quello che gli raccontava, da Ferdinand Domela Nieuwenhuis fino a Henriette Roland Holst, gli ispirava una profonda diffidenza. Tutta gente con il doppio cognome che si era così seriamente impegnata in favore della classe degli sfruttati. Adesso che era passato un secolo, i membri della classe che avevano tanto voluto emancipare, se ne stavano arrampicati su una scala, tatuati come Maori e con la radio a tutto volume a dipingere la casa del vicino. Miagolii e pestar di piedi, le voci grasse dei dj popolari, l’eloquio triviale delle nuove celebrità in televisione, eroi stagionali di una qualche soap opera. Vorrei proprio vederli tornare una volta, diceva allora, i Gorter e i Van Eeden. Si prenderebbero un colpo dallo spavento. Eccola realizzata, la dittatura del proletariato, l’arte per il popolo. “Vedo i lavoratori danzare in argentee schiere sulla riva dell’oceano”, un verso del genere. Gorter, credo. Anche questo si è realizzato, alla discoteca di Torremolinos. La sua risposta in genere si limitava a un canticchiare sommesso che lui non sapeva mai con certezza se interpretare come una manifestazione di disprezzo o di profonda pietà. Era un ronzio leggero, acuto, simile al mormorio di un uccello, come se fosse già sul punto di volar via e abbandonarlo.
Ma in realtà non ne aveva nessuna intenzione. Quando ti ho comprato, le tue lagne erano comprese nel prezzo, gli aveva detto in uno dei suoi rari momenti di rimorso. Si era innamorata di un uomo che intagliava statuette di legno, che era un barometro e che soffriva di eclissi di sole. Non appena il sole spariva bisognava ricorrere a risorse segrete, elaborare strategie per respingere una cupezza che minacciava di impadronirsi di tutto. La notte e l’inverno erano i suoi nemici naturali. Allora il legno rimaneva intatto nel suo laboratorio, non veniva intagliata nessuna creatura di sogno e le gallerie non ricevevano risposta. Diventava come una nave senza rotta che andava alla deriva nel buio. Lei si rendeva conto che la sua serenità lo infastidiva, ma sapeva anche che l’insensibilità a quella che lui chiamava la sua bile nera gli permetteva di resistere finché non si fosse abituato al cambiamento di stagione e all’oscurità che comportava. La strategia migliore era quella di tirare diritto.
E se andassimo a San Hilario?
Lui si strinse nelle spalle. San Hilario si trovava a una trentina di chilometri di distanza. Per arrivarci bisognava attraversare una zona piuttosto selvaggia. Era una piccola baia con una spiaggia che avevano scoperto quando era ancora vergine, ora però un promotore immobiliare ci aveva costruito un albergo. Non lontano da lì, sopra la spiaggia, c’era un vecchio bar dove si poteva mangiare qualcosa, uno di quei locali che gli spagnoli chiamano chiringuitos. L’interno era tutto bianco, tavoli di plastica, una grande terrazza in mattoni, sedie di alluminio che producevano uno stridio acuto quando le si spostava. Con un tempo così scuro le lampade al neon, fuori, dovevano essere già accese. Il neon serviva, per lei era un dato confermato dall’esperienza senza bisogno di dirglielo. Un surrogato di sole bianco, freddo e oblungo come placebo, che funzionava.
La stagione era alla fine, di turisti ce n’erano ben pochi, o forse nessuno. Lungo la strada scoppiò il temporale. Le nubi si erano fatte grigie come piombo, grevi masse che incombevano sul verde degli oleastri come per divorarli. D’un tratto il paesaggio si rischiarò in modo strano: il primo lampo. Dopo il lacerante secco tuono che seguì, la grandine si abbatté sull’auto in raffiche selvagge, martellando sul tetto. Lei si voltò, sapeva che ora avrebbe cominciato a esaltarsi. Dovrebbe esistere una lingua – le aveva detto una volta – in grado di descrivere tutti i tipi di nuvole. Granito grigio, calcare, ardesia, lanugine bianca, rischioso pietrisco. Sapeva che lui ora avrebbe voluto scendere dalla macchina, immergersi nel temporale. L’importante era che fosse drammatico. Quello di cui ho bisogno sono grandiosi eventi di ordine naturale, così si era espresso. Ed eccolo servito, accontentato al primo cenno, come sempre. Faceva fatica a tenere in carreggiata la piccola Seat. Un motociclista solitario era sceso dalla sua moto e per un istante venne intagliato dal lampo nel paesaggio come una statua. Il parcheggio del bar era quasi vuoto e quando scese dalla macchina si ritrovò nell’acqua fino alle caviglie. Mentre correvano verso la terrazza coperta sentivano il fragore della risacca acuito dal fischio della tempesta. Il grigio del mare si fondeva con il grigio del cielo, si distingueva a stento l’isoletta davanti alla costa.
Sparse per la terrazza c’erano cinque persone. Due donne in impermeabile un po’ più avanti, un nero solitario in camicia gialla che cercava di leggere, una coppia sposata al tavolo accanto al loro. Quanto basta per un film.
Fu il commento di Rudolf. Lei la conosceva bene quella sua tendenza a vedere ovunque delle scene di film. Di solito era d’accordo con lui. E qui tutto tornava. Unità di tempo, di luogo e di azione. Dramma a volontà, con quel temporale, e a quanto pareva la coppia lì accanto era impegnata in una fantastica lite soffocata. Lo si capiva ancor prima che fosse pronunciata una parola. La donna era bella. Scarpe, camicia, impermeabile: tutto quanto indossava era bianco, e come se non bastasse si dipingeva le labbra con un rossetto di un colore chiaro quasi fosforescente, quasi volesse adeguarsi al temporale. Non sembrava avere freddo. A differenza dell’uomo che, avvolto in una giacca a vento rossa, guardava arcigno per terra, un grande bicchiere di cognac in mano. Rosita non trovava che la donna le somigliasse, ma vedeva in quella coppia un riflesso del proprio matrimonio, e non era del tutto piacevole. Così non disse niente, tanto più che la sua strategia aveva funzionato e Rudolf, nella cupezza della burrasca, si era liberato della sua malinconia. Sembrava che tutta l’elettricità che c’era là fuori lo ricaricasse. Vide che osservava la donna che stava cercando di fotografare i lampi con una piccola macchina digitale.
Dal modo in cui la guardava capì che stava pensando a una scultura, un giorno ne sarebbe venuto fuori qualcosa. Non sapeva se fosse possibile aggrottare una bocca, ma le sembrava proprio quello che faceva, quel modo strano, avido e teso, di stringere le labbra mentre seguiva ogni movimento della macchina fotografica che la donna in bianco alzava ogni volta con un istante di ritardo rivolgendola verso i lampi. E che lampi! Da quelle parti i temporali erano fenomeni di un ordine superiore. Lunghe strisce di luce bianca accecante, a volte più di una allo stesso tempo, e i colpi sempre più forti che seguivano, sempre più vicini.
Smettila con questa scemenza, disse l’uomo chiuso nella sua giacca a vento. In tedesco, a voce alta, certo di non essere capito. Rosita aveva fatto la sua ordinazione in spagnolo, e poteva anche passare per una spagnola. La donna scattò un’altra foto, controllò se questa volta aveva preso il lampo. Stronzo. Sei davvero uno stronzo. Lo disse in tono calmo, sereno, quasi come se si trattasse di un’informazione per i viaggiatori.
Lasciami in pace o tornatene in albergo. Io vado avanti finché ne... Il resto della frase fu coperto da un tuono così forte che la terrazza si mise a tremare.
Quello in ogni caso non lo prendi, disse l’uomo.
Al tuono successivo andò via la luce. Solo al chiarore dei lampi si riusciva ancora a scorgere il fitto recinto di rami che separava la terrazza dalla discesa verso la spiaggia. E anche le onde schiumanti che si rompevano sulla riva. Evidentemente la donna stava ancora cercando di fotografare la scrittura elettrica che, simile a un alfabeto sminuzzato, correva lungo tutto l’orizzonte, perché sentivano gli striduli...




