E-Book, Italienisch, 160 Seiten
Reihe: Amazzoni
Nothomb Né di Eva né di Adamo
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-6243-254-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 160 Seiten
Reihe: Amazzoni
ISBN: 978-88-6243-254-2
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Amélie torna in Giappone ma abbandona i tragicomici panni di impiegata nella multinazionale Yumimoto, vicenda narrata in Stupore e tremori, e si concentra sulle peripezie sentimentali di quel periodo. Rinri è il suo fidanzato giapponese, bello e ricco, li lega un amore bizzarro ma non privo di poesia, raccontato con il solito umorismo, affondando lo sguardo chirurgico che le è proprio nell'incandescente universo dell'amore. Ma l'emozione più grande e la relazione più forte è ancora una volta quella che lega l'autrice al paese in cui è nata, e dove ha trascorso gli anni mitici dell'infanzia.
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L’indomani mattina mi svegliai con la sensazione di avere le mani dolorosamente secche. Cospargendole di crema, mi ricordai della sera e della notte precedenti. Dunque c’era un ragazzo nel mio letto. Che strategia adottare?
Andai a scuoterlo dal sonno e gli dissi con molta dolcezza che, nel mio paese, la tradizione esigeva che l’uomo se ne andasse all’alba. E stavamo già infrangendo la regola, perché il sole ormai era alto. Avremmo attribuito la trasgressione alla distanza geografica. Però non bisognava abusarne. Rinri chiese se la consuetudine belga prevedeva che ci rivedessimo.
– Sì – risposi.
– Passerò a prenderti alle tre.
Constatai con piacere che le mie lezioni sul darsi del tu avevano dato i loro frutti. Si congedò con grande gentilezza. Lo vidi allontanarsi con la sua valigia da fonduta svizzera.
Appena fui sola, provai una grande gioia. Ripercorsi gli avvenimenti con un misto di ilarità e stupore. Quello che tutto sommato mi meravigliava di più non erano le eccentricità di Rinri, ma piuttosto questa eccentricità suprema: avevo avuto a che fare con una persona amabile e affascinante. Neanche per un attimo mi aveva infastidito con un gesto o una parola. Non credevo che una cosa del genere potesse accadere.
Mi preparai il mio mezzo litro di tè troppo forte e lo ingurgitai guardando dalla finestra la caserma di Ichigaya. Nessuna voglia di commettere , stamattina. Ma un bisogno fenomenale di scrivere. Che Tokyo si mettesse al riparo dall’onda d’urto: vi faccio vedere io. Mi gettai sulla carta vergine con la convinzione che la terra ne avrebbe tremato.
Curiosamente, non vi fu alcun sisma. Vista la zona in cui mi trovavo, la calma tellurica era una stranezza che andava forse attribuita a una contingenza favorevole.
A volte, smettevo di scrivere e contemplavo Tokyo attraverso la vetrata pensando: “Ho una relazione con uno di qui.” Me ne sbalordivo, poi riprendevo a scrivere. La giornata intera si svolse in questo modo. Giorni così sono eccellenti.
L’indomani, la puntualità della Mercedes fu pari solo al suo candore.
Rinri era cambiato. Il suo profilo alla guida non era più così immobile e impassibile. Il suo silenzio aveva assunto una più profonda e interessante sfumatura di imbarazzo.
– Dove andiamo? – chiesi.
– Vedrai.
Questa risposta sarebbe diventata uno dei suoi classici; che la destinazione fosse grandiosa o aneddotica, le mie domande avrebbero ottenuto solo dei “vedrai”. Vedrai era la Citera di quel ragazzo, un luogo mobile che svolgeva l’unica funzione di imprimere una direzione all’auto.
Quella domenica inaugurò un “vedrai” che scelse di situarsi a Tokyo: il parco dei giochi olimpici. L’idea mi parve buona perché aveva un significato e perché mi era indifferente: anche sotto le più nobili bandiere, le gare non sono mai riuscite ad appassionarmi. Guardai lo stadio e gli impianti sportivi con l’educazione
impeccabile dei tiepidi, ascoltai le spiegazioni parsimoniose di Rinri prestando attenzione solo ai progressi del suo francese: alle olimpiadi delle lingue straniere, si sarebbe aggiudicato la medaglia d’oro.
Eravamo lungi dall’essere gli unici innamorati, per riprendere la terminologia d’uso, che passeggiavano intorno alla stadio. Adoravo questo lato “percorso obbligato” delle nostre peregrinazioni: la tradizione di questo paese aveva messo a disposizione delle coppie di un giorno o di una vita tutto un sistema di infrastrutture, in modo che non dovessero scervellarsi per decidere cosa fare. La cosa somigliava a un gioco di società. Senti qualcosa per qualcuno? Invece di riflettere da mezzogiorno alle due sulla natura esatta del tuo turbamento, porta quel qualcuno alla casella x o y del nostro Monopoli o piuttosto del nostro Amoropoli. Perché? Vedrai.
“Vedrai” era la migliore delle filosofie. Rinri e io non avevamo la minima idea di quello che facevamo né di dove andavamo insieme. Con la scusa di visitare luoghi di relativo interesse, ci esploravamo l’un l’altro con benevola curiosità. La casella di partenza dell’Amoropoli nipponico mi incantava.
Rinri mi teneva la mano, come ogni innamorato del percorso teneva la mano a colei che lo accompagnava. Davanti al podio, mi disse:
– È il podio.
– Ah – risposi.
Davanti alla piscina, mi disse:
– È la piscina.
– Ecco cos’è – risposi con la più grande serietà.
Non avrei scambiato il mio posto con quello di nessun altro. Mi divertivo troppo e suscitavo nuove rivelazioni, marciando in
direzione del ring per sentirmi dire “è il ring”, ecc. Queste definizioni mi mandavano in estasi.
Alle cinque del pomeriggio, come a un gran numero di innamorate del luogo, mi venne offerto un all’amarena. Sgranocchiai la granita colorata con entusiasmo. Accorgendomi che il gesto valeva ai generosi donatori circostanti manifestazioni di tenera gratitudine, anch’io non ne fui avara. Mi piaceva quella sensazione di copiare le reazioni delle mie vicine.
Al calare della notte, cominciò a far freddo. Chiesi a Rinri cosa prevedesse l’Amoropoli per la serata.
– Pardon? – mi chiese.
Per trarlo d’impaccio, lo invitai nell’appartamento di Christine. Ne parve felice quanto sollevato.
Il “vedrai” non era mai tanto fantastico come in un appartamento accessoriato di Tokyo. La musica di Bach riecheggiò non appena aprii la porta.
– È Bach – dissi io.
Ora toccava a me.
– Mi piace molto – commentò Rinri.
Mi voltai verso di lui e lo indicai con il dito:
– Sei tu.
Dopo l’amore, non c’erano più regole. Sul cuscino, scoprivo qualcuno. Mi guardava a lungo e poi diceva:
– Che bello tu sei.
Era inglese mal tradotto in francese. Per niente al mondo lo avrei corretto. Nessuno mi aveva mai trovata bello.
– Le giapponesi sono molto più belle – dissi.
– Non è vero.
Mi rallegrai per il suo cattivo gusto.
– Raccontami le giapponesi.
Alzò le spalle. Io insistetti. Alla fine disse:
– Non posso spiegarti. Mi irritano. Non sono sé stesse. – Anch’io forse non sono me stessa.
– Sì. Tu sei qui, tu esisti, tu guardi. Loro invece passano tutto il tempo a chiedersi se piacciono. Pensano solo a sé.
– La maggior parte delle occidentali sono così.
– Io e i miei amici abbiamo la sensazione che per queste ragazze siamo solo degli specchi.
Feci finta di ammirarmi in lui, sistemandomi i capelli. Rise. – Parli molto delle ragazze con i tuoi amici?
– Non molto. È imbarazzante. E tu, parli dei ragazzi? – No, è intimo.
– Le ragazze giapponesi sono il contrario. Con il ragazzo, fanno le pudiche. E poi vanno a raccontare tutto alle amiche.
– Le occidentali fanno la stessa cosa.
– Perché dici questo?
– Per difendere le giapponesi. Credo sia difficile essere una giapponese.
– È difficile anche essere un giapponese.
– Certo. Raccontami.
Tacque. Respirò. Vidi i suoi lineamenti subire una metamorfosi.
– A cinque anni, come gli altri bambini, ho fatto i test per entrare in una delle scuole primarie migliori. Se li avessi superati, avrei potuto, un giorno, entrare in una delle università migliori. A cinque anni, già lo sapevo. Ma non ho superato i test.
Mi accorsi che tremava.
– I miei genitori non hanno detto nulla. Erano delusi. Mio padre, a cinque anni, li aveva superati. Ho aspettato la notte e ho pianto.
Scoppiò in singhiozzi. Presi tra le braccia il suo corpo contratto per la sofferenza. Avevo sentito parlare di queste orribili selezioni nipponiche, imposte mille volte troppo presto a bambini consapevoli dell’importanza della posta in gioco.
– A cinque anni ho saputo di non essere abbastanza intelligente.
– Non è vero. A cinque anni, hai saputo di non essere stato selezionato.
– Ho sentito che mio padre pensava: ‘Non è grave. È mio figlio, avrà il mio posto.’ Lì è cominciata la mia vergogna e non è mai finita.
Lo strinsi a me, mormorando parole di conforto, rassicurandolo sulla sua intelligenza. Pianse a lungo, poi si addormentò.
Andai a contemplare la notte su una città in cui, ogni anno, la maggior parte dei bambini di cinque anni venivano a sapere di aver fallito nella vita. Mi sembrò di sentir risuonare un concerto di lacrime soffocate.
Rinri se la sarebbe cavata perché era figlio di suo padre: significava compensare un dolore con...




