Nothomb | Riccardin dal ciuffo | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Nothomb Riccardin dal ciuffo


1. Auflage 2017
ISBN: 978-88-6243-338-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

ISBN: 978-88-6243-338-9
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



'...in quella guerra sanguinosa e piena di pericoli che è l'amore a volte è possibile anche assaporare un trionfo.' Due esistenze sembrano condannate alla solitudine, fin quando per caso il destino non le farà incontrare: il famoso ornitologo Deodato ha un aspetto repellente ma è provvisto di un'intelligenza fuori dal comune. Altea, al contrario, stupisce chiunque per la sua incantevole bellezza, che però sembra unirsi a un ingegno limitato e a una totale mancanza di interessi... Amélie Nothomb gioca ancora una volta con la fiaba popolare, come già in Attentato e Barbablù, offrendo al lettore un romanzo sui misteri dell'amore e della natura umana.

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Incinta a quarantotto anni per la prima volta, Enide aspettava il parto come altri la roulette russa. Eppure poteva dirsi felice di questa gravidanza che aveva desiderato tanto a lungo. Se ne era resa conto quando era già al sesto mese.

– Ma signora, lei non aveva più le mestruazioni! – aveva detto il medico.

– Alla mia età mi sembrava normale.

– E le nausee, la stanchezza?

– Non ho mai avuto una salute di ferro.

Il dottore aveva dovuto ammettere che la sua pancia, appena arrotondata, non era affatto sintomatica. Enide apparteneva a quella generazione di donne così minute e gracili da non sembrare mai veramente donne e che passano in un attimo dallo stato di adolescenti a quello di vecchie bambine.

Quel mattino, in ospedale, Enide non era per niente tranquilla. Stava per succedere una catastrofe, se lo sentiva, e lei non avrebbe potuto farci nulla. Il marito le teneva la mano.

– Non ci riuscirò mai – disse.

– Andrà tutto bene – la incoraggiò lui.

Ma non lo pensava affatto.

Enide non aveva preso neppure un grammo durante la gravidanza. Le avevano assicurato che nella sua pancia il bambino era vivo. Bisognava avere molta immaginazione per crederci.

Il dottore annunciò che avrebbe fatto un cesareo. Era l’unica possibilità. Marito e moglie si rassicurarono.

Sapevano già che si trattava di un maschio. Per Enide era un dono di Dio e voleva chiamarlo Deodato.

– Perché non Teodoro allora? Il significato è lo stesso.

– Gli uomini migliori del mondo hanno tutti nomi che finiscono in ‘-ato’.

Onorato non poté che sorridere.

Quando i genitori videro il bambino, si ritrovarono di colpo su un altro pianeta. Sembrava un vecchio appena nato: grinzoso, gli occhi semichiusi, la bocca infossata, in altre parole era ripugnante.

Impietrita, Enide trovò a stento la voce per chiedere al dottore se suo figlio era normale.

– È sano come un pesce, signora.

– Perché è così rugoso?

– È solo po’ di disidratazione, si risolverà presto.

– Ma è talmente gracile, talmente magro!

– Somiglia alla sua mamma, signora.

– Dottore, per carità, è orrendo.

– Sa, nessuno osa dirlo, ma i neonati sono quasi sempre brutti. Le garantisco che questo bimbo a me fa un’ottima impressione.

Lasciati soli con il bambino, Onorato ed Enide si dovettero rassegnare ad amarlo.

– E se lo chiamassimo invece Riccardin dal ciuffo? – suggerì lei.

– No, Deodato va benissimo – disse il neo-padre sorridendo con coraggio.

Per fortuna avevano pochi parenti e pochi amici. Tuttavia non fu possibile risparmiarsi visite in cui la buona educazione non riusciva a mascherare lo sgomento.

Enide osservava i volti di quanti si chinavano a esaminare il suo piccolo; appena coglieva l’immancabile trasalimento di disgusto era un supplizio. Dopo un silenzio atroce, la gente finiva per azzardare qualche commento dall’indelicatezza più o meno variabile: “È il ritratto del suo trisavolo sul letto di morte.” Oppure: “Che faccia! Pazienza, per un maschio non è poi così grave.”

L’apice fu raggiunto dalla cattivissima zia Epziba.

– Mia povera Enide, ti sei un po’ ripresa?

– Sì, il cesareo è andato bene.

– No, volevo dire, ti sei ripresa dal fatto di avere un bambino così brutto?

Sconfitti, tornarono a casa e chiusero la porta al mondo.

– Tesoro, – disse la madre a Onorato – giurami che non riceveremo più nessuno.

– Te lo giuro, amore mio.

– Spero che Deodato non abbia percepito il fiele e le malignità di quelle persone. È così gentile. Ha cercato di succhiare il latte e quando ha capito che non ci riusciva, mi ha sorriso, come per dirmi che non aveva importanza.

“Sta andando fuori di testa” pensò il padre. Enide era sempre stata estremamente fragile, sia fisicamente che da un punto di vista psicologico. A quindici anni l’avevano espulsa dalla scuola di ballo dell’Opéra di Parigi per un motivo che non si era mai sentito nella storia di quel luogo augusto: eccessiva magrezza. “Non credevamo fosse possibile” aveva concluso l’esaminatrice.

Dal momento che la ragazzina era alta un metro e cinquanta, la carriera da modella era da escludersi. Aveva ottenuto il diploma di licenza media per un soffio. Se i professori l’avevano fatta passare, era perché scommettevano sul suo futuro di étoile della danza.

Enide non aveva osato annunciare il suo fallimento alla famiglia e tutte le mattine andava a sedersi sui gradini dell’Opéra dove rimaneva, annientata, fino a sera. Era lì che Onorato, all’epoca apprendista cuoco alla scuola di ballo, si era accorto di lei. Quel giovane uomo di diciassette anni, robusto nel corpo e nell’animo, si era innamorato follemente della bambina minuta.

– Potresti trovare di meglio che una candidata al suicidio – gli aveva detto lei.

– Sposami.

– Non sono all’altezza.

– Insieme direi che siamo alti abbastanza.

Dal momento che non c’era nessun altro destino ad aspettarla Enide finì per accettare. In materia di matrimonio era ancora in uso il Codice Napoleonico: quindici anni l’età minima per le ragazze, diciotto per i maschi. Dovettero aspettare un anno e poi i due adolescenti si sposarono nella chiesa di Saint-Augustin.

Furono molto felici. Enide, con sua grande sorpresa, non tardò a innamorarsi perdutamente del ragazzo robusto. La sua gentilezza e la sua pazienza incrollabile la toccarono nel profondo. Ben presto lui fu promosso e diventò capo-cuoco alla scuola di ballo.

Le ragazzine dei corsi continuavano a venire a chiedergli di mettere meno burro e meno panna nei piatti, nonostante Onorato giurasse che non comprava più quegli ingredienti ormai da lunghissimo tempo.

– E allora perché il mangiare è così buono? – protestarono le giovani ballerine.

– Perché lo preparo con amore.

– L’amore fa ingrassare? Lei è enorme!

– È la mia natura. Ma guardate mia moglie e vedrete come l’amore rende magri.

Il ragionamento era con ogni evidenza tendenzioso. Enide era sempre stata la gracilità in persona. Ma a ogni modo questo rassicurò le ragazze che approvarono il cuoco all’unanimità.

Passarono più di trent’anni in una felicità così assoluta che i due innamorati neanche se ne accorsero. La sposa si rattristava spesso di non avere bambini. Onorato la consolava dicendo: “I nostri bambini siamo noi.”

In effetti vivevano come ragazzini: appena Onorato lasciava le cucine, correva a raggiungere la moglie. Insieme giocavano a rubamazzetto o a dama. Nel periodo in cui alle Tuileries c’era la fiera, ci passavano ore intere. Lo stand del tiro a segno era il loro preferito, anche se l’uno e l’altra erano i tiratori più incapaci che si fossero mai visti. Quando avevano la nausea per aver fatto troppi giri sulla ruota panoramica e per aver mangiato troppo zucchero filato, se ne tornavano a piedi all’Opéra tenendosi per mano.

Enide non godeva di una grande salute, ma del resto non se ne sarebbe fatta un granché. I suoi malanni, di ottima qualità nella loro gentile mitezza, venivano celebrati come quelli di una bambina. Onorato le portava a letto un vassoio con pane, marmellata di mirtilli e un tè leggero. Poi sparecchiava e le si sdraiava accanto, tenendosela stretta al petto. Il suo corpo felpato assorbiva i sudori della febbre o i miasmi della tosse. Attraverso la finestra della loro stanza sotto il tetto dell’Opéra guardavano Parigi che per loro soli era rimasta ancora quella di Cocteau. Non a tutti è concessa la grazia di essere enfants terribles.

La nascita di Deodato fu un brusco risveglio. Facendo di necessità virtù, diventarono quella particolare specie di adulti chiamata genitori. Il fatto di essere stati bambini molto più a lungo della media adesso si rivelava un handicap: conservarono l’abitudine di svegliarsi al mattino con in testa, come primo pensiero, il loro proprio piacere. Era Onorato che si ricordava sempre ad alta voce: “Il piccolo!”

Cosciente di essere una delusione, il bambino si fece subito discreto. Non piangeva mai. Anche affamato, aspettava pazientemente il biberon che ciucciava con l’estasi golosa di un mistico. Dal momento che Enide faceva fatica a nascondere il disgusto che le ispirava il suo viso, imparò molto presto a sorridere.

Lei gliene fu grata e lo amò. Il suo amore fu tanto più intenso quanto aveva temuto di non provarne affatto: si rese conto che Deodato si era perfettamente accorto del suo ribrezzo e l’aveva aiutata a vincerlo.

– Nostro figlio è intelligente – dichiarò.

Aveva ragione: il bambino possedeva quella superiore forma di intelligenza che si potrebbe chiamare “il senso dell’altro”. L’intelligenza classica comporta raramente questa virtù del tutto paragonabile al dono delle lingue: chi ne è provvisto sa che ogni persona è un linguaggio specifico e che tale linguaggio può essere appreso a condizione di ascoltarlo con la più estrema apertura di cuore e di sensi. È anche per questo che si tratta di una facoltà analoga all’intelligenza: ha a che fare con la comprensione e la conoscenza. Le persone intelligenti che non sviluppano questo accesso all’altro diventano, nel senso etimologico del termine, degli idioti: esseri centrati su sé stessi. L’epoca in cui viviamo rigurgita di questi idioti intelligenti, il loro simpatico club fa rimpiangere i...



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