Novecento, il secolo scorso | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 311 Seiten

Reihe: Cose spiegate bene

Novecento, il secolo scorso

Com'è stata l'Italia fino a 25 anni fa, visto che ne parliamo ancora ogni giorno
1. Auflage 2024
ISBN: 978-88-7091-769-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Com'è stata l'Italia fino a 25 anni fa, visto che ne parliamo ancora ogni giorno

E-Book, Italienisch, 311 Seiten

Reihe: Cose spiegate bene

ISBN: 978-88-7091-769-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nonostante sia passato già un quarto di secolo da quando è finito, la storia del Novecento italiano è tuttora molto presente nella discussione pubblica: ma intanto oltre il venti per cento della popolazione nazionale non ne ha una conoscenza diretta nemmeno per un minuto, essendo nato dopo il 2000. Questo numero di COSE Spiegate bene racconta storie ed eventi che hanno composto l'identità dell'Italia del secolo scorso, dagli avvenimenti maggiori ricordati spesso nelle discussioni odierne, di cui a volte si sono persi i dettagli o si fatica a ricordare il reale svolgimento, agli episodi apparentemente minori e pop, che hanno comunque contribuito a portare cambiamenti significativi nella società e nella cultura delle italiane e degli italiani. Il Novecento è stato il secolo in cui si è fatta l'Italia come la conosciamo, e i suoi episodi di storia, cronaca e vita quotidiana affiorano tuttora e rimarranno ancora nel prossimo futuro: conoscerli e spiegarli non è un retorico e solenne esercizio di conservazione della memoria, ma un modo prezioso di comprendere questo paese e molte cose di cui parliamo e discutiamo, e di riconoscere quello che è cambiato e quello che siamo ancora. E poi sono gran storie, anche quando sono piccole.

Novecento, il secolo scorso jetzt bestellen!

Weitere Infos & Material


Che Italia è stata, attraverso il Novecento


Un paese solo e molti paesi diversi, sul piano economico, sociale, politico e culturale

Per l’Italia, come per molti altri paesi del mondo, il Novecento è stato un secolo di trasformazioni molto raccontate e studiate, e quindi abbastanza conosciute, quantomeno a grandi linee. Da qualunque prospettiva specifica si osservi l’evoluzione del paese e della popolazione in quell’arco di tempo – demografica, sociale, politica, economica, industriale, culturale, sanitaria – i dati non mostrano situazioni stazionarie. Diversi fattori di cambiamento si sono sovrapposti l’uno all’altro e influenzati a vicenda, facendo emergere continue e progressive tendenze e inversioni di tendenza. Il che rende alquanto complicato comprendere che paese sia stato l’Italia, attraverso tutto il Novecento: è stata tanti paesi diversi. Eppure capita spesso di valutare le dimensioni di fenomeni presenti tenendo a mente uno solo dei paesi che l’Italia è stata nel tempo, e trascurando tutti gli altri, a scapito della completezza di quelle valutazioni.

Persino il divario tra Nord e Sud, un fenomeno che in assoluto consideriamo tra i più antichi e stabili del paese, e che secondo le analisi di economisti come Richard Eckaus e Stefano Fenoaltea esisteva da prima ancora del Risorgimento, non è stato lo stesso per tutto il Novecento. Quello relativo alla crescita economica tra le due parti del paese aumentò in modo sempre più netto dall’Unità d’Italia fino alla fine della Seconda guerra mondiale, a causa di una più intensa industrializzazione dei territori del Nord-ovest. Nel cosiddetto triangolo industriale, formato da Torino, Milano e Genova, erano nate nei primi vent’anni del secolo grandi aziende come la Fiat, l’Alfa Romeo e la Lancia, così come altre aziende attive nel settore siderurgico, elettrico e tessile.

Fino alla fine della Seconda guerra mondiale la crescita del Pil nelle aree del Sud fu nel complesso dell’1,1 per cento annuo, mentre nelle altre aree del paese fu dell’1,8. E negli anni del fascismo, per scelte conservative pensate per tutelare gli stabilimenti industriali esistenti, il divario era stato ancora più ampio: al Sud il tasso di crescita era stato dello 0,5 per cento annuo, mentre le aree settentrionali erano arrivate in media quasi al 2 per cento.

Ci fu tuttavia nel corso del Novecento un periodo di convergenza economica tra Nord e Sud Italia, l’unico nella storia del paese, in cui certe espressioni abitualmente associate all’economia del Sud – «stagnazione», per esempio – sarebbero state del tutto inadatte. Fu il ventennio tra l’inizio degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Settanta, caratterizzato da un esteso sviluppo industriale anche nei territori meridionali e da una consistente riduzione del divario nel Pil pro capite. Nel 1951, all’inizio della ripresa economica nel dopoguerra, il Pil pro capite del Sud era il 52,7 per cento di quello del Nord. 22 anni dopo, nel 1973, era il 60,3 per cento: in meno di un quarto di secolo il Pil del Sud era cresciuto più che in tutto il secolo precedente.

Quella fase del Novecento, contraddistinta da cambiamenti strutturali dell’economia e da cospicui investimenti pubblici e privati, fu definita a posteriori «miracolo economico italiano». Ma l’aspetto a volte trascurato di quel periodo è proprio che la crescita del Sud fu maggiore di quella del Nord: in media il 5,8 per cento annuo contro il 4,3 per cento, dal 1951 al 1973. E il dato altrettanto sorprendente è che la differenza nei ritmi di crescita emerse durante un ciclo economico espansivo: una condizione in cui di solito i divari esistenti tendono ad ampliarsi anziché ridursi.

All’aumento del Pil pro capite al Sud contribuì indirettamente una redistribuzione della popolazione determinata dalla migrazione di molte persone al Nord, perlopiù impiegate nell’agricoltura. Ma contribuì soprattutto una serie di investimenti pubblici senza precedenti, culminata nell’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno con la legge 646 del 10 agosto 1950. Insieme alla riforma agraria approvata in quello stesso anno, che attuò la distribuzione delle terre dei latifondi ai braccianti agricoli, fu uno dei più influenti provvedimenti del dopoguerra, ideato e promosso dall’economista Pasquale Saraceno e da altri ricercatori della Svimez, l’Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno, fondata nel 1946.

Molte iniziative rese possibili dalla Cassa per il Mezzogiorno ebbero ripercussioni a lungo termine, prima ancora che sullo sviluppo economico e sociale del paese, sul piano delle infrastrutture. Precedenti investimenti – alcuni in parte ricavati dal piano Marshall, il programma statunitense di finanziamento della ripresa economica in Europa dopo la Seconda guerra mondiale – avevano permesso alla fine degli anni Quaranta di ricostruire la rete ferroviaria esistente, danneggiata dalle guerre. Ma per l’espansione della rete autostradale furono gli investimenti degli anni Cinquanta a segnare un prima e un dopo. Nel 1956 furono avviati i lavori dell’Autostrada del Sole tra Milano e Napoli, che sarebbe diventata l’asse principale della rete italiana. L’ammodernamento delle infrastrutture al Sud, insieme alle opere di bonifica e alla costruzione di acquedotti e di impianti di irrigazione, costituì una condizione indispensabile per il successivo sviluppo industriale realizzato attraverso la Cassa per il Mezzogiorno.

La Cassa fu concepita come un ente pubblico autonomo, finanziato con 1.280 miliardi di lire da distribuire nei dodici anni tra il 1951 e il 1962. Gli investimenti iniziali portarono alla realizzazione dei primi impianti di industria siderurgica, chimica e petrolchimica al Sud: la Montecatini a Brindisi, l’Eni a Gela e l’Italsider a Taranto. Una seconda parte degli investimenti, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, portò alla costruzione dell’Alfa Romeo a Pomigliano, di altri impianti della Fiat in diverse regioni e di stabilimenti vari nei settori della meccanica e dell’elettronica.

Quel periodo eccezionale, l’unico nella storia dell’Italia unita in cui gli investimenti industriali al Sud – in termini di spesa media per abitante – superarono quelli del Centro-nord, finì a causa di molteplici fattori. Tra questi il mutato contesto internazionale e la minore disponibilità degli enti finanziatori a concedere prestiti, la crisi del petrolio del 1973 e la conseguente razionalizzazione delle capacità produttive esistenti, e infine la mancanza di politiche meridionaliste e unitarie. Dopo vent’anni in cui si era ridotto, il divario tra Nord e Sud ricominciò ad aumentare e tornò a essere un tratto distintivo dell’economia del paese, fino alla fine del secolo e oltre.

È in quello stesso periodo che il modello delle piccole e medie imprese acquisì centralità e rilevanza, affermandosi in regioni del Centro-nord che in precedenza erano state prevalentemente agricole (Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, e poi anche Umbria, Marche e Abruzzo). Il successo di quel modello derivò in parte dalla maggiore capacità delle piccole e medie imprese di reggere la concorrenza nei mercati mondiali. E in parte fu un effetto delle politiche di decentramento produttivo adottate dalle grandi aziende per ridurre il costo del lavoro, a fronte di condizioni che erano molto cambiate: sia per la crisi della domanda, sia per il maggiore potere contrattuale acquisito dalla classe lavoratrice tramite le rivendicazioni salariali e i movimenti sindacali tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta. A queste mutate condizioni la grande industria reagì affidando fasi del processo produttivo ad aziende più piccole, che erano in grado di decidere con più rapidità ed elasticità, e in base alle circostanze, l’aumento dell’orario di lavoro, la riduzione dei salari e i licenziamenti, anche perché soggette a una ridotta influenza dei sindacati.

All’inizio degli anni Settanta, parallelamente al decentramento produttivo e a un profondo cambiamento negli stili di vita, aumentò l’occupazione nel terziario e diminuì il lavoro in fabbrica, la cui espansione tra gli anni Venti e gli anni Settanta aveva invece provocato una costante riduzione del lavoro in agricoltura. L’occupazione manifatturiera in Italia nel ventennio che va dal 1970 al 1990, contraddistinto da una progressiva deindustrializzazione, passò dal 27,3 al 21,8 per cento. A sostenere la produzione furono soprattutto piccole e medie imprese, appunto, integrate nel territorio e organizzate in distretti industriali: distretti specializzati in produzioni settoriali – perlopiù di tessuti, calzature, mobili, abbigliamento e macchine utensili – che si fondavano su tradizioni secolari.

Il miracolo economico e poi la sua fine segnarono altre trasformazioni significative sul piano sociale e demografico. Nel quinquennio che va dal 1958 al 1963, in cui la crescita del Pil nazionale fu del 6,3 per cento annuo, beni di consumo durevoli come mobili, macchine ed elettrodomestici diventarono accessibili non soltanto per il ceto medio ma anche per ampie parti del ceto popolare. Nei primi anni dopo la Seconda guerra mondiale, invece, oltre 6 milioni dei circa 46...



Ihre Fragen, Wünsche oder Anmerkungen
Vorname*
Nachname*
Ihre E-Mail-Adresse*
Kundennr.
Ihre Nachricht*
Lediglich mit * gekennzeichnete Felder sind Pflichtfelder.
Wenn Sie die im Kontaktformular eingegebenen Daten durch Klick auf den nachfolgenden Button übersenden, erklären Sie sich damit einverstanden, dass wir Ihr Angaben für die Beantwortung Ihrer Anfrage verwenden. Selbstverständlich werden Ihre Daten vertraulich behandelt und nicht an Dritte weitergegeben. Sie können der Verwendung Ihrer Daten jederzeit widersprechen. Das Datenhandling bei Sack Fachmedien erklären wir Ihnen in unserer Datenschutzerklärung.