Olov Enquist | Il libro delle parabole | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 234, 224 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Olov Enquist Il libro delle parabole


1. Auflage 2014
ISBN: 978-88-7091-389-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 234, 224 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-389-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Aveva promesso di non raccontarlo mai a nessuno, allora era solo un ragazzino, ma adesso, giunto sulla riva del fiume che ha già chiamato tanti amici all'altra sponda, incalzato dalle domande rimaste senza risposta, Enquist capisce che quella donna incontrata nell'estate del 1949 è il cuore del romanzo che non è mai riuscito a scrivere. Un romanzo d'amore. Che cos'è l'amore? Un'estasi dello spirito e del corpo, quel corpo negato dalla fede severa della sua infanzia e la cui scoperta improvvisa è stata un'esperienza mistica, rivoluzionaria, l'inizio di una ricerca più alta e tormentata di libertà che lo ha accompagnato per tutta la vita, tra l'angoscia del peccato, il richiamo della perdizione e il fascino per quella ribellione assoluta che è la follia. Di qui il bisogno di ritrovare i modelli che hanno 'marchiato a fuoco' la sua esistenza e raccontarli in nove parabole, fulminanti, crude e senza veli come è concesso alla poesia biblica: il mistero del taccuino del padre mai conosciuto che conteneva solo versi d'amore, la zia eroica che in punto di morte ha osato rinnegare il Dio che non l'ha mai ascoltata, la bisnonna che per 34 anni ha scritto sui muri il suo dolore e che quando le hanno tolto la penna ha continuato con un chiodo. E quella sconosciuta gentile e sola che nel lontano 1949 gli ha aperto le porte della stanza più intima, dove i segreti proibiti dell'amore si intrecciano a quelli dell'immaginazione, convertendolo alla religione della vita e della scrittura.

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*

Fugge, tirando su col naso in modo irritante: come un cane che fiuta il proprio odore, e si spaventa.

È necessario scriverlo. Non ha paura della morte. Ma la via per arrivarci lo terrorizza.

fu la parola che provò, poteva creare varchi nel progetto, perché urgeva, ormai, era un’altra parola, non sapeva quanti anni gli restassero. Poteva leggere la risposta negli occhi degli amici morenti, sembrava quasi che prima di morire gli occhi si inumidissero e che quelli destinati a scomparire presto, forse , lo osservassero con sguardi supplichevoli, come se implorassero da lui qualcosa. Gli ricordavano il giovane Siklund, che era venuto a trovarlo nel 1974, prima di diventare pazzo e crepare. Ricordava i suoi occhi, rivelatori e folli; poi però Siklund si era redento, e il gatto era risorto, e questo Siklund, impastando la sua morte in una parabola biblica, era quasi riuscito a fargli recuperare per qualche giorno la fede che aveva perso con gli studi.

Il gatto!

Si bloccò quasi subito. Non c’era qualche piccolo misfatto con cui ritardare il tempo? Preso dall’infanzia. Poteva scriversi brevi letterine meditative, o forse piuttosto meditabonde. I bigliettini lasciati dal padre sembravano parlare della morte, dell’amore e magari della vita eterna. «Non è forse questa vita eterna così enigmatica come la presente?»1 Doveva essere una citazione, copiata. Era inverosimile che si esprimesse così. Quanto a lui, non aveva nessun ricordo. Il discorso alla Sala della comunità doveva contenere dei ricordi. Poteva cominciare con qualcosa che aveva tenuto nascosto, però innocuo. Come quel che doveva essere accaduto durante la guerra, l’estate del 1940, in luglio, quando aveva messo il gatto su una zattera di legno e l’aveva lasciato andare alla deriva verso una morte sicuramente terribile.

O la morte e resurrezione dell’amico Håkan sul lago Bursjön!

Controllati! continua a bisbigliare. Non essere ridicolo! Una cosa alla volta! C’erano piccoli peccati che andava bene avere sottomano in caso di nervosismo. Il gatto, per esempio. Si poteva tenerlo di riserva. Poi c’era quello che non era stato tenuto di riserva, le risposte sulla morte, e ora urgeva, tutti gli amici vacillavano gemendo sulla riva del fiume. E gli ricordavano che non era in grado di scrivere quel romanzo d’amore.

Raccogliere le forze! Ripensò all’incontro in una biblioteca di Södertälje. Al momento delle domande si era alzata una donna, a proposito di un passaggio erotico nel romanzo storico di cui aveva appena letto qualche pagina, dove aveva nascosto così bene le sue esperienze da non essere stato scoperto; i romanzi storici erano la risorsa migliore, se diventava nervoso e voleva dissimulare. Mentre leggeva quel passo, aveva candidamente confessato la donna, aveva provato di colpo in tutto il corpo, e nel bassoventre, che non aveva mai provato leggendo. E voleva ringraziarlo! Forse aveva usato l’espressione . Un mormorio era corso nel pubblico, perché dopo il suo intervento la donna si era seduta a fatica e quasi scricchiolando. E quello che aveva detto era davvero bello. Ma soprattutto era molto vecchia, l’avevano visto tutti! forse novant’anni, se non di più! E confessava di provare ancora desiderio!

Ma aveva osato! – e a lui erano venute d’un tratto le lacrime agli occhi solo perché era così vecchia – aveva avuto il coraggio di alzarsi davanti a tutti e parlare di desiderio. E in un certo senso l’aveva riconosciuta, anche se no.

Ma non era finita lì. Dopo gli si era avvicinata, a fatica perché zoppicava un po’, e allora lui le aveva chiesto, ci siamo per caso già incontrati? No, aveva risposto lei secca, come spaventata a morte, e si era girata di scatto per poi andarsene arrancando.

Ma poteva parlarne nel discorso alla Sala della comunità? Impossibile!

Era quello tirare le somme? Solo tante piccole sciocchezze e poi all’improvviso, come un colpo di mazza! La porta si spalanca! I cancelli!

E qualcuno aveva gridato:

Aveva (sic! parole sue! ipocrisia!) fino a tardi, la sera del 27 febbraio 2011 e dopo un sonno agitato si era svegliato verso le quattro e aveva deciso di portare a termine il progetto, sì, ma di non farlo mai uscire .

Che sollievo! Solo per i nipoti!

Perfettamente immobili tra gli alberi, gli amici, quella mandria morente. Lo sorvegliavano. Erano sette alberi che si accalcavano fuori dalla finestra, come una piccola mandria di buoi, uguali a se stessi, come il giorno prima, come l’anno prima. Aveva cercato di abbozzarli, per riprendere la sua vita illustrativa, ma gli alberi rimanevano sempre uguali, giorno dopo giorno. Finì per intuire che sarebbe stato così finché non fossero morti. , annotò nel Quaderno di lavoro, Il cane allora aveva sollevato la testa e l’aveva guardato con un’espressione triste o impaziente. Poi la testa del cane era ricaduta, apparentemente in un sonno profondo.

Che sogni fanno, i cani? E davvero sarebbero saliti in cielo anche loro, alla seconda venuta di Cristo?

Si era sempre chiesto se ci fosse una vita eterna anche per i cani, e se avrebbe potuto portare il suo con sé oltre il confine. La morte l’immaginava come un’esistenza con il suo cane al fianco, anche dopo aver raggiunto l’altra riva del fiume.

Sarebbe stato il progetto conclusivo.

Pensava molto alla morte, ma si consolava che sicuramente era dovuto al fatto che pareva che tutti i suoi amici stessero morendo. O avevano già terminato la loro vita, lasciando distrattamente i corpi sulla riva del fiume, come se non fosse ancora tutto finito, concluso, compiuto.

Il progetto che era ormai costretto a portare a termine era una del discorso per la Madre quando era morta, che in quella versione corretta e attualizzata (arrivo presto! aspettami! porto anche il cane!) avrebbe descritto il meccanismo di quell’esitazione a fare il passo, ma senza l’allegra chiarezza e la decisione della prima versione. Non era suo diritto non essere chiaro? Avrebbe forse potuto diventare l’ di Sibelius! che quel vecchio ubriacone finlandese! che ammirava tanto! non era mai riuscito a finire!

Anzi, non l’ di Sibelius, questa volta, solo la sua, inudibile e invisibile agli altri.

Quello che lo infastidiva nella morte ritardata degli amici era che alcuni di loro all’inizio le si erano , ma poi avevano esitato, sospeso il passo, per esempio dopo una grave emorragia cerebrale; come se quella morte risoluta e coraggiosa fosse nel loro caso troppo affrettata.

Spesso gli amici erano difficili da decifrare. C’era qualcosa di vagamente lustro o luccicante nei loro occhi quando, nelle sue visite, il martedì e il venerdì, vi leggeva le loro suppliche biascicate. Avevano gli occhi che luccicavano e imploravano: tira le somme! Negli ultimi mesi erano arrivati a sette, ormai erano una piccola mandria, presto se ne sarebbero sicuramente aggiunti altri tre, una sorta di boschetto in attesa di essere abbattuto, ecco. Era sempre sorridente e ottimista per nascondere la sua impotenza e il suo terrore al loro temporaneo addio.

Ma come lo guardavano! Come se volessero chiedergli qualcosa. Sulla morte, probabilmente. O sulla vita ben presto esaurita. Come se fosse un esperto, o almeno un consigliere. Che faccia tosta!

In fondo in passato avevano ascoltato i suoi consigli. Quindi perché non ora? Ma non poteva certo consigliare loro di fare quell’ultimo passo. Non poteva dire Altrimenti lo faccio io!

Sarebbe stato disumano, e forse anche assurdo.

La sera prima aveva lavorato al suo trattato sulla storia d’amore del re Cristiano IV di Danimarca con Kirsten.

Gli era rimasta dentro, quella strana storia dell’amore di Cristiano per una donna che dice di odiarlo, e quindi – era quel che era troppo ingenuo per capire! – l’aveva spronato col ferro rovente, come Lisbeth! verso l’annientamento.

Però qualcosa, con gesti misurati e sorrisi sereni, e con consapevolezze del tutto inutilizzabili, qualcosa doveva pur fare.

Sapeva che il testo, quello che lui chiamava (come per l’!) sotto la superficie apparentemente corretta doveva contenere , una sorta di risposta alla richiesta ingenua e quasi aggressiva dei loro occhi lucidi e confusi. Che mettendo per iscritto la vita spaventosa del re danese avrebbe potuto rispondere alla loro domanda, semplicemente sul



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