Olov Enquist | Il libro di Blanche e Marie | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 145, 256 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Olov Enquist Il libro di Blanche e Marie


1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-253-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 145, 256 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-253-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Albori del Novecento, Parigi, un crinale storico, artistico e scientifico di portata rivoluzionaria. Marie Curie e la sua assistente, Blanche Wittman, un tempo paziente prediletta del celebre dottor Charcot, stanno terminando la ricerca che porterà alla scoperta del radio. Profili di una galleria straordinaria di interpreti e testimoni: August Strindberg e Sigmund Freud, ancora studente, spettatori delle teatralizzazioni che Charcot dirigeva per le sue tesi, Pierre Curie, già Nobel per la fisica, Einstein e Paul Langevin, che diventerà l'amante di Marie, ma anche i cafè di Montmartre che celebravano in quegli anni la 'Danse des fous' di Jane Avril, un tempo come Blanche internata alla Salpêtrière e ora musa di Toulouse Lautrec. Il libro delle domande che Blanche scrive altro non è che un interrogarsi sconvolgente sulla natura profonda dell'amore, sulle connessioni che legano arte, scienza, rivelazione e vita.

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II



1.

Nel Blanche la chiama il Coniglio. Potrebbe essere un’allusione spregiativa alla licenziosità sessuale.

Il Coniglio forse è irrilevante.

Ma se è importante per Blanche, allora è importante.

Nella galleria di personaggi del all’inizio figurano solo tre donne. Blanche, Marie e il Coniglio. Poi arriverà Hertha Ayrton, ma solo alla fine. E Blanche non la incontrò mai di persona.

Il Coniglio?

In un primo momento mi sono detto che avevano tutte paura, ed erano un po’ infantili, che avevano paura di non riuscire a sopportare l’amore. Ma di sicuro mi sbagliavo. Non era paura, era innocenza in mezzo al fango, quell’innocenza che alla fine fa alzare un essere umano sulle proprie gambe e camminare.

A volte nel all’improvviso si ha l’impressione che Blanche si fermi, qualcosa s’inceppa, si immagina che levi gli occhi dalla sua cassetta e guardi fuori dalla finestra, verso gli alberi e le foglie, come se là dietro si nascondesse la riva di un fiume, o forse guarda la coperta che le avvolge i moncherini, la fronte corrucciata, con quell’espressione innocente e sorpresa sul volto ancora bello, di una bellezza infantile, e ogni volta scrive .

Ci si fa l’abitudine, ha finito addirittura per piacermi. Vuole farci capire, ma ha un po’ di paura, non vede perché non riusciamo a capire! perché siamo così ottusi! E d’un tratto prende quell’espressione di innocenza e di timidezza; come se chiedesse il permesso di continuare, o qualcosa del genere.

È sicuramente per questo. Si scrive così solo quando non si osa fino in fondo, o quando si varca un limite per disperazione. Sulle seimila internate dell’ospedale Salpêtrière non si sa niente di preciso, ma erano lì, intorno a lei. : c’è un sottofondo di paura infantile, gioioso e un po’ disperato, lo riconosco.

Non è difficile capire perché le mani e le braccia di Blanche siano state colpite dalle radiazioni.

Ma il piede? E poi la gamba?

Forse c’era qualcos’altro. Quante cose si nascondono in Blanche dietro a questa espressione: .

Prima Blanche, dunque. Poi Jane Avril, che in realtà si chiamava Jeanne Louise Beaudon.

Ha un ruolo molto limitato nella storia di Blanche, Marie e il professor Charcot, ma un pomeriggio di giugno (nel non si specifica l’anno; si può però supporre che fosse il 1906)andò inaspettatamente a trovare Blanche. È la prima di due visite.

La seconda avverrà il mese prima della morte di Blanche. Marie, Blanche e Jane, le tre donne sono in terrazza. Gli alberi. Le foglie.

È l’incontro più bello, tutto diverso dal primo, è il vero punto di partenza, o il punto da cui è possibile raccontare la storia.

Si spera sempre che ci sia un punto così, nella vita di ognuno. È per questo che andiamo avanti.

Il primo incontro si svolge nel mezzo della serie di amputazioni – a Blanche hanno tolto un braccio e un piede ma può ancora camminare con le stampelle – e Jane è gentile e imperturbabile. Cos’ha provocato la visita di Jane, e come ha saputo delle mie condizioni? s’intitola il capitolo del .

Aveva portato del pane fresco alle uvette e noci d’Abissinia (?) aromatizzato al rosmarino, e aveva detto di volerlo dividere con Blanche, come gesto di amicizia, insieme a un bicchiere di vino, parlando di vecchi ricordi.

Si era guardata intorno, come se solo allora si rendesse conto di dove si trovava. Aveva notato alcuni strumenti di lavoro di Marie, storte e beute, si era avvicinata alla scrivania e chinata sugli appunti di formule chimiche, constatando seccamente che .

“Hai amici importanti”, aveva detto. “Sei arrivata in alto.”

Arrivato in alto? Blanche non è ancora nella sua cassetta di legno, ma la cassetta è già pronta, è di fianco al letto, suvvia!

Gli abiti di Jane sono .

È la parola utilizzata. Aveva l’età delle ragazzine tormentate, truccate ma pazienti. Blanche scrive che non sapeva come interpretare quel gesto curioso del pane. Inizia quindi a parlare quasi in preda al panico, , dei grandi successi di Jane al Moulin Rouge, e della celebrità che aveva ottenuto grazie ai manifesti del pittore Toulouse-Lautrec, dove Jane ha un ruolo affascinante e dominante; Jane la interrompe bruscamente ma con gentilezza, e dice, in tono quasi solenne:

“Blanche, come va?”

“Lo vedi da te.”

“Non si è mai riusciti a vederlo”, aveva risposto Jane dopo qualche secondo di silenzio. “Hai sempre avuto una forza spaventosa, ho sempre avuto paura di te. Eri così incredibilmente forte, tutti avevano paura di te, lo sai? Charcot mi faceva pena, tanto aveva paura di te.”

“Ora basta”, aveva bisbigliato Blanche.

Jane si sedette su una sedia, in silenzio. I minuti passavano.

Poi prese a parlare quasi in un soffio.

Voleva parlare della Salpêtrière che non era solo l’inferno, era qualcos’altro, qualcosa di molto prezioso. Usa proprio la parola prezioso. Aveva perso quel qualcosa di prezioso, un ricordo che cercava di richiamare alla mente, , qualcosa del genere, , a tratti la sua voce quasi spariva.

“Ho dimenticato. Non ci riesco più. Per favore Blanche, ti prego, .”

Allora Blanche chiede, stupita dalla strana espressione:

“Un ricordo?”

“Com’era.”

“Restituirtelo?”

“Sì”, bisbigliò allora Jane con la stessa disperazione mite e insistente, secondo il . “L’ho perso.”

“Qual è questo ricordo?” aveva chiesto Blanche, posando il pezzo di pane che le era stato dato, .

“Quando danzavo. E credevo che si potesse ricominciare tutto da capo.”

“L’hai dimenticato?”

“Se no perché te lo chiederei”, rispose Jane.

Seguì un lungo silenzio, Blanche scrive che si sentiva più calma, non più presa alla sprovvista, si era stretta la coperta attorno al corpo amputato, .

“No, non me lo ricordo”, disse Blanche. “E se non te lo ricordi tu, razza di cagnetta, come potrei farlo io?”

L’espressione “razza di cagnetta” giunge inaspettata.

“!!!” aveva esclamato Jane, fingendo di non aver sentito il pesante insulto, come se non ci fosse stata nessuna interruzione, o come se non contasse,

Qui si chiude quel capitolo del .

Se la conversazione è riportata fedelmente, risulta piuttosto strana. Non ci si esprime così, , come scrive in un altro punto. E quell’odio improvviso. Non quadra. In seguito, poco prima della morte di Blanche nel 1913, si sarebbero incontrate un’altra volta, in presenza di Marie Curie.

In quella occasione nient’altro che calma, tristezza e calore.

Qui invece più nulla sul pane, sul ricordo di un istante perduto, sulla “Danza dei folli”, sull’esibizione cui Blanche doveva aver assistito ma che ora era solo , come se si potessero amputare i ricordi, un ricordo fantasma, senza dolore, come gli arti amputati di Blanche, ma un ricordo che avrebbe potuto essere recuperato, come un reperto della storia: e allora in fondo niente era perduto, e privo di senso e contenuto.

2.

Jane Avril era il suo nome d’arte.

Era nata come Jeanne Louise Beaudon il 9 giugno 1868 in un villaggio chiamato Belleville, in realtà un sobborgo di Parigi; sua madre era una prostituta. Belleville sorge su un pianoro talmente alto e ripido che è quasi difficile considerarlo parte di Parigi: si sarebbe in seguito costruita una funicolare per facilitare il collegamento con . La madre iniziò la carriera di prostituta a quattordici anni e la abbandonò a trentuno, quando era diventata troppo grassa. Poi si mise a leggere il futuro nei fondi di caffè. Si definiva modista. “Mia madre era una parigina molto bella, brillante e celebrata ai tempi del Secondo impero”, scrive Jane nelle sue memorie pubblicate negli anni Trenta, e lascia intendere che suo padre fosse un conte italiano, cosa che si può sempre dire, nella maggior parte dei casi è pure possibile, , ma potrebbe anche, più verosimilmente, essere stato un contadino locale di nome Fant. È per questo che la madre...



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