E-Book, Italienisch, Band 100, 416 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
Olov Enquist Il Medico di corte
1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-250-0
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, Band 100, 416 Seiten
Reihe: Gli Iperborei
ISBN: 978-88-7091-250-0
Verlag: Iperborea
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Una serie bizarra e curiosa di eventi porta Johann Friedrich Struensee, giovane medico tedesco, idealista, impregnato di idee illuministe, ad accettare l'incarico di medico personale, e poi di Primo Ministro, del re di Danimarca Cristiano VII. È il 1768: per quattro anni la Danimarca conosce una rivoluzione che anticipa, senza terrore, le conquiste della rivoluzione francese. Dalla libertà di pensiero, di stampa, di culto, fino al progetto di eliminazione della servitù della gleba: in seicentotrentadue decreti Struensee, intellettuale ignaro dei giochi della politica, firma la propria condanna, aprendo la strada a quella reazione che Guldberg, pietista assillato dalla missione di salvare la Danimarca, non farà che pilotare.
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Capitolo 2
L’INVULNERABILE
1.
Il precettore svizzero era magro, curvo di spalle, e sognava l’Illuminismo come un’alba serena e meravigliosa; all’inizio impercettibile, poi si sarebbe levata e sarebbe sorto il giorno.
Così lo immaginava. Un processo dolce, tranquillo, senza resistenze. Così avrebbe dovuto essere.
Si chiamava François Reverdil. Era lui nel cortile del castello.
Reverdil aveva tenuto Cristiano per mano perché aveva dimenticato l’etichetta, e aveva semplicemente provato compassione per le lacrime del ragazzo.
Era per questo che erano rimasti immobili, nel cortile del castello, sulla neve, dopo che Cristiano aveva ricevuto la benedizione.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, al balcone del palazzo, Cristiano fu dichiarato re di Danimarca. Reverdil era al suo fianco, appena un po’ arretrato. Non era stato apprezzato il fatto che il nuovo re avesse salutato con la mano, ridendo.
Era parso inopportuno. Ma non fu data alcuna spiegazione del comportamento del re. Assunto nel 1760 come precettore dell’allora undicenne principe ereditario Cristiano, il professore svizzero François Reverdil era riuscito a nascondere a lungo la sua origine ebrea. I suoi altri due nomi – Elie e Salomon – non erano stati trascritti nel contratto.
Quella precauzione era sicuramente inutile. Da oltre dieci anni a Copenaghen non si erano verificati pogrom.
Nemmeno fu menzionato il fatto che Reverdil fosse un illuminista. A suo parere era un’informazione inutile, se non dannosa. Le sue opinioni politiche erano una faccenda privata.
La prudenza era il suo principio base.
Le sue prime impressioni del ragazzo furono molto positive.
Cristiano era “incantevole”. Era gracile, piccolo di statura, quasi effeminato, ma il suo comportamento e il suo spirito erano affascinanti. Aveva un’intelligenza pronta, si muoveva con naturalezza ed eleganza e parlava correntemente tre lingue: il danese, il tedesco e il francese.
Già dopo qualche settimana l’immagine si fece più complessa. Il ragazzo pareva essersi rapidamente affezionato a Reverdil; dopo un mese diceva che “non gli ispirava la minima paura”. Quando Reverdil aveva riflettuto sulla sconcertante parola “paura”, aveva creduto di capire che la paura era lo stato naturale del ragazzo.
Con il passare del tempo, l’aggettivo “incantevole” non fu più sufficiente per definire l’intera immagine di Cristiano.
Durante le passeggiate obbligatorie, fatte a scopo terapeutico per rinvigorirne il corpo, senza che altri fossero presenti, il principe undicenne esprimeva sensazioni e giudizi che Reverdil trovava sempre più spaventosi. Pronunciati oltretutto in un gergo curioso. Così il desiderio di diventare “forte” o “duro”, che Cristiano ripeteva in modo maniacale, non denotava affatto la volontà di sviluppare una costituzione fisica robusta; il principe intendeva qualcos’altro. Voleva fare “progressi”, ma nemmeno questo concetto poteva essere interpretato in modo razionale. Il suo linguaggio sembrava consistere di un gran numero di parole create secondo un codice segreto, impossibile da decifrare per un estraneo. Questo idioma cifrato non era mai impiegato nelle conversazioni tenute alla presenza di una terza persona, o della Corte. Ma, a tu per tu con Reverdil, assumeva una frequenza quasi maniacale.
I termini più singolari erano “carne”, “cannibale” e “punizione”, usati senza un senso preciso. Alcune espressioni divennero tuttavia presto comprensibili.
Quando ritornavano allo studio dopo la passeggiata, capitava che il ragazzo dicesse che stavano andando verso un “duro esame” oppure “ un severo interrogatorio”. In termini giuridici danesi, queste espressioni erano sinonimi di “tortura”, pratica a quel tempo non solo consentita, ma anche largamente applicata. Scherzosamente Reverdil aveva chiesto un giorno al ragazzo se si immaginava tormentato con pinzette e altre tenaglie.
Il ragazzo aveva risposto sorpreso di sì.
Era naturale.
Solo dopo un certo tempo Reverdil aveva capito che tale espressione non era una parola in codice che nascondeva un qualche segreto, era semplicemente un’informazione oggettiva.
Lo torturavano. Era normale.
2.
Compito del precettore era formare un despota di Danimarca dai poteri illimitati.
Non era tuttavia solo in quella mansione.
Quando Reverdil assunse le sue funzioni, erano passati esattamente cent’anni dal rovesciamento del 1660, che aveva notevolmente diminuito il potere della nobiltà e restituito al re la sovranità assoluta. Reverdil inculcò al principe anche l’importanza della sua posizione, che faceva di lui il detentore dell’avvenire del Paese. Tuttavia, per discrezione, tralasciò di parlare al giovane Cristiano del contesto generale: del declino del potere regale degli ultimi sovrani, e della degenerazione dei suoi predecessori, che avevano concesso i pieni poteri a una Corte che controllava ormai la sua stessa educazione, la sua istruzione, e il suo modo di pensare.
“Il ragazzo” – questo è il termine utilizzato da Reverdil – sembra aver provato solo inquietudine, avversione e disperazione per il suo futuro ruolo di re.
Il re era sovrano assoluto, ma il potere era totalmente esercitato dai funzionari. Tutti accettavano questa situazione. L’educazione, per quanto riguardava Cristiano, era adeguata a questo concetto. Dio aveva conferito il potere al re. Questi, a sua volta, non lo esercitava, ma lo delegava. Che il re non eserciti il suo potere non è cosa ovvia. La condizione necessaria era che fosse malato di mente, gravemente alcolizzato, oppure restio ad operare. Se non entrava in queste categorie, bisognava distruggere la sua volontà. L’apatia e la degenerazione del sovrano erano perciò sia innate, sia ottenute con un’appropriata educazione.
Essendo Cristiano dotato d’intelligenza, chi gli stava attorno aveva dedotto che era necessario ricorrere all’educazione per provocarne l’apatia. Reverdil descrive i metodi adottati col “ragazzo” come “una pedagogia sistematicamente tesa a conseguire incapacità e degenerazione, allo scopo di mantenere l’influenza dei veri detentori del potere.” Egli intuì ben presto che alla Corte di Danimarca, per raggiungere il risultato ottenuto con i sovrani precedenti, si era pronti a sacrificare la salute mentale del giovane principe.
L’obiettivo era far diventare questo bambino “un nuovo Federico”. Si voleva, scriverà più tardi nelle sue memorie, “creare attraverso la decadenza della monarchia un vuoto di potere che permettesse loro di esercitare impunemente il proprio. Non si prevedeva allora che in quel vuoto potesse giungere un giorno la visita di un medico di nome Struensee.”
È Reverdil ad usare l’espressione “la visita del medico”. Non vuol fare dell’ironia. Osserva piuttosto la distruzione del ragazzo con sguardo lucido, e con rabbia.
Della famiglia di Cristiano si sa solo che sua madre era morta quando lui aveva due anni, e che il padre l’aveva conosciuto unicamente attraverso la sua cattiva reputazione. L’uomo che aveva programmato e guidato la sua educazione, il conte Ditlev Reventlow, era una persona retta.
Reventlow aveva un carattere forte.
La sua convinzione era che l’educazione fosse “un addestramento che poteva assumersi anche il più stupido dei contadini, purché avesse in mano una buona frusta”. Per questa ragione il conte Reventlow aveva sempre in mano una frusta. Dava grande peso alla “sottomissione mentale” e al fatto che “l’autonomia doveva essere spezzata”.
Non aveva esitato ad adottare con il principe Cristiano questi metodi, che del resto non erano insoliti nell’educazione infantile del tempo. La sola singolarità, giudicata eccezionale dai contemporanei, era...




