Olov Enquist | Il viaggio di lewi | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, Band 126, 584 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Olov Enquist Il viaggio di lewi


1. Auflage 2010
ISBN: 978-88-7091-252-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 126, 584 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-252-4
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Il viaggio di Lewi è il cammino di una vita, la storia del 'più grande leader spirituale che la Svezia abbia mai avuto', un Pilgrim's Progress che attraversa il Novecento, gettando nuova luce sul processo che ha fatto di una nazione povera uno dei modelli più avanzati della modernità. Lewi Pethrus: chi era quel piccolo 'venditore ambulante del Västergötland', idealista senza grande educazione, attivo nei primi sindacati, che sogna di diventare scrittore e finisce predicatore, chiamato da Dio nella piccola comunità Filadelfia di Stoccolma, da cui fonderà il movimento Pentecostale svedese, trasformandolo in un 'impero'? E chi è Sven Lidman, poeta erotico, seduttore, arrivista, autore di romanzi ambientati in quell'alta società in cui è entrato di straforo, che trova nel movimento la salvezza dalla morte interiore, diventandone l'altra figura carismatica? I due 'gemelli di Dio', opposti e complementari, l'organizzatore e l'incantatore di folle, il costruttore e l'intellettuale, l'uomo dei diseredati e il poeta che rivoluziona la predicazione, due pianeti che fatalmente si avvicinano, attratti nelle reciproche orbite fino a un'inevitabile collusione. Non è mai per giudicare che Enquist sceglie per protagonisti i più controversi personaggi della storia, ma per cercare di capire la complessità umana e il presente, interrogando il passato: non c'è via d'uscita ai meccanismi del potere? È fatale che ogni grande ideale per diffondersi si trasformi in istituzione, che ogni movimento popolare diventi chiesa o partito, perdendo la fiamma interiore, l'anima rivoluzionaria? Qual è il legame tra illuminismo, socialismo e una fede religiosa che predica il battesimo dello Spirito, il parlare in lingue, le guarigioni miracolose, diffusa tra più di duecentocinquanta milioni di persone nel mondo? Ma non è un caso che i fatti vengano visti attraverso la testimonianza di un terzo personaggio: il mite Efraim. Scavando nelle radici, anche in Lewi e Sven Enquist riconosce se stesso, ma il suo cuore resta dalla parte degli esclusi dal potere, dei semplici che ci credono davvero, degli anonimi che non hanno voce e forse per questo 'parlano in lingue', e sulla cui tomba si può scrivere: 'Era umile, ma fece del suo meglio'.

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Prologo

IL CAMPO DI DIO

1.

Efraim Markström fu sepolto il 16 settembre 1982 a Christiansfeld, una cittadina dello Jutland meridionale vicino al confine con la Germania, paese dove per altro non era mai stato; il funerale fu organizzato dall’Unitas Fratrum, la comunità herrnhutiana di Christiansfeld*.

Fu così che venni a sapere che era diventato herrnhutiano. Avevo sempre creduto che fosse pentecostale. Forse alla fine era tornato ai suoi, in terra straniera, ritrovando solo al momento della morte la sua vera patria; aveva dunque vissuto tutta la vita nella diaspora, in un esilio spirituale, ma ora era tornato al luogo che davvero gli apparteneva, cosa che mi ha stranamente scosso, quasi ferito, perché avevo sempre creduto che Efraim avesse in ogni modo le sue radici nella parrocchia di Bureå, nel nord del Västerbotten, che era anche la mia vera patria.

Che cosa voleva dire allora vera? Si poteva chiederselo.

Forse in realtà era la diaspora la patria naturale degli herrnhutiani, la periferia era il loro centro sicuro, avevano permeato tutto il Novecento europeo come un sistema di sottilissimi vasi sanguigni.

Del resto, dov’erano i figli del Risveglio, se non nella diaspora?

Fui invitato a partecipare al funerale perché il defunto non aveva parenti; aveva lui stesso detto che potevo “essere considerato” un parente perché dopo tutto ero svedese “come lui”, e vivevo a Copenaghen, così le spese di viaggio non sarebbero state “onerose” per me.

Non lo vedevo da anni. Avevo quasi dimenticato.

La mattina dopo le esequie, il 17 settembre, uscii presto.

Il sole era appena sorto ed era basso sull’orizzonte. Durante il funerale aveva piovuto ed era tutto bagnato; andai al campo di Dio di Christiansfeld. È così che si chiamano i cimiteri degli herrnhutiani, a quanto ho saputo. L’idea è che l’essere umano viene seminato, cresce dritto come un filo d’erba, no, come una spiga, e poi viene mietuto e riportato alla terra; e così si ritrova di nuovo nel campo di Dio.

Il cimitero aveva un cancello, sul quale in effetti c’era scritto .

Fin dalla fine del 1700, è situato in fondo al viale Kirkegaard. Migliaia di lapidi orizzontali. Tra l’una e l’altra solo terra. Era un campo di terra non coltivata; da lì l’uomo veniva, e lì sarebbe tornato.

Qui erano sepolti gli herrnhutiani dell’Europa settentrionale dal 1773. Qui erano riuniti nel campo di Dio. Qui non cresceva erba. Tutte le lapidi erano perfettamente identiche. L’uomo tornato al campo di Dio non era né superiore né inferiore ai suoi simili. Nel campo di Dio le loro esistenze venivano contrassegnate da pietre identiche, rettangolari e orizzontali. Come nella casa di preghiera uomini e donne si disponevano su lati separati, anche qui gli uomini erano sepolti da un lato, le donne dall’altro, in file ordinate, a mezzo metro di distanza. Divisi da nuda terra.

Qui non c’erano tombe di proprietà. Niente tombe di famiglia, niente mogli accanto ai mariti. L’appartenenza terrena era stata sostituita dall’appartenenza a Cristo. Nessuna possibilità di conflitto sull’appartenenza della tomba dopo la morte.

Soli, alla fine. O meglio, come si era espresso Lewi nel suo ultimo discorso: Uno a uno. Davanti a Dio.

Su ogni lapide un’iscrizione: nome, luogo e data di nascita, luogo e data di morte, e un epitaffio. Efraim non aveva ancora una lapide, per ovvi motivi. Ma presto l’avrebbe avuta.

Il sole era così basso che le profonde incisioni delle epigrafi proiettavano ombre; anche le iscrizioni più antiche divennero improvvisamente visibili, non più cancellate dalla mano di Dio e della natura. Il giorno prima non ero riuscito a leggerne che poche, ora il sole quasi orizzontale del mattino rendeva chiare le lettere. Sarebbero rimaste così ancora qualche minuto, poi i nomi sarebbero scomparsi; per qualche minuto Dio aveva illuminato il suo campo per me, poi le loro vite sarebbero tornate nell’oblio della luce del giorno e i loro nomi di nuovo invisibili.

Un nome, la data di nascita e di morte, un epitaffio. Una devota fiducia diffusa ovunque. Solo ogni tanto un tono diverso.

“Era umile. Ma fece del suo meglio.”

Tutti quei nomi. Erano nati a Falun e a Viby e a Herrnhut e ad Amburgo e a Graz e a Hirtshals, era come un coro di voci che sussurravano nel sole obliquo del mattino nel campo di Dio di Christiansfeld, la cittadina che doveva il suo nome al piccolo re insignificante, e forse malato di mente, Cristiano VII di Danimarca, il cui medico di corte si chiamava Johann Friedrich Struensee. Il cui padre era pietista e herrnhutiano. Come il figlio. Che si era allontanato dalla fede ma forse l’aveva ritrovata. Credo. L’aveva ritrovata prima che la scure gli staccasse una mano e la testa e il suo corpo smembrato fosse gettato sul carro; lo stesso Struensee che nel novembre del 1771 aveva dato in concessione agli herrnhutiani la terra su cui avrebbero fondato quella comunità che ancora non esisteva.

Il sole obliquo di Dio ora illuminava il campo di Dio e di Struensee, rendendo visibili i nomi per pochi minuti. Erano venuti dall’est e dall’ovest, dal nord e dal sud, per radunarsi nel campo di Dio. Ora Efraim li aveva raggiunti; per pochi minuti, nel sole obliquo del mattino, sarebbero stati distinguibili, esseri umani tornati al campo di Dio: era come un coro di nomi e di voci, era la devozione dei pietisti radicali europei, senza sogni di chiese o imperi, cosa molto insolita, ormai quasi inesistente. Un grande, sommesso coro europeo di voci di esseri umili, ma che avevano fatto del loro meglio.

Perché Efraim aveva voluto farsi seppellire lì? Non lo capivo. E perché mi aveva invitato?

Fu sepolto nella chiesa dell’Unitas Fratrum di Christiansfeld, la più grande chiesa herrnhutiana dell’Europa settentrionale.

Anche la forma esteriore era tipicamente herrnhutiana. Mi ricordava qualcosa. Efraim doveva esserci stato da vivo, ricordo che in una conversazione aveva nominato Christiansfeld, soprattutto la chiesa, “quell’enorme casa di preghiera trasversale”. Quando sono entrato ho capito cosa intendeva. Era come girata, arredata nell’altro senso. La chiesa consisteva in un’unica grande sala, con il pulpito posto al centro di uno dei lati lunghi, e i banchi in dieci file, paralleli alla navata. Soffitto autoportante. Niente pilastri. Niente decorazioni, tutto in bianco e legno naturale, la cucina in una stanza dietro uno dei lati corti.

Naturalmente doveva esserci una cucina. Le case di preghiera e i luoghi di riunione delle chiese libere si distinguevano dai templi della Chiesa di Stato Luterana

perché avevano una cucina. Perché sempre una cucina? Voleva dire che si poteva preparare cibo per i fedeli.

Il movimento di Risveglio aveva la cucina. La Chiesa di Stato no. Era ovvio.

Dietro al pulpito c’era una lunga panca di legno dove sedevano gli anziani della comunità, rivolti verso i fedeli. Era come in Rörstrandsgatan, dove gli anziani del movimento Pentecostale guardavano gli altri. L’avevano copiato dagli herrnhutiani.

In alto i fratelli più autorevoli.

In basso il mare di donne.

Efraim Markström, nato a Gamla Fahlmark, parrocchia di Bureå, alto uno e ottantacinque, corporatura robusta, mani grandi, sepolto a Christiansfeld. Un lungo viaggio. Perché mi aveva convocato, dopo la sua morte?

Non c’era molto cui appigliarsi. Quando ero arrivato da Copenaghen, Efraim giaceva nella sua bara davanti alla porta della chiesa. C’era qualcosa di strano in tutta la storia.

Aveva iniziato a cadere una pioggerellina leggera, si sentiva il rumore sul tetto. I partecipanti al funerale (che forse non avevano mai conosciuto Efraim, anzi di sicuro, ma cosa sapevo in realtà di sicuro?) avevano preso posto secondo le regole. Gli uomini da una parte, le donne dall’altra, separati, come nel campo di Dio.

Mi sedetti in fondo, anch’io separato. Efraim mi aveva mandato una convocazione. Un messaggio scritto in una sorta di braille herrnhutiano, che ancora non ero riuscito a decifrare.

Fu intonato l’inno iniziale, lento e lamentoso.

Fin qui era tutto familiare. Era il tono degli inni cantati cinquant’anni fa nelle case di preghiera del Västerbotten, prima dell’avvento della moderna era teologica. E il ritmo! Quella lentezza con cui il dolore strascicato, quasi ululante, per il peccato, per la morte e la sofferenza vicaria di Gesù sulla croce, doveva già manifestarsi in quel tono lacrimoso, in quel prolungato gemito liturgico.

“”, cantavamo lamentosi. Ricordo bene l’indignazione con cui molti avevano reagito quando i nuovi cantori educati a Stoccolma si erano intromessi nelle funzioni del Västerbotten, accelerando il ritmo degli inni: quella nuova fretta, quasi blasfema! Quell’esecuzione quasi moderna del mistero dei riti! Forzata! Quella nuova interpretazione del tempo del dolore e della devozione, centralisticamente corretta ma odiata dai fedeli, che per anni si ostinarono, per protesta, ad arrancare dietro all’allegro ritmo di marcia imposto dall’organo.

Erano arrivati i tempi moderni, ma noi resistevamo.

La musica molto prima, poi le voci, come l’eco di un lamento. Come se la comunità si lasciasse trascinare riluttante dalle esigenze di un’epoca nuova, ma senza aver del tutto rinunciato alla...



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