Olov Enquist | Strindberg: una vita | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 2, 288 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

Olov Enquist Strindberg: una vita


1. Auflage 2011
ISBN: 978-88-7091-295-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 2, 288 Seiten

Reihe: Gli Iperborei

ISBN: 978-88-7091-295-1
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Enquist è scrittore che ama provocare: dalla scelta dei temi, scottanti problemi di storia o di attualità, a quella dei protagonisti, spesso grandi mistificatori o mostri, fino allo stile, secco e senza concessioni, vuole scuotere, suscitare reazioni, scardinare facili risposte acquisite. Come Sciascia, parte spesso da fatti reali per costruire la sua opera sul margine sottile che corre fra documenti e invenzione. Così il suo Strindberg: Una vita: non una biografia, ma un punto di vista personale, in cui l'autore fa gli inevitabili conti che ogni scrittore svedese si trova prima o poi a dover fare con l'ingombrante «padre», il «monumento nazionale», che fu però al centro di scandali e processi, osannato e insultato, ora in trionfo e ora bandito. Era una figura complessa e contraddittoria: misogino che ebbe tre mogli da cui fu amato e odiato con passione, socialista anarchico, ma affascinato da Nietzsche, mistico visionario, ma processato per vilipendio alla religione, pittore solitario e inquieto nomade, fotografo e alchimista, artista che visse in prima persona tutti i fermenti del suo tempo. La vita è raccontata per immagini, con l'immediatezza, l'efficacia e la facilità del linguaggio visivo. Si tratta, infatti, di un «romanzo televisivo», servito da sceneggiatura per una serie a puntate trasmessa sui teleschermi di mezza Europa. Enquist scrive di Strindberg come in un dramma di Strindberg, punta i riflettori sui lati nascosti e sceglie intenzionalmente episodi forti o ambigui ponendo al centro della scena non tanto l'artista, ma l'uomo del suo tempo, l'epoca da cui è scaturita la nostra, e l'uomo nella vita quotidiana, con i dubbi e le illusioni che fanno ogni giorno la nostra.

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IL PITTORE DELLA SOCIETÀ


All’inizio bianco: nulla. Soltanto una melodia che gocciola lenta, un clavicembalo, una canzone. . Molto bella, molto triste. Dal bianco emerge lentamente un personaggio: brevi tratti di matita su sfondo grigio, un volto. Un uomo che indossa cappotto e cappello. È inverno? Sì, sta nevicando. È un uomo che cammina sulla neve. Ecco, lo vediamo sempre più chiaramente, non c’è forse qualcosa di sorprendentemente familiare in quest’immagine? Ma certo, ora lo riconosciamo: è August Strindberg, nella sua ultima, celebre fotografia, quella che lo ritrae a passeggio per Drottninggatan, sotto la neve.

È vecchio, ormai. È un volto che ha incassato tanti colpi.

Risaltano gli occhi: spaventati, aggressivi e chiari. Sì, è un uomo che ha molto vissuto.

August Strindberg. Una vita.

Attraverso la neve, all’interno del teatro.

Siede in platea, che è quasi vuota. Sul palcoscenico stanno provando il .

Luogo: lo Svenska Teater, a Stoccolma.

Non è solo: al suo fianco siede il regista, il signor Castegren.

Castegren è un ometto nervoso, dai gesti ampi, incomprensibili, il volto contratto da tic. Tanta agitazione è dovuta probabilmente al timore che il grande Poeta non risulti soddisfatto.

“Signor Strindberg”, sussurra “non ci è stato possibile, purtroppo, purtroppo!... utilizzare le lanterne magiche di Dresda... e perciò... pertanto...” Strindberg tace, tormentato e osserva la scena con ostinazione. La figlia d’Indra vaga tra i figli del mondo, la vita è sozzura, tutto è sozzura. Strindberg tace, ma Castegren continua a sussurrare, nervosamente:

“Le piacciono le scene, signor Strindberg... È Grabow, il decoratore del nostro teatro, che ha tentato di rendere quest’atmosfera onirica... Ma si tratta di un dramma difficile, signor Strindberg, molto difficile...”

Intanto, sul palcoscenico, la prova procede con una certa fatica: l’Ufficiale: “Ma se mi hanno fatto un torto!”, la Madre: “Ti riferisci a quella volta in cui fosti punito ingiustamente per aver rubato una moneta che fu poi ritrovata?”. L’Ufficiale: “Sì! E quell’ingiustizia ha impresso una direzione sbagliata a tutta la mia vita”. Non suona molto bene.

Castegren lancia occhiate inquiete al suo fianco e mormora monotono:

“Difficile... un pezzo difficile...”

Strindberg trasalisce, poi dice a bassa voce, con un tono quasi ostile:

“Il figlio del mio più grande dolore, signor Castegren.”

“Senza dubbio, signor Strindberg, senza dubbio.”

Ma Strindberg pare non ascoltarlo nemmeno. Dice sottovoce, come rivolto a sé stesso:

“Sono giunto alla conclusione... che tutto questo non si sarebbe affatto dovuto rappresentare. È stata una presunzione. Un sacrilegio. È tutta... tutta la mia vita.”

“La sua vita, signor Strindberg?”

Ora, sulla scena, l’ufficiale è davanti ad una porta, su una quinta. La porta è di un colore verde pallido e sopra, ben visibile, vi fa spicco un quadrifoglio.

Castegren sudando freddo, sussurra:

“Abbiamo fatto esattamente come lei aveva detto, signor Strindberg, abbiamo messo un quadrifoglio sulla porta. Visto che era così importante.”

Tace, fissa Strindberg, poi si decide a domandare, quasi controvoglia:

“Perché era... così importante?”

Strindberg non risponde. Ma là, sulla scena, l’ufficiale dice:

“E questa porta io l’ho vista duemilacinquecento volte, senza riuscire a scoprire dove conduca! E quel quadrifoglio, dal quale dovrebbe entrare luce? C’è qualcuno lì dentro? Abita qualcuno lì? Quella porta... non mi dà requie. Cosa nasconde? Quella porta si deve aprire!”

Lentamente, quasi inconsciamente, Strindberg si alza. Il volto è teso, gli occhi sono puntati verso la porta con il quadrifoglio. Sussurra piano piano, quasi un sibilo tra le labbra serrate:

“No!”

E poi:

“La mia vita!”

Il quadrifoglio.

Ora pare crescere nell’obiettivo, e quando siamo passati attraverso il quadrifoglio, vediamo una stanza e diversi oggetti. Un tavolo, un candelabro, una sedia, un quadro, la parete, una lampada, un divano: sì, è una stanza, una casa. Ci troviamo verso la metà dell’Ottocento, la casa non è grande, ma è tenuta con cura. Vi si trovano tutti gli oggetti di uso corrente.

La macchina da presa fa una carrellata.

E, d’improvviso, ecco il volto di un bambino. Avrà forse tredici anni, i capelli scuri, gli occhi seri. Lentamente, cautamente, sta passando il dito su qualcosa. Il dito scorre su ogni dettaglio, piano piano, quasi come una carezza.

È un quadrifoglio. È collocato su una porta.

Dietro al ragazzino c’è un uomo, seduto a un tavolo. Il ragazzino si chiama August Strindberg. L’uomo è suo padre. Il dito scivola lungo quell’ornamento, come alla ricerca di un’irregolarità, o di un segreto. Che cosa starà mai cercando? Il padre ha il tavolo pieno di alambicchi di vetro; no, non tutto il tavolo: a destra c’è un libro di contabilità ed è su quello che il padre sta lavorando. Lentamente, meticolosamente, riempie la pagina con una lunga colonna di cifre. Le ampolle non le tocca nemmeno.

Che sia un chimico dilettante? Senza alzare lo sguardo dal libro di cassa, dice:

“Vai in camera dalla mamma, August.”

Il ragazzino non risponde. Si direbbe non abbia sentito o che forse non voglia sentire. Si avvicina al tavolo, sfiora con cautela una bacchetta di vetro, anzi no, non è una bacchetta, è un tubo. Contiene una polvere dorata, vagamente brillante. Scruta a fondo la polvere, perché è di polvere che si tratta, no?

“Vai dalla mamma” dice il padre. “Non hai sentito quel che ho detto?”

Il ragazzo domanda, quasi trattenendo il respiro:

“È... oro?”

Il padre continua a scrivere tranquillo, poi dice quasi meditabondo:

“August... NESSUNO può creare l’oro, tanto meno un chimico dilettante come me... oro... Santo cielo, non imparate proprio niente a scuola? Secondo me dovresti... dovresti fare un po’ più di ricerca nel tuo tempo libero. Ricerca. Gli scienziati saranno gli uomini”chiave del futuro. I nuovi re. Le esplorazioni... le scoperte, gli scienziati... ecco chi conterà in futuro. Come... come...”

Si interrompe. La penna immobile, lo sguardo fisso nel vuoto, come assorto in profonda meditazione. Poi aggiunge, quasi rivolto a se stesso:

“Gli eroi del Diciannovesimo secolo.”

Riprende a scrivere. August gli passa davanti in silenzio e si avvicina alla porta con il quadrifoglio. Tende la mano verso la maniglia. E sente la voce del padre, dietro di sé:

“Dovrai essere buono con la mamma adesso, perché non sta bene.”

Con cautela, il ragazzo apre la porta con il quadrifoglio.

Nel momento in cui apre la porta, lei si sveglia: pallida, emaciata, eppure ancora giovanile. Lo fissa per un attimo con uno sguardo violentemente turbato, poi le sovviene dove si trova, si alza a fatica, toglie la dentiera da un bicchiere pieno di acqua e sale e si china, nascondendo con una mano ciò che sta facendo.

Volta la schiena ad August. Si infila la dentiera con un movimento timido, rapido, quasi vergognandosene.

Si siede con cautela sul bordo del letto, lo guarda e gli dice, come per scusarsi:

“Non voglio che tu mi veda senza, August. Non voglio che tu ricordi una mamma brutta.”

August rimane silenzioso e interdetto davanti a lei. Non sa cosa dire.

“La mamma non rimane a letto?”

“Sì.”

Silenzio.

...



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