O'Nan | Di là dal tramonto | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 399 Seiten

Reihe: Sotterranei

O'Nan Di là dal tramonto


1. Auflage 2022
ISBN: 978-88-3389-381-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 399 Seiten

Reihe: Sotterranei

ISBN: 978-88-3389-381-5
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Nel 1937, Francis Scott Fitzgerald è un uomo in crisi, minato dall'alcol, ormai lontano dai successi che, negli anni Venti, ne avevano fatto lo scrittore più promettente della sua generazione. La salute lo sta abbandonando, la moglie Zelda è ricoverata in una clinica per malattie mentali e la sua situazione finanziaria, ogni giorno più tragica, gli impone di tentare la sorte a Hollywood come sceneggiatore. Intervallato da flashback sospesi tra nostalgia e dolore, il romanzo segue Fitzgerald dal suo arrivo alla mgm all'innamoramento per la giornalista Sheilah Graham, al lavoro incessante per completare la sua ultima opera, L'amore dell'ultimo milionario, e dedica pagine commoventi al suo disperato tentativo di mantenere una sembianza di vita familiare con Zelda, ormai assente, e con la figlia Scottie. Nelle pagine di O'Nan, la traiettoria letteraria di Fitzgerald e l'Età dell'oro di Hollywood prendono vita attraverso una straordinaria e credibile galleria di personaggi - da Dorothy Parker ed Ernest Hemingway a Humphrey Bogart e Irving Thalberg - ma soprattutto attraverso la voce, i pensieri, lo sguardo di un uomo complesso, diviso tra la passione e il rimpianto, il talento e lo spreco di sé.

nato a Pittsburgh, ha pubblicato il suo primo romanzo, Snow Angels, nel 1993. Oggi ha all'attivo una ventina tra romanzi, raccolte di racconti e opere di saggistica. Nel 1996 è stato selezionato dalla prestigiosa rivista Granta tra le venti migliori nuove voci americane. Vive con la famiglia ad Avon, nel Connecticut. In Italia sono stati pubblicati Mi chiamavano Speed Queen (Feltrinelli), Canzoni per la scomparsa (Fazi) e Un volto tra la folla (Sperling & Kupfer), scritto in coppia con Stephen King.
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Chimney Rock


Quella primavera si rifugiò sulle Smoky Mountains in un sonnolento hotel turistico, per starle più vicino. Un attacco di polmonite durante il periodo di Natale gli aveva riacutizzato la tubercolosi, e si stava ancora riprendendo. L’aria di montagna avrebbe dovuto fargli bene. Di giorno scriveva in accappatoio, bevendo Coca-Cola per darsi energia e tenersi lontano dal gin fino a sera – un piccolo motivo d’orgoglio – sorseggiandola sulla veranda buia mentre le coppie passeggiavano tra le lucciole che ronzavano sul campo da golf. Fuori città il crinale era coronato dall’Highland Hospital, un palazzo gotico tutto punte degno di una principessa vittima di un incantesimo. Non poteva permetterselo, come non poteva permettersi le altre cliniche private che avevano provato, ma piangendo miseria aveva strappato uno sconto ai tenutari, elemosinando i soldi dal suo agente: un’onerosa forma di credito, in cambio di racconti che non aveva ancora neanche immaginato.

Non aveva scelta. Al Pratt la lasciavano troppo sola. Aveva cercato di strangolarsi con una federa strappata e c’era quasi riuscita, le era rimasta una striscia violacea attorno al collo come monito. Una notte, mentre era legata al letto, era apparso l’arcangelo Michele, raggiante, e le aveva detto che il mondo sarebbe finito a meno che lei non avesse convinto le sette nazioni a pentirsi. Aveva preso a vestirsi di bianco e a memorizzare la Bibbia. Nei suoi dipinti i dannati senza volto si contorcevano tra le fiamme.

All’Highland il suo nuovo dottore credeva nella dieta e nell’esercizio. Niente sigarette, niente dolci. Ai pazienti veniva prescritta ogni giorno un’escursione, in compagnia di robuste infermiere che li spronavano come allenatori. Perse peso, la pelle era tesa sugli zigomi, il naso affilato, come quell’anno a Parigi, quando si era ridotta pelle e ossa cercando di rimettersi in forma per il balletto. Ma stavolta non l’aveva fatto in modo maniacale, non c’era quella frenesia, le ginocchia nere di lividi, i piedi feriti a causa del troppo esercizio. Dopo le iniezioni di insulina era calma, sopraffatta dalla totale assenza di energia. Non dipingeva dannati ma fiori, grossi germogli malandati e altrettanto corrotti. Adesso riusciva a dormire, diceva, un sollievo che lui invidiava. Il suo corsivo era tornato, linee precise che scorrevano come onde lungo la pagina, non quelle storte e ammassate per le quali lui era arrivato a provare orrore.

Si parlavano soprattutto tramite lettere. Anche se vedeva l’ospedale dai gradini della biblioteca, lui non vedeva quasi mai lei, perciò i suoi cambiamenti lo colpirono ancora di più. Il dottor Carroll limitava le visite dispensandole, come tutti i privilegi, tramite un rigido sistema di ricompense. Durante i fine settimana gli poteva concedere alcune ore in più senza che fossero state prima concordate, così passeggiavano, allontanandosi persino dalla montagna per pranzare in un diner o nel ristorante dell’hotel, in un angolo tranquillo, o risalivano in decappottabile fino in cima alla strada tortuosa e costeggiata da rododendri, per ammirare il panorama al tramonto, ma i giorni infrasettimanali erano dedicati interamente alla guarigione e al duro lavoro che essa comportava. I pazienti si svegliavano prima dell’alba, come contadini. Alle nove giocavano a tennis, alle undici dipingevano. Lo scopo era mantenere la disciplina, e lui lo capiva bene, poiché si era disciplinato nella scrittura anche se tutto il resto della sua vita aveva perso ogni parvenza di ordine.

A quarant’anni, per una serie di impedimenti di cui incolpava la sfortuna, era diventato un vagabondo. Ora che Scottie era partita per il collegio non doveva più mantenere la casa, il che era un sollievo, perché significava una spesa in meno, a parte il fatto che ora non avevano più una casa in cui tornare e avevano abbandonato i loro averi più cari in un magazzino ammuffito. Aveva tagliato al massimo le uscite, e anche così era impossibile pagare sia l’ospedale che la retta di Scottie, ma – per un malriposto senso dell’onore o per pura e semplice follia – si rifiutava di fare economia su ciò che era di sua responsabilità. Sarebbe stato troppo facile. Ogni mese la madre di Zelda lo supplicava di farla tornare a casa, a Montgomery. Non era ancora pronta, se mai lo sarebbe stata. Lui sperava che il dottor Carroll l’avrebbe aiutata a riprendersi, così sarebbe potuto andare a Hollywood, fare abbastanza soldi da ripagare i debiti e forse trovare il tempo necessario a scrivere il romanzo che aveva promesso a Max.

La Metro-Goldwyn-Mayer aveva espresso il suo interesse, e gli aveva promesso mille dollari alla settimana, ma Ober non era ancora riuscito a concludere l’accordo. Era stato franco con Scott, gli studios non vedevano di buon occhio il suo alcolismo (e la colpa era soltanto sua, per averlo confessato scrivendo quei mea culpa su ). Per tutto il mese di marzo aveva assillato Ober pregandolo di rispondergli, assicurandogli che non stava più bevendo, quando in realtà aveva un cassetto pieno di bottiglie vuote.

Con Zelda ogni cosa era un esame. Per il loro anniversario gli fu concessa una gita a Chimney Rock. Lui doveva farle sia da marito che da accompagnatore, e aveva l’onere di riferirne i comportamenti, il linguaggio, l’alimentazione: tutte osservazioni che gli venivano naturali ma che detestava dover condividere, come se, dopo una prigionia tanto lunga, gli fosse rimasto ancora un brandello di intimità con lei. Era un sabato dal clima mite, le sanguinelle erano punteggiate di rosa, il parcheggio per i visitatori affollato di congiunti tutti in tiro che si portavano dietro cestini da pic-nic. La accompagnò alla reception il dottor Carroll in persona, consegnandola come un padre che concede la figlia in sposa.

Per tutti i suoi vent’anni, piccola e col viso da bambina, era stata molto femminile. Aveva fatto l’atleta, la ballerina, flirtava molto, era dotata di un’energia e un coraggio irresistibili. Adesso, a quasi trentasette anni, era emaciata e smunta come una vecchia megera, il sorriso rovinato da un dente rotto. Qualche anima benintenzionata le aveva sistemato i capelli per l’occasione, raccogliendo la disordinata matassa biondo miele in una retina nera ricamata che le si adagiava sulla spalla come un gatto: uno stile che lui aveva visto sfoggiare a commesse e cameriere, ma che lei non avrebbe mai scelto, soprattutto perché rendeva i tratti del suo viso ancora più appuntiti, aggressivi. Il vecchio prendisole rosso carminio era uno dei suoi abiti preferiti, anche se ormai era sbiadito e le cadeva addosso come una tunica; le clavicole sporgevano e indossava una sciarpa leggera attorno al collo per non mostrare la gola. Quando lui si sporse per salutarla lei avvicinò il viso al suo, sfiorandogli la guancia con le labbra.

«Grazie», gli disse ritraendosi, come se le avesse fatto un favore.

«Buon anniversario».

«Oh, Dodo. Buon anniversario». Rimaneva sempre sorpreso quando sentiva provenire da quell’estranea avvizzita il suo melodioso accento del Sud, come se da qualche parte lì dentro la sua Zelda, giovane, selvaggia, esistesse ancora.

Il dottore si congratulò con loro. «Quanti anni sono?»

«Diciassette», disse lei, guardando Scott per assicurarsi di aver fatto bene i conti.

«Diciassette anni», confermò lui, annuendo, chiedendosi se fosse una cosa bella. La cifra era illusoria come il loro matrimonio. Da quando si erano sposati lei aveva passato più tempo ricoverata che fuori, e nei momenti d’angoscia lui si tormentava chiedendosi se, dopotutto, non fosse sempre stata pazza e se non fosse stata proprio la pazzia ad attrarlo.

«Divertitevi», disse il dottore.

«Senz’altro», rispose lei, e prese la mano di Scott, strizzandola mentre attraversavano l’ingresso dai soffitti a volta e uscivano all’aria aperta nel clima sereno, e liberandola solo quando lui aprì lo sportello dell’auto e la aiutò a salirvi, come un valletto.

Sul sedile di lei c’era un regalo che le aveva comprato al negozio di souvenir dell’hotel.

«Dodo, davvero, non dovevi».

Mentre chiudeva lo sportello, lui mise la sicura, senza quasi far rumore. «Non è niente. Solo un pensiero».

«E io non ti ho preso nulla». Non attese oltre e strappò la carta rivelando una banale scatola di dolci. «Se è quello che penso io... Sei un diavoletto. Sai che non so resistere quando vedo un croccante alle noccioline».

«Croccante ».

«È adorabile, tesoro, ma non credo sia permesso».

«Prometto di non dir nulla».

«Allora mi devi aiutare».

«A far sparire le prove».

«Esattamente».

Quanto poco gli ci era voluto per vestire i panni dei cospiratori, come se fosse una cosa naturale. Insieme, in un altro tempo, erano stati famosi per i loro eleganti eccessi, tutti quegli articoli sulle copertine delle riviste e dei giornali scandalistici, e Scott, forse perché la sua caduta era stata meno spettacolare e molto meno punitiva, in momenti come questo veniva pungolato da un nostalgico senso di colpa, come se sentisse che avrebbe...



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