Opolskaite | Le piramidi di giorni | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 219 Seiten

Reihe: Narrativa

Opolskaite Le piramidi di giorni


1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7091-967-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 219 Seiten

Reihe: Narrativa

ISBN: 978-88-7091-967-7
Verlag: Iperborea
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Ci sono brevi momenti, nella vita, in cui le piramidi di giorni che il tempo poco a poco costruisce attorno agli esseri umani, ingabbiandoli, perdono miracolosamente consistenza, lasciando svuotati del loro senso terribile ore e minuti, passato e futuro. È la nostalgia, o il bisogno, di quegli attimi ad accomunare i personaggi di queste dodici storie: una madre con i figli lontani e uno nuovo, adottato, che lei non sa amare; i due giovani che si salvano a vicenda dall'apatia, facendosi un dono che trascende la morte; la bambina con una madre e due padri che la amano in ugual misura; le due sorellastre che cercano di ricostruire un rapporto dopo anni di silenzi, recriminazioni e sensi di colpa; il padre che in sogno si rivede nel figlio adolescente e riesce finalmente a capirlo. Le piramidi di giorni, Premio letterario dell'Unione europea 2019, disvela sullo sfondo della Lituania contemporanea le impronte sottili e ineffabili lasciate da ciascun rapporto umano e capaci di trascendere le leggi anguste del tempo, cogliendo quelle piccole epifanie che può creare un campo giallo di colza a giugno o il volo di due aironi al disgelo primaverile. Con delicatezza e maestria, Daina Opolskait? stupisce il lettore descrivendo una quotidianità fatta di dettagli minuti e intrisi di significato: il profumo di fiori impigliato al cappotto del marito che rientra a casa, un bambino che con i polpastrelli sul vetro ghiacciato scopre il mondo, le lisce piastrelle di una cucina che ricordano i sassi levigati di una spiaggia lontana.

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Inferriate


1


Puoi piangere, disse lei, piangi pure se ti va, non fa nulla.

Lui invece non mosse un dito. Quel bimbo, un ragazzino dai capelli incredibilmente bianchi, candidi come una criniera di cavallo, era proprio strano. Fin dal primo mattino le era stato difficile indovinare a che cosa stesse pensando. Per lei era come se si stesse portando a casa un oggetto estraneo di cui si ignora la funzione: per quanto provi a squadrarlo, a tastarlo, non indovinerai mai che cosa nasconde.

Davanti ai loro occhi erano sfilati campi grigi, un cielo grigio, grigie macchie di arbusti e alberi isolati. L’orizzonte tetro si scioglieva da qualche parte in lontananza; il suo filo tagliente, che ferisce impietoso lo sguardo, appariva perfino consumato. Avevano dovuto fare un lungo viaggio, per di più quasi tutto il tempo in piedi. Le mani intirizzite dal freddo, le punte delle dita di un rossore trasparente, eppure il bimbo neppure una volta aveva chiesto dei guanti o si era lamentato per i piedi indolenziti. Più avanti venne fuori che lui dei guanti neppure ce li aveva. La fodera strappata del giaccone verde resisteva ficcata nella manica. In tasca un fazzoletto sporco, qualche spicciolo e alcune castagne ormai raggrinzite rimaste lì dall’autunno. Aveva l’aspetto di chi non possiede assolutamente nulla, di chi non ha nulla da lasciarsi alle spalle: come se fosse nato precisamente così com’era in quel momento. E questo la spaventò. Al momento di partire aveva detto di chiamarsi Vladimir e di essere nato da qualche parte nella lontana Siberia, dove le persone si guardano l’una con l’altra senza abbassare lo sguardo, dove crescono fitti boschi di cedro – quelle piante che ogni anno fanno maturare i loro pinoli durissimi e salutari – e dove il muschio imbevuto di aspra umidità ondeggia morbido. Forse era per questo che lei aveva notato le sue pupille dilatarsi e diventare scure quando l’autobus aveva improvvisamente imboccato una strada che sprofondava in un fitto bosco di conifere. Il ragazzino sollevò la testa, e allora le cime verdi bluastre dei pini che sfilavano sopra il tetto della vettura cominciarono a scorrergli lungo la superficie limpida degli occhi come su uno specchio d’acqua. Finalmente trovarono da sedersi.

«Mangia», disse lei, spacchettò un panino e glielo porse. Nel viaggio il panino si era piuttosto rovinato, nel burro appiccicoso si erano addensate qua e là gialle isolette di formaggio. Lui prese e mangiò, eseguì l’ordine, non gli importava. Con la lingua biancastra si leccò rapido, quasi impercettibilmente, le dita impiastricciate di burro. Lei pensò che a quel punto, dopo un po’ di cibo e di riposo, lui si sarebbe finalmente reso conto di aver lasciato il suo luogo natale, avrebbe capito di essere diretto da qualche parte e di non avere la minima idea di che cosa lo stesse aspettando. Certo non è il massimo, magari adesso si metterà a piangere. Bisogna essere preparate. Lei gli rivolse qualche occhiata di nascosto. Di solito negli occhi dei bambini si riflettono tutte le sensazioni e le emozioni vissute, questo lei lo sapeva. Il ragazzino, quasi sdraiato sul sedile dell’autobus, guardava gli alberi sfrecciare: i suoi occhi si limitavano a catturare e raccogliere i riflessi come due specchietti, senza però riflettere nulla di proprio. Ogni tanto lui si curvava verso il finestrino, socchiudeva le labbra secche e screpolate e soffiava lentamente con l’alito caldo sul vetro sporco, ricoperto di gelo, sfregandolo col pollice. Le balenò il pensiero che se lo sarebbe portato a casa, che lui si sarebbe seduto alla finestra di cucina – proprio come un tempo facevano i suoi figli – dove attraverso due cespugli folti di gerani si vede la tettoia rossastra del pozzo nel cortile e il viottolo tracciato dai passi pesanti, come una linea ben marcata, accanto alla legnaia. Quella visione le sembrò quasi sacrilega.

Avvolta nel vecchio giaccone lei percorre quel viottolo ogni mattina, ascolta i propri passi solitari e in quello stesso momento – sempre – pensa alla sua Alina e al suo Arnoldas, da qualche parte a trecento chilometri e più da lei. Li vede nei loro letti: dormono tranquilli e beati, e sa che dormiranno per altre due ore, al sicuro, come pietrificati dal ticchettio vellutato dell’orologio, perché nel loro dormitorio ci si sveglia intorno alle sette e le lezioni iniziano alle otto nell’edificio accanto. I suoi figli sono incredibilmente dotati, tanto che durante le selezioni sono riusciti a farsi notare tra diverse decine di altri ragazzi che a differenza loro hanno studiato in città più grandi, mentre loro provengono da un paesino che molti non hanno neppure mai sentito nominare e si sono diplomati nella scuola locale, un edificio a un solo piano. Stanno bene, però studiano tanto, praticamente fino a sera, perciò devono assolutamente prendere le vitamine e mangiare bene per sostenere il carico. Ogni due settimane lei prepara quello che serve (marmellata, conserva di funghi, torta di mele e qualche soldo) e porta un pacco alla stazione degli autobus, e l’autista ormai la conosce. Se andrà tutto bene, in primavera andrà lei stessa a Vilnius, al teatro, l’enorme edificio dagli alti piloni, e siederà in sala. Arnoldas dovrebbe ballare da solista, sarà il suo esordio sulla scena. Alina è più piccola di un anno, per lei è ancora presto.

Il ragazzino non sfregava più il vetro, ma accostò con prudenza la punta della lingua contro la sua superficie fredda. Lei non glielo proibì né gli dette una gomitata come faceva con i suoi figli quando si comportavano in maniera sconveniente, probabilmente perché non si sentiva minimamente responsabile di lui, o almeno per ora quel sentimento non le apparteneva. Oggi lui entrerà in casa sua e lei, un po’ per volta, quel sentimento dovrà coltivarlo.

2


Trascinandosi stanchi, i due varcarono la soglia. Lei per prima, tirandosi dietro due borse stracolme, dietro il ragazzino dai capelli candidi, che si guarda attorno nel buio del corridoio stipato degli oggetti più svariati. In una cornice sulla parete l’immagine di un cavallo alato ricamato con fili di seta bianca appariva così irreale e intangibile come lo era stata quell’intera giornata. Quel muso rotondo e liscio, le narici scure e gli occhi vellutati lo introducevano ogni istante di più nella nuova, ancora ignota condizione. Tutto il resto ricordava l’interno di una gigantesca, vecchia conchiglia. Due stanze di passaggio, l’ultima con la porta nascosta dietro una tintinnante tenda di bambù, attorno coperte sbiadite, incolori, sul soffitto pezzi d’intonaco pericolanti, maniglie rotte agli sportelli dell’armadio. Il lampadario ciondolava dal soffitto come un’enorme zucca gialla e diffondeva una luce torpida e greve, al suo interno tra le piegoline di tessuto si vedevano pallottole nere di mosche morte. Sotto i piedi scricchiolava un tappetino intrecciato di corda grezza.

«Qua», con uno sbuffo rumoroso lasciò cadere le borse e subito ne schizzarono fuori dei vestiti; indicò al ragazzino un divanetto basso e sdrucito accostato al muro al di sopra del quale, su una vecchia credenza dai fianchi intagliati, cresceva un pungitopo. I rametti spinosi erano pieni di bacche rosse, la pianta era così vecchia e ramificata che aveva finito per riversarsi fuori dal vaso rotto.

Niente sembrava destare l’interesse del ragazzino. Lui non fece domande né si guardò attorno incuriosito dal nuovo ambiente, come normalmente fanno i bambini, ma si sedette sul piccolo divano e si mise a cincischiare con i bottoni del giaccone saldamente attaccati alla fodera logora, per nulla intenzionati a sbottonarsi e liberare quel corpicino sparuto. Si comportava come se fosse stato in viaggio per tutta la sua breve vita. Per lui gli oggetti e lo spazio attorno non significavano niente: troppo spesso cambiano, non vale la pena memorizzarli. Molto più importanti erano le sensazioni provate in un luogo o in un altro. Alla fine riuscì a venir fuori dal giaccone (lo strappo si allargò ancora di più e il brandello rimase penzoloni come pelle escoriata) e allora percepì, con il corpo, con la pelle, il calore e l’odore diffusi da quella casa. Sapeva di erbe medicinali essiccate, forse fiori di tiglio. E di legna. Lanciò una rapida occhiata attorno a sé. Là in fondo, alla parete, vicino alla piccola stufa, c’era una scatola di cartone spesso pieno di legna di ontano. L’odore proveniva da là.

Lei mise l’acqua a scaldare e dalla cucina tese le orecchie per sentire cosa stesse facendo lui nell’altra stanza. Ma non sentì il minimo rumore. Solo i suoi stessi passi. Le parve di essere, come sempre, la sola anima viva in quella casa da quando i suoi figli erano partiti. Forse per questa ragione quel ragazzetto le pareva esserci e non esserci. Anche volendo, i suoi passi in questa casa non le avrebbero mai ricordato quelli dei suoi figli. Mai avrebbero ingannato o placato il suo udito sensibile; sarebbero rimasti invece insignificanti, appena percepibili come lo scorrazzare dei topi sotto le assi del pavimento o come quel fruscio spettrale che a volte le capitava di udire – o forse solamente di sognare – nelle notti più scure. Bisogna che il ragazzetto si lavi le mani.

I due si trovarono faccia a faccia sulla soglia come due uccelli in volo che d’un tratto si incontrino sulla stessa traiettoria. Il ragazzino si lanciò verso di lei come uno...



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