Ovaldé | Gli uomini in generale mi piacciono molto | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 128 Seiten

Ovaldé Gli uomini in generale mi piacciono molto


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7521-662-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 128 Seiten

ISBN: 978-88-7521-662-7
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
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Lili vive con il suo compagno in una piccola casa vicino allo zoo. È un'estate caldissima e tutto sembra ciondolare attornoa un'apparente tranquillità domestica. Ma un giorno, proprio mentre la ragazza osserva per l'ennesima volta le gabbie degli animali, intravede un'ombra conosciuta, uno spettro carico di ricordi e paure: Yoïm, il suo primo amante, è tornato a cercarla. Insieme a lui riaffiora il terribile passato di Lili: la morte della madre, la follia neonazista del padre, il mutismo del fratellino, l'abbandono di sé adolescente nelle mani di un uomo maturo che la trasforma in un oggetto sessuale, manipolato, venduto, abbandonato. Il destino di Lili si gioca tutto sul crinale tra autodistruzione e salvezza, nella lotta tra desiderio e forza di volontà, fino al riscatto finale. Attraverso una voce femminile candida ed enigmatica, la Ovaldé racconta una difficile iniziazione alla vita in un romanzo vibrante, forte, interamente percorso da una vena di sensualità.

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1.


È stato il silenzio a svegliarmi quella notte. Un silenzio frusciante, un silenzio di città, pieno dei nostri motori intimi, il brusio dei meccanismi, il ronzio delle zanzare e i colpi d’ala di una mosca contro i vetri. Sentivo la strada e il sibilo dei pneumatici, le sirene lontane e le migliaia di crepitii delle televisioni degli insonni, sentivo l’acqua che batteva nella doccia e i messaggi che si registravano nel segreto dei cavi telefonici, che attraversavano il mio spazio circostante, che mi attraversavano per seguire il loro corso. Ascoltavo la notte d’estate con il suo palpito irregolare.

Ma quello che mi ha svegliato è che nessun rumore sovrastava questa vibrazione. Di solito sento gli animali. Sento gli animali dello zoo che vivono la loro vita notturna e misteriosa. E invece quella notte niente. Il barrito dell’elefante, le grida acute delle scimmie e gli urli dei coyote perforavano abitualmente le mie notti. Avrebbero dovuto esserci anche fruscii impazziti di piume, spaventi e incubi di bestie; di solito li sentivo, partecipavo alle loro attività notturne, e invece adesso più niente, nient’altro che una notte d’estate, nient’altro che il rumore riflesso del mondo.

«Dove sono gli animali?», l’ho detto, credo, ma Samuel non s’è svegliato, allora di sicuro l’ho pensato, mi sono seduta sul letto, fuori era chiaro, ma non sapevo più se era la luna piena o solo il pallore elettrico dei lampioni. Mi sono alzata e sono andata alla finestra aperta, ho liberato la mosca intorpidita agitando la tenda, ho respirato l’odore della città – un odore più fresco, come lavato, tutto pulito e profumato, un odore più fresco di quello del giorno – ma lo stesso non ho sentito gli animali. Dalla finestra intravedevo le inferriate dello zoo e la grande roccia delle scimmie, intravedevo anche il tetto della voliera. Sono rimasta un momento ad aspettare che si svegliassero, ho pensato, forse ogni notte c’è un’ora in cui gli animali tacciono, forse semplicemente non me ne sono mai accorta. Ho aspettato che si svegliassero. Ero là, immobile, l’occhio fisso sul giardino, la spalla contro lo stipite della finestra, a riaddormentarmi, anche se in piedi, con la mente che si allontanava e rallentava, facendo fatica a riorganizzarsi, quando all’improvviso li ho visti passare.

Per prima la giraffa, di cui ho visto il lungo collo incedere ondeggiando al disopra della siepe; ho scavalcato la finestra e mi sono avvicinata calpestando l’erba fradicia. Erano tutti lì, passavano nella strada deserta inondata di luce molle, passavano i miei animali, quelli piccoli circondati da quelli più grossi, certi correndo, altri invece ciondolando, c’erano la coppia di elefanti e i lupi spelacchiati, i tatù e i piccoli dei tatù, c’erano tutte le scimmie e Wanda, la vecchia signora gorilla – era scritto così sul cartello della sua gabbia –, c’erano degli animaletti di cui non sapevo il nome e il meraviglioso okapi che avanzava lentamente – mi era sempre piaciuta la sua strana tristezza –, c’erano i gatti selvatici, le zebre, e anche gli avvoltoi che volavano sopra tutta questa cerimonia. Pensavo, è bello, è bellissimo, e lo mormoravo, accovacciata dietro la siepe, senza dubbio un po’ spaventata, dondolando leggermente nell’umidità e sentendo i piedi che affondavano nella terra cedevole. Vedevo tutti gli animali passare in un silenzio di sogno. Ho pensato, stanno zitti per non allarmare nessuno, scappano, gli animali scappano, e mi sono messa a ridere piano piano perché non mi sentissero e non mi venissero a sbranare, ridevo dietro la siepe e pensavo, forse lo fanno ogni notte e tornano all’alba, e mi circondavo il corpo con le braccia e ridevo piano piano. Poi hanno svoltato l’angolo della strada, io sono caduta col culo sull’erba, disturbando gli ultimi vermi luccicanti, e ho continuato a ridere e a rabbrividire di piacere.

La mattina ho preparato pane tostato e caffè in cucina. Mi sentivo in pace nella luce brillante dell’alba. Samuel è entrato, mi ha sorriso come fa ogni mattina. Ho sempre l’impressione che abbia passato la notte lontano da me, che ritorni da una lunga assenza anche se ha dormito alla mia destra come ogni notte. Mi dice buongiorno e per me è un indizio supplementare. Penso, allora non era davvero alla mia destra stanotte, c’erano solo il suo scheletro e la sua carne vuota, nient’altro. Sorrido e lo bacio, non lascio trapelare niente di quello che mi frulla nel cranio.

Ci sediamo tranquillamente al tavolo della cucina e Samuel mi racconta i suoi sogni. Gli piace che io ci trovi un significato e dei simboli, e allora lo faccio in modo che assuma quell’aria soddisfatta e un po’ misteriosa che ha ogni tanto – come se fosse abitato da qualcosa di vasto e incomprensibile. Non sa che i suoi sogni mi annoiano. Ascoltiamo la radio sgranocchiando pane tostato e creando minuscoli mucchietti di briciole sul pavimento.

E poi all’improvviso penso agli animali dello zoo che sono scappati stanotte. Mi ritorna in mente all’improvviso, è come se finalmente potessi dare un nome al sapore zuccherino che ho in bocca, alla soddisfazione dolce che provo in questo mattino giovane. Sorrido e tendo l’orecchio ma non sento nient’altro che le parole della gente che abita nella mia radio e il tintinnio del cucchiaio di Samuel nel vasetto del miele. Questi due suoni parassiti occupano troppo spazio perché io possa percepire anche il più piccolo verso proveniente dallo zoo al di là del viale di acacie. Mi alzo, posando i piedi sulle piccole discariche di briciole sulle piastrelle, distendendo il mio corpo e i suoi rami in tutta la loro lunghezza, dirigendomi verso la finestra. Ascolto un istante senza muovermi. Poi mi giro un attimo verso Samuel e dico, pare proprio che se ne siano andati, non si sente più niente, guardo Samuel, la sua barba e la sua canottiera e le sue spalle tonde e ogni infimo muscolo delle sue braccia, il suo sguardo è dolce e sferico, non bada a quello che ho appena detto, è concentrato sul vasetto del miele e sulle notizie politiche che gli fanno aggrottare le sopracciglia. Non può preoccuparsi anche dello zoo oltre a tutto il resto.

Se sapesse che stanotte ho visto scappare gli animali penserebbe che qualcuno li ha liberati, avrebbe un sospetto, Samuel, avrebbe un sospetto, penserebbe, è stata lei?, penserebbe, si ricomincia?, vedrei tutte le sue domandine passare in quello sguardo cupo – morbido morbido come il pelo di un animale, bisogna immaginarsi occhi color pelliccia, cangianti allo stesso modo.

Allora non ripeto che gli animali sono scappati, non ho nessuna voglia di doverlo rassicurare, non ho voglia di dire una cosa tipo: è pazzesco, come hanno fatto a liberare tutti gli animali? con un tono incredulo, perché sia sicuro che io non c’entro niente. Credo invece che se ne avessi avuto l’occasione e se i miei strani angoli non fossero stati smussati dalla vita di qui, allora sì, certo, ci sarei andata io di notte, in tuta di lycra nera con passamontagna, ad aprire le gabbie e i cancelli dello zoo, sì, sarei stata io a far uscire tutte le bestiole.

Ascolto ancora inspirando l’aria pulita del mattino, c’è un vocio di uccelli non molto lontano, cornacchie e grilli, ma non sento niente di più selvaggio, peloso e imponente. Ho voglia di mettermi a girare su me stessa. Non ho sognato. Sono scappati, vi dico, sono scappati.

Guardo Samuel che fissa la sua tazza di caffè. Tra lui e me c’è un vaso con dei tulipani rossi che ho raccolto ieri in giardino, il vaso è trasparente, l’acqua già un po’ ingiallita, senza dubbio ne ho messa troppa e allora i tulipani s’illanguidiscono come i rami di un salice, toccano quasi il tavolo coi petali. Samuel è concentrato sulla tazza di caffè, sento il rumore dei suoi molari che stritolano il pane tostato. Un rumore che mi disgusta un po’ ma mi rassicura anche, è un rumore delizioso e orribile. Sorrido a Samuel e mi volto verso il giardino, verso l’erba dal colore elettrico e verso tutte le foglie dell’albero che scintillano scuotendosi in questo mattino ideale, mi volto verso il venticello d’estate che lascia palpitare le molecole e i fantasmi nell’aria. Non mi muovo più, m’impregno di questa stagione accecante, strizzo gli occhi e vedo Samuel dietro di me che non sorride per colpa della politica interna e del miele che gocciola sulla tavola e che deve asciugare col suo indice già impiastricciato. Samuel alza la testa, continua a essere serio, Samuel è un uomo serio che nasconde molto meglio di me il terreno minato in cui si trova, lo sento preoccuparsi silenziosamente, e ripeto tra me, gli animali del mio zoo sono scappati, Samuel non se n’è reso conto. Forse non se ne renderà conto nessuno.

Dopo che Samuel è uscito, resto seduta sugli scalini di legno che scendono in giardino, tenendo i gomiti ben stretti sullo stomaco – cosa che spesso fa dire a Samuel, hai paura che ti rubino un pezzo di pancia? –, guardo tutta l’umidità della notte evaporare e far nascere dei moscerini trasparenti che si agitano nervosamente intorno a me, aspetto dandomi ogni tanto un’occhiata ai piedi o alla pelle delle gambe – mai però troppo a lungo, perché i piedi e la pelle delle gambe possono sprofondarmi in abissi di tristezza. Rifletto sulla proposta di Samuel, quella che mi ha fatto la sera prima, a cena, la proposta di impegnarci «a lungo termine», e rifletto anche su tutti gli animali evasi (non molto a lungo in effetti, non sono per niente ansiosa di verificare se davvero se ne sono andati tutti, voglio mantenere viva la mia meraviglia notturna).

Mi rigiro in testa, come se mi rigirassi in bocca una caramella, la frase «a lungo termine» di Samuel....



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