Ovaldé | La sorella cattiva | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 234 Seiten

Ovaldé La sorella cattiva


1. Auflage 2015
ISBN: 978-88-7521-672-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 234 Seiten

ISBN: 978-88-7521-672-6
Verlag: minimum fax
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Maria Cristina è una scrittrice di successo. Aveva diciassette anni quando lasciò il suo paese natale tra i boschi del Canada per scappare da una madre pazza, un padre depresso e una sorella a cui aveva fatto involontariamente del male. A Santa Monica, in California, dopo essere diventata la giovane amante di Rafael Claramunt, scrittore in odore di Nobel e ambiguo seduttore, Maria Cristina scriverà il romanzo che la lancerà nel mondo delle lettere, del quale scoprirà la bellezza ma anche la totale opacità. Quando la madre le chiede di tornare a casa per occuparsi del figlio della sorella, Maria Cristina, nonostante i dubbi, decide di partire, affrontando tutte le incognite di questo ritorno che le farà fare i conti con la verità. Verità che ha sempre a che fare con l'inganno, in tutte le sue forme: quello dell'amore familiare, quello del desiderio sessuale e, soprattutto, quello della creazione letteraria. Con la sua ottava prova narrativa, Véronique Ovaldé ci regala forse il suo romanzo più forte, una meravigliosa storia contemporanea che esplora i meandri del senso di colpa e il dono della libertà di pensiero e azione.

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CROLLO ARCHITETTURALE


Dopo aver capito cosa volesse da lei sua madre, Maria Cristina chiama Rafael Claramunt per esporgli la questione.

Fa squillare il telefono una buona cinquantina di volte, è ancora seduta per terra sulle piastrelle con il gatto che le passa e ripassa davanti nel raggio di sole come facesse la guardia a qualche entrata.

Il gatto si chiama Jean-Luc. In omaggio a Jean-Luc Godard. È il gatto di Claramunt che lei ha preso quando lui ha traslocato e ha pensato di non poter assolutamente permettersi di tenere un gatto senza più un parco di due ettari a disposizione. È una femmina ma ovviamente Claramunt lo ignorava. è uno dei suoi film preferiti. Jean-Luc ha vent’anni. Ormai esce molto raramente, resta con gli occhi stretti, immobile o quasi immobile, camminando al rallentatore sui suoi poveri cuscinetti.

Claramunt non risponde. Maria Cristina riattacca e respira lentamente. Solleva i capelli, li attorciglia e appoggia il cranio al muro per tenerli fermi e non averli più sulla nuca, fa caldo, il climatizzatore è ancora rotto. Pensa che sia arrivato il momento di tagliarsi i capelli cortissimi. Di rasarli forse, come ha fatto qualche anno prima. Appoggia le mani bene aperte sulle piastrelle, le mani vanno a lasciare tracce umide, il fresco sembra risalire dai polsi e stentatamente fino ai gomiti. Il gatto invece non lascia alcuna traccia a parte quelle migliaia di lunghi peli rossi che svolazzano sopra il pavimento.

Si alza e tira fuori dell’acqua gassata dal frigo (posso riportare questa scena con precisione, gliel’ho visto fare cento volte), beve dalla bottiglia, con una mano stretta alla porta del frigo come se tirando indietro la testa rischiasse di perdere l’equilibrio o avesse appena imparato a stare in piedi. L’acqua gassata le fa male alla faringe. È come l’attacco del gin, in più rinfresca.

Va in camera a infilarsi un vestito, cammina con gli occhi quasi chiusi, concentrata sui suoi pensieri.

Sceglie il vestito blu Pacifico, la definizione l’ha data Claramunt la prima volta che se l’è messo. Il Pacifico non è blu, se non molto lontano da qui. Qui è brumoso, il cielo ci affoga dentro in un color minestra di dicembre anche se il sole brilla quasi costantemente.

Si tira su i capelli in uno chignon, sono molto scuri con delle ciocche rosse per via del cloro o dello iodio o del sole o della somma dei tre. Sono ingarbugliati e quando si pettina così sembrano un nido di uccello. Si passa un rossetto vermiglio sulle labbra. A parte questo rosso deciso Maria Cristina non si trucca mai. Quando ha incontrato Claramunt, ai tempi in cui lavorava per lui, non gli si sarebbe mai presentata senza tutto un pasticcio di ombretti che secondo lei le davano l’aura di un’eroina tragica.

Adesso usa solo quel rosso e permette al sole di abbronzarle la pelle e crearle ai lati degli occhi delle piccole reti di rughe commoventi – cioè commoventi per . Ha deciso di dimostrare più dei suoi anni. Questa decisione corrisponde a un progetto più ampio.

Per il resto, Maria Cristina è una donna minuta, il suo corpo sodo potrebbe essere anche più armonioso se si desse la pena di fare un po’ di sport. Ma per il momento il suo corpo le va bene così. Lo considera come un accessorio comodo e di buona qualità che fino a oggi non l’ha mai tradita. Pensa che non ci sia correlazione tra corpo e anima – che si immagina come qualcosa di instabile, fragile e vibrante, come fosse un ologramma – il suo corpo è il mezzo di trasporto del suo spirito e basta. Per il momento le cose stanno così.

Maria Cristina sa che, qualunque sia il metro di valutazione del suo interlocutore, lei si colloca nella categoria delle donne belle. Le appartiene una sorta di bellezza mobile, transitoria. Ha il dono prezioso del mimetismo e ha imparato a prendere i modi e il ritmo di quelli che ammira o di quelli a cui vuole avvicinarsi (ambisce a quella sprezzatura tranquilla da ragazza dai nobili natali, solubile in qualsiasi situazione).

Maria Cristina a volte vive in un mondo di contraddizioni.

Esce e prende la macchina parcheggiata lungo il marciapiede accanto a due barboni che abitano lì e per un motivo o per un altro non se ne sono mai andati nonostante le denunce dei vicini. Dicono che uno sia un ex sbirro, quello a cui manca una gamba, tagliata sopra la coscia. Il cartello accanto al materasso dice che l’ha persa in Vietnam. I due uomini litigano spesso, si insultano e si prendono per il collo, barcollano e si aggrappano l’uno all’altro, come pugili sfiniti. In fin dei conti sono solo dei vecchietti alcolizzati e molto conformisti, l’altro giorno li ha sentiti gridare a un tizio perché usava un seghetto elettrico a casa sua una domenica mattina con la finestra aperta.

Li saluta. Le fanno dei complimenti e accennano un inchino chiamandola Principessa. Li sente ridacchiare alle sue spalle ed emettere dei rumori ripugnanti – per via del vestito blu. Allora fa una cosa che nessuno qui farebbe, si gira e mostra alto il dito medio.

Il signor Murray, il tizio che ha la terrazza all’ultimo piano del residence, le ha detto che aveva verificato che non si trattasse di maniaci sessuali. Maria Cristina non sa come si possano verificare certe cose e non sa nemmeno perché la cosa interessi al signor Murray che non ha figli né moglie, ma solo un cane e almeno una settantina di chili di troppo.

Maria Cristina accende il motore, si dirige verso Pasadena, là dove l’aria sa meno di granchio. Lungo la strada si ferma per comprare delle fragole dal fruttivendolo nel piazzale con la ghiaia e la vetrina con le lucine lampeggianti (una gigantesca arancia sorridente sovrasta il prefabbricato del negozio come segnalazione per gli automobilisti). Prova attrazione per la frutta che non è della misura giusta. In California i pomodori sono grossi come meloni e i meloni come angurie. Le sembra di stare in un vecchio film di fantascienza. La frutta luccica in modo grazioso e al tempo stesso inquietante sotto i neon del negozio.

Compra un cestino di fragole che somigliano ai personaggi di un cartone animato, gli manca solo la parola. Le fragole non sono per lei. Per niente al mondo mangerebbe uno di quei frutti contro natura. Le porta a Claramunt a cui piace tutto ciò che è artificiale.

Claramunt abita in un residence molto simile a quello in cui vive Maria Cristina. Quel posto non gli piace. Quando Maria Cristina l’ha incontrato per la prima volta, viveva in una villa enorme all’interno di un parco. Una villa costruita nel 1952 sulle colline di Beverly Hills con dei materiali che l’anziana signora che ci viveva prima aveva fatto venire dalla Francia – questa vecchia stella del muto ci si era tumulata dentro aristocraticamente, circondata da falsi trofei di caccia ma pietre vere delle Tuileries. C’era una serra nel parco della villa, dove la signora riceveva i suoi invitati, cosa che aveva iniziato a fare anche Claramunt quando aveva comprato quel posto dopo la morte della vecchia signora.

Un residence con corridoi e porte con il codice non può competere con un luogo così spettacolare. Claramunt passa gran parte del suo tempo a elencare gli inconvenienti di vivere in un edificio moderno con costi di manutenzione bassi. Piazza la sua sdraio nel corridoio, ingombra il passaggio e sposta la sedia dieci centimetri alla volta per tutto il giorno per seguire il passaggio del sole. Maria Cristina intravede una forma di disperazione in questo desiderio di restare costantemente al sole, una specie di depressione elegante da cane di razza.

Claramunt la vede arrivare dalla balconata del secondo piano. Ha gli occhi chiusi, ma con lo spaventoso intuito che coltiva per mettere gli altri a disagio, sa che Maria Cristina è appena entrata nel residence. La chiama per segnalare la sua presenza, come fosse necessario.

Lei sale da lui. Lui le indica uno sgabello vicino, sul quale sono appoggiati diversi libri, tutto questo senza aprire gli occhi, senza muovere neanche un muscolo del viso. È vestito tutto di bianco, come al solito. Lo si potrebbe immaginare che indossa camicie di lino o di cotone, invece preferisce i tessuti sintetici perché frusciano sotto le unghie, e così la puzza del suo sudore indispone i suoi interlocutori. E c’è qualcosa che a Rafael Claramunt piaccia di più al mondo che indisporre i suoi interlocutori?

Rafael Claramunt è stato uno scrittore immenso (per quanto lo si possa essere in passato senza essere morti e sepolti) prima che il consumo eccessivo di droga mettesse fine ai suoi sogni di Nobel. In effetti non fa più molto, oltre a fumare eroina e mangiare. È di una corporatura assai al di sopra della media, anche in un paese dove si tirano su i bambini con gli ormoni della crescita e i latticini.

La madre di Maria Cristina avrebbe detto, se l’avesse incontrato, cosa assolutamente impossibile in qualsiasi dimensione spazio-temporale in cui ci si collochi, ma immaginando che lei si fosse ritrovata di fronte a un uomo di quella stazza per puro caso, probabilmente avrebbe detto: Ecco un armadio a quattro ante. Ma quell’aria languida e un po’ depravata che sfoggia smonta quel tipo di definizione. Se Rafael Claramunt è un personaggio gigantesco, non fa niente di questa sua caratteristica se non divertirsi dello stupore che provoca in chiunque.

Dieci anni fa Maria Cristina era molto innamorata di lui. Non che si possa dire con certezza che adesso non lo sia davvero più.

«Mi piacerebbe sapere cosa porta la luce dei miei occhi verso il suo vecchio protettore», le dice lui girandosi verso di lei con lentezza.

La guarda coi suoi occhi furbi, di un blu elettrico quasi...



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