E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Reihe: Intrecci
Ovejero Donne che viaggiano da sole
1. Auflage 2016
ISBN: 978-88-6243-348-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 224 Seiten
Reihe: Intrecci
ISBN: 978-88-6243-348-8
Verlag: Voland
Format: EPUB
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Nato a Madrid nel 1958, è vissuto in Germania e poi a Bruxelles, dove risiede attualmente, conciliando per lungo tempo il lavoro di interprete con quello di scrittore. La sua produzione letteraria comprende vari generi: sia racconti, Cuentos para salvarnos todos (1996) e Come sono strani gli uomini (Voland 2003), che romanzi, fra cui Nostalgia dell'eroe (Voland 2005) e Huir de Palermo (1999). Vanno menzionati anche i libri di viaggio, Bruselas (1996) e Cina per ipocondriaci, quest'ultimo insignito del premio Grandes Viajeros nel 1998 (uscito in italiano per Feltrinelli). Con la raccolta di poesie Biografía del explorador ha vinto il premio Ciudad de Irún nel 1993. È stato anche insignito del prestigioso premio Primavera per il romanzo La vita degli altri (Voland 2008). I suoi libri sono tradotti in francese, tedesco, portoghese e olandese. http://www.ovejero.info/
Autoren/Hrsg.
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PARADISI ARTIFICIALI
(MANAKARA, MADAGASCAR)
L’uomo cercò il campanello senza trovarlo. Portava un paio di pantaloni da esploratore, color cachi, a cui aveva tolto la parte inferiore, lasciando scoperte le gambe costellate di punture di zanzara, alcune delle quali infette. Portava anche un gilet coordinato ai pantaloni, con diverse tasche chiuse da cerniere, e sotto non aveva né camicia né maglietta. Sulle braccia nude si vedevano altre punture, certe grandi come monete da due euro. Gli scarponi da trekking erano troppo grossi e pesanti per il clima del Madagascar, almeno sulla costa. Alzò le lenti da sole dagli occhiali graduati e osservò i due pilastri di mattoni giallognoli ai lati di un cancello di ferro dal quale si accedeva a un giardino cinto da un muro alto due metri, anch’esso di mattoni.
Si strinse nelle spalle guardando la moglie; lei portava un abito molto leggero, probabilmente di seta, a fiori azzurri su fondo bianco, e sandali anatomici; si era fermata a qualche passo di distanza, rivolta verso la strada. Per lei viaggiare era questo: rimanere ferma, di preferenza su una strada o in un mercato, a osservare la gente indaffarata nelle attività quotidiane. Non aveva bisogno di altre avventure, se non scoprire le piccole differenze nei modi di vita: la quasi totale assenza di plastica, l’usanza di trasportare l’acqua in tronchi di bambù, il fatto che in certi villaggi non avessero specchi (come ti cambierà vederti solo riflessa nello sguardo di approvazione o fastidio degli altri? Forse le donne di quei villaggi avrebbero sopportato meglio di lei i sintomi dell’invecchiamento, aveva detto qualche giorno prima al marito, e quella confessione lo aveva rattristato). Anche i mezzi di trasporto l’affascinavano, cosa strana per una donna; in quel momento era intenta a osservare il motore surriscaldato di un camion, fermo sul ciglio della strada con il cofano aperto, immagine che le ricordò i coccodrilli visti giorni prima in riva a un fiume.
– Non c’è campanello. Credi che sia qui?
La donna si allontanò dal camion e si rivolse a due bambini con l’uniforme rossa da scolari che da un pezzo li guardavano bisbigliando. Gli parlò in francese, con un forte accento britannico.
– Sapete se qui vive un tedesco? Si chiama Werner.
I bambini risero. Erano un maschio e una femmina, sui dieci o dodici anni. Si assomigliavano vagamente, ma non tanto da poter trarre conclusioni. La bambina avvicinò la bocca all’orecchio del bambino, mettendoci una mano davanti per non farsi sentire dagli stranieri, o forse per destare la loro curiosità. Si misero a ridere senza quasi far rumore, una risata segreta come i loro bisbigli.
L’uomo si girò verso la strada e guardò da una parte e dall’altra. Passavano camion e carri stipati di frutta, legna, mobili vecchi, passeggeri ammucchiati nel cassone. Ma la maggior parte della gente andava a piedi, apparentemente inconsapevole del pericolo rappresentato dai camion, che procedevano a zig zag per schivare le numerose buche del fondo stradale. Qualche giorno prima, mentre andavano in taxi a Mananjary, avevano visto una donna morta sul ciglio della strada, con la testa in una pozza di sangue; un soldato misurava con un metro a nastro la distanza tra il luogo dell’incidente e il camion che aveva investito la donna; si vedevano ancora le tracce della frenata sull’asfalto. Quando il tassista arrivò all’altezza del cadavere, rallentò e chiese con insistenza se non volevano fermarsi a guardare; non poteva concepire che non provassero il desiderio di farlo, e si irritò quando lo obbligarono a tirare dritto.
– E adesso come torniamo?
– A piedi – disse lei.
Lui scosse la testa. Erano a dieci o dodici chilometri da Manakara e non aveva voglia di farseli a piedi. Si mise di nuovo a cercare un campanello accanto all’entrata, o almeno un nome che gli confermasse di trovarsi davanti alla casa giusta.
La bambina passò vicino a lui, fingendo di sfilare a una parata militare. Si fermò al cancello, infilò la mano tra le sbarre e fece un movimento in su e in giù. Risuonò una scampanellata.
L’uomo si avvicinò alla bambina. Al lato del cancello, dietro il muro di recinzione, c’era una catena agganciata a una piccola campana.
La bambina ritornò marciando al passo dell’oca dove era rimasto il compagno. Si misero di nuovo a bisbigliare e a sogghignare guardando gli stranieri.
Una donna apparve in fondo al giardino e andò loro incontro senza entusiasmo. Era una malgascia dai tratti asiatici ma con la pelle molto scura, un esempio dei tanti meticciati possibili sull’isola. Aprì la porta quasi senza degnarli di uno sguardo. Si rivolse ai bambini dicendo sciò sciò e contemporaneamente mosse un braccio, come per scacciare le galline. Fece mezzo giro e un cenno del capo che poteva interpretarsi diretto agli stranieri.
La donna inglese si avvicinò al marito, gli passò un braccio attorno alla vita e lo spinse dentro. Lui si strinse nelle spalle. Strizzò l’occhio ai bambini: il ragazzino montò sulla parte inferiore del cancello; una lastra di ferro arrugginito dalla quale partivano le sbarre. La bambina cominciò ad aprirlo e chiuderlo con l’amico sopra. D’un tratto si erano fatti molto seri.
Seguirono la malgascia attraverso un giardino non curato. Dovettero schivare una grande pozzanghera prodotta dall’acqua che usciva da un tubo buttato per terra; qualcuno doveva essersi dimenticato di chiudere il rubinetto. Salirono i gradini che portavano a un chiosco con quattro sedie e un tavolo. I visitatori rimasero in piedi, senza sapere cosa dire, un po’ a disagio.
– Mio marito arriva subito – disse la malgascia in francese, e scomparve nella casa. L’uomo notò che dietro al tetto spuntava una grande antenna radiotrasmittente.
La donna andò ad affacciarsi al muretto che cingeva un lato del chiosco; tre o quattro metri più in basso c’era una spiaggia deserta. Il cielo era grigio. Il mare agitato.
– Peccato che in questo paese non si possa mai fare il bagno, vero?
– Sì.
Lo disse tanto per dire. A lui gli squali non davano fastidio. Al contrario, erano una buona scusa per non dover entrare in acqua. Non gli piaceva nuotare, ma lei cercava sempre di convincerlo a qualche bracciata, anche solo per farle compagnia. Non mi va. Nuota da sola! Ma lei metteva il broncio come una bambina, lo tirava per la mano, dài, da sola mi annoio. In Madagascar trascorrevano lunghe ore seduti in spiaggia, senza discussioni inutili.
– Hai visto questa roba?
L’uomo raccolse da terra un seme grande come un pugno. Ce n’erano a decine in un angolo del chiosco. Lei non si girò. Il suo sguardo era sempre rivolto verso il mare.
– Ach, Kinder.
Comparve Werner. Si fregava le mani quasi a volerle liberare da una qualche sporcizia. Era abbastanza corpulento, almeno dalla vita in su. Aveva un tronco ampio e robusto che non sembrava appartenere allo stesso corpo delle gambe, piuttosto corte e un po’ storte, gambe infantili. Indossava una camicia a fiori, un paio di shorts verdi che gli arrivavano al ginocchio, sandali di gomma e calzini bianchi. Aveva gambe e calzini inzaccherati. Forse era stato lui ad annaffiare il giardino.
Si diedero la mano e anche la donna lasciò il suo osservatorio per andare a sedersi al tavolo.
– Cosa volete bere?
– Una birra – rispose il turista.
Lei fece un’espressione tra la sorpresa e il rimprovero che lo spinse a guardare l’ora: non erano ancora le dieci del mattino.
– Io un bicchiere d’acqua – disse lei.
Werner pronunciò ad alta voce un nome che non capirono. Forse non era un nome, ma una parola in malgascio. Apparve la donna che li aveva guidati in giardino. Era più giovane del marito almeno di vent’anni. Non si poteva dire che fosse bella: aveva un viso volgare e un corpo piuttosto cicciotello; in ogni caso si notava la differenza d’età.
La turista fece un cenno d’intesa al marito. Dal momento in cui erano arrivati ad Antananarivo, per essere più precisi dalla loro prima sera in Madagascar, quando erano scesi a cena al ristorante dell’hotel Sakamanga dove alloggiavano, avevano notato e commentato che quasi tutti i bianchi erano accompagnati da donne indigene molto più giovani. Ne era nato persino un piccolo diverbio perché a lei sembrava riprovevole che i vecchi si servissero dei soldi per comprarsi le donne. Giudicava lo sfruttamento sessuale il crimine più ripugnante. Ma il marito osservò che c’era un altro modo di vedere le cose: si poteva considerare quel tipo di rapporto alla stregua di un contratto non scritto, in virtù del quale le due parti ottenevano quello di cui avevano bisogno; le donne, protezione e benessere; gli uomini, sesso e bellezza. Sposarsi con qualcuno perché giovane e bello non era più immorale che farlo perché attirati dalla sua ricchezza. Gli uomini si liberavano delle mogli quando invecchiavano, e le donne abbandonavano i mariti se andavano in rovina o si ammalavano gravemente. “È così,” disse “un contratto come qualsiasi altro.” “Sei un cinico, Jim. Tu lo faresti?...




