E-Book, Italienisch, 257 Seiten
Oyer Economisti allo stadio
1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5981-339-8
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Come buttare 580 milioni di dollari e altri trucchetti
E-Book, Italienisch, 257 Seiten
ISBN: 979-12-5981-339-8
Verlag: Il Saggiatore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Se si osserva bene lo sport, è tutta una questio ne di economia. Se si osserva bene l'economia, assomiglia tantissimo a certi sport. Economisti allo stadio è il racconto dei legami tra questi due mondi e delle tante lezioni che ognuno di noi può apprendere dal loro incontro. Per molti, ciò che ha reso Michael Jordan il più grande giocatore di basket della storia sono le schiacciate sovrumane, i canestri sulla sirena, l'intensità inarrestabile. Per Paul Oyer, invece, è stata la sua capacità di prendere ottime decisioni economiche: come nella gara decisiva delle finali nba del 1997, quando negli ultimi secondi, marca to da due avversari, anziché tirare come tutti si aspettavano, sfruttò la teoria dei giochi e passò la palla all'allora anonimo panchinaro Steve Kerr (che ovviamente fece canestro). In queste pagine Oyer ci accompagna tra spalti gremiti, rigori cruciali, vittorie sorprendenti e sconfitte inattese, rivelandoci come bilanci, incentivi, percentuali e rapporti costi-benefici ci aiutino a spiegare non solo che cosa succede in campo, ma soprattutto perché. Scopriremo così i motivi per cui il Liechtenstein ha più medaglie olimpiche pro capite degli Stati Uniti, come mai ospitare le Olimpiadi è quasi sempre una perdita economica, per quali ragioni i maratoneti kenyoti sono i più forti al mondo, perché alcuni atleti si dopano nonostante i rischi e che cosa c'entrano i bagarini e gli stipendi milionari con il buon fun zionamento del sistema sportivo. Economisti allo stadio ci conduce oltre la superficie di gare e partite, mostrandoci quanto ogni scelta - in campo, ma anche fuori - dipenda dall'equilibrio tra razionalità e desiderio, tra numeri e corpi in movimento. E se pure nella nostra vita non diventeremo mai Jannik Sinner, Lamine Yamal o Simone Biles, non per questo non possiamo imparare da loro a prendere decisioni migliori.
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1. Dovreste spingere vostro figlio a diventare un atleta professionista?
È un pomeriggio di aprile e il sole sta tramontando su Hoover Park. Gli Hengehold Truck Rental si sono disposti in campo per un’ultima volta, nella partita inaugurale della Palo Alto Little League. I Masonic Lodge, dopo aver commesso circa quindici errori nel quarto inning, sono ora in svantaggio e vanno alla battuta, con un’ultima occasione per tornare davanti. Con le prime due basi occupate, la stella della squadra sale sul piatto. La tensione è alle stelle. Solo un paio degli Hengehold si grattano il naso. Molti dei genitori assiepati sulle tribune fatiscenti hanno alzato la testa dai telefoni. Il lanciatore spara una fastball centrale… e David Oyer (mio figlio, dodici anni all’epoca) la spara oltre la recinzione, vincendo la partita con un fuoricampo. Come ogni giovane giocatore che si rispetti, corre tra le basi con il pugno alzato, neanche avesse appena vinto le World Series. A casa base, i suoi compagni di squadra lo abbracciano. I Masonic Lodge hanno vinto la prima partita della stagione.
Quella partita resta il vertice della sua breve carriera come stella del baseball giovanile. Sia David, il cui percorso sportivo raggiunse il punto massimo in quella stagione, sia io, che ottenevo dai suoi successi sportivi quell’orgoglio surrogato tipico dei padri troppo coinvolti, ci ricordiamo di quel giorno come se fosse ieri. E si può scommettere con buona sicurezza che David ricorderà per tutta la vita anche il suo debutto su un campo da baseball, quando, a nove anni, eliminò un ragazzino che sarebbe poi entrato nella squadra universitaria di Stanford, con possibilità di passare al professionismo. Allo stesso modo, io non dimenticherò mai l’unico home run della mia carriera, nell’ultimo anno del mio lungo periodo nei Park ShopRite, squadra iscritta al campionato giovanile di Nutley, nel New Jersey.
David (che ora è un avvocato) e io non siamo gli unici a rivangare momenti del genere. Lo sport giovanile è una fonte di memoria e celebrazione per più persone di quelle che lo ammettono. Naturalmente, una delle ragioni è che lo sport è divertente e gli umani, essendo razionali, massimizzano l’utilità e scelgono di fare ciò che porta loro maggior felicità. Praticare sport quando si è giovani, esattamente come andare al cinema o al luna park, aumenta l’utile di molte persone. «Consumano» il coinvolgimento nello sport perché gli piace.
Ma c’è una seconda considerazione da fare: praticare sport da giovani sviluppa abilità quali la coordinazione, l’attitudine al lavoro di squadra e la capacità di prendere decisioni. Pensate a una playmaker di otto anni che deve imparare a palleggiare, a chiamare uno schema, a decidere a quale delle sue compagne di squadra passare il pallone a ogni possesso – oltre a imparare che, anche se crede di essere la migliore giocatrice della squadra, se cerca di tirare a canestro ogni volta che ha la palla, la sua squadra non vincerà. Giocare a pallacanestro potrebbe renderla più intelligente, fisicamente più forte e più socievole: tutte abilità importanti, che dovrebbero contribuire al suo successo e alla sua felicità nel futuro. I genitori che prendono in considerazione questi aspetti quando iscrivono i propri figli alle società sportive locali vedono lo sport come un «investimento». Per cui lo sport giovanile è un bene dalla doppia natura: è sia un bene di consumo come una bibita in lattina o una rivista, sia un bene di investimento come un pacchetto azionario o una laurea.
Come dovrebbero passare l’infanzia i vostri figli?
Le persone ritengono che l’economia sia lo studio del denaro, ma non è così. L’economia è lo studio della scarsità di risorse. Esattamente come ogni società deve decidere come utilizzare risorse esauribili come acqua, cibo e aria pulita, anche gli individui devono decidere come spendere il proprio tempo, denaro ed energia, che sono altrettanto limitati. Quando ci chiediamo quanto tempo i ragazzi dovrebbero dedicare allo sport, stiamo affrontando un problema economico.
La giovinezza è uno dei beni di maggior valore che si possano avere. Usarla in modo efficiente significa prepararsi al resto della propria vita e allo stesso tempo divertirsi abbastanza da non avere rimpianti. Fallire nel raggiungere questo equilibrio, in ambo le direzioni, può avere ripercussioni a lungo termine: se una persona passa le superiori a bigiare e farsi le canne si starà sicuramente godendo il momento ma probabilmente ne pagherà le conseguenze più avanti nella vita; ma qualcuno che invece rifiuti sistematicamente gli inviti alle feste per concentrarsi sul manuale di preparazione all’esame di matematica avanzata, potrebbe, da adulto, rimpiangere una gioventù sprecata.
Visto sotto questa luce, lo sport giovanile è incredibilmente costoso. Il prezzo, in moneta sonante, di palloni da calcio, mazze da hockey, tempo in campo, benzina per andare alle partite, eccetera può essere sicuramente considerevole, ma impallidisce di fronte al costo di tutto il tempo passato a non fare qualcos’altro. Ogni pomeriggio che un ragazzino passa agli allenamenti di calcio è un pomeriggio non passato a studiare: un’attività che potrebbe potenzialmente ripagare molto più direttamente in termini di accesso a una scuola migliore e da adulto con maggiori guadagni, una casa più grande e una migliore educazione per i suoi figli. D’altro canto, studiando, rinuncerebbe alla possibilità di giocare a pallone, cosa che gli consentirebbe di divertirsi, di sviluppare abilità relazionali e di fare attività fisica. Inoltre, ridurre il problema a queste sole due scelte significa trascurare altre possibili opzioni: potrebbe imparare a suonare il piano, dormire qualche ora in più (il che lo aiuterebbe a crescere e a rimanere in salute) o anche semplicemente giocare con i Lego e guardare SpongeBob. Quindi lo sport, come la maggioranza degli altri passatempi dell’infanzia, è molto dispendioso in termini di «costo-opportunità», cioè di tutte quelle esperienze alternative che un bambino potrebbe fare durante quei pochi, preziosi anni in cui deve sia godersi l’infanzia che investire sul suo futuro.
Si potrebbe pensare che gli economisti abbiano realizzato qualche brillante studio per scoprire se praticare sport (di squadra o meno) da bambini comporti successo sul mercato del lavoro. Ma non è così semplice. Il modo ideale per capire se praticare sport da ragazzi ripaghi sul mercato del lavoro da adulti sarebbe quello di obbligare un gruppo di ragazzini, scelti casualmente, a praticare sport, mentre un altro gruppo, selezionato con lo stesso criterio, ne sarebbe escluso. Poi, una volta cresciuti, si dovrebbe analizzare il reddito dei due gruppi e vedere quale dei due guadagna di più. Se si scoprisse che gli adulti che hanno praticato sport da ragazzi guadagnano di più, si potrebbe dire con buona sicurezza che investire nello sport giovanile consentirebbe un buon rendimento nell’età adulta. Ma anche se gli esperimenti randomizzati stanno diventando sempre più comuni nelle scienze sociali, nessuno ne ha mai condotto uno sui giovani che praticano sport, e dubito che qualcuno lo farà mai. Gli economisti sono stati in grado di realizzare studi conclusivi su temi quali, per esempio, gli effetti di una scolarizzazione più alta, crescere in un quartiere benestante e altri fattori, ma non hanno trovato «esperimenti naturali» sullo sport e i giovani che siano credibili.
Gli economisti hanno comunque fatto il meglio che potevano con i dati che avevano. Diversi studi hanno mostrato che chi ha praticato più sport in gioventù, ha poi guadagnato di più sul lavoro. Uno di questi studi ha usato un campione di ragazzi americani tra i venti e i trent’anni: chi aveva praticato sport di squadra alle superiori guadagnava, in media, il 6% in più a parità di altre condizioni.1 Anche uno studio più recente condotto su giovani tedeschi ha evidenziato che chi pratica sport in età giovanile ottiene stipendi e condizioni di lavoro migliori.2 Ma per intriganti che siano questi risultati, dobbiamo sempre tenere in mente il mantra dei corsi base di statistica: la correlazione non implica causalità. Sebbene gli economisti che hanno condotto questi studi abbiano fatto ogni possibile sforzo per controllare gli altri fattori, non hanno potuto separare chiaramente la correlazione dalla causalità. Esistono spiegazioni alternative, del tutto plausibili, che suggeriscono che praticare sport da ragazzi non aiuta la carriera da adulti.
Per esempio, il brivido della vittoria che ci diede l’home run di David non è limitato alle partite del campionato giovanile di baseball; sia io che lui siamo molto competitivi, e misuriamo il successo in vittorie e sconfitte quando facciamo praticamente qualunque cosa. Anche guardare un quiz in tv nel nostro salotto è un evento molto movimentato: il punteggio viene tenuto con grande attenzione e si sente spesso urlare «L’ho detto prima io!». Entrambi abbiamo praticato molto sport da ragazzi, ma non è quello ad averci resi competitivi: eravamo già così. Forse una natura competitiva, che non può essere misurata nelle analisi economiche, è alla base sia del successo nel mercato del lavoro che dell’interesse per lo sport, ma i ricercatori non sarebbero in grado di individuare la competitività come una causa dei risultati.
Gli studi finora condotti portano alla conclusione che praticare sport da ragazzi potrebbe avere dei benefici in fasi più avanzate della vita. Ogni analisi...




