Palazzi | La politica della rabbia. | E-Book | www.sack.de
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E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Figure

Palazzi La politica della rabbia.

Per una balistica filosofica
1. Auflage 2021
ISBN: 978-88-7452-922-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

Per una balistica filosofica

E-Book, Italienisch, 300 Seiten

Reihe: Figure

ISBN: 978-88-7452-922-3
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
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'Recidendo le corde del moralismo, la rabbia potrà allora fungere da catalizzatore della gioia, svolgendo un ruolo curativo in una doppia accezione: curando noi stessi da quello che abbiamo definito il galateo dell'oppressione, ci spinge a prenderci davvero cura delle altre e degli altri.' Oggi si tende a criticare la rabbia dal basso in quanto intrinsecamente impolitica e irrazionale, ma allo stesso tempo essa viene sempre più spesso invocata dall'alto e rivolta contro le persone più deboli. Questo libro, al contrario, la indaga da una prospettiva politicamente radicale ed egualitaria: la rabbia delle oppresse e degli oppressi. Con la sua balistica filosofica e attraverso un serrato confronto con figure e movimenti particolarmente significativi - da Diogene il cinico a Valerie Solanas, da Audre Lorde a Michel Foucault, da Malcolm X a Non Una di Meno -, Franco Palazzi mostra la funzione costruttiva che la rabbia può assumere nella lotta contro le ingiustizie e le discriminazioni. Perché la rabbia, come scrive Palazzi, 'è la dinamo che avvia il motore dell'utopia, la fiamma che produce una prima zona franca nell'oscurità dell'ideologia - è il no di chi non si presta'.

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Capitolo 2


Metafore che mordono


Susan Sontag ci ha messi notoriamente in guardia contro la resa metaforica della malattia – la quale fa sì, tra l’altro, che ogni patologia “affrontata come un mistero e temuta in modo […] profondo” venga percepita anche “come moralmente, se non letteralmente, contagiosa”1:

Qualunque malattia grave, che ha cause oscure e resiste alle cure, tende a essere pervasa di significati. Innanzitutto, è identificata con ciò che incute le paure più profonde (la corruzione, il decadimento, la contaminazione, l’anomia, la debolezza). La malattia stessa diviene una metafora. Poi, in nome della malattia (vale a dire, utilizzandola come metafora), quell’orrore è trasferito su altre cose. La malattia diviene aggettivale. Si dice che qualcosa è simile a una malattia per affermare che è repellente o ripugnante2.

In termini generali, non si può che far tesoro di tale indicazione, tanto più che, mentre scrivo queste righe, l’umanità si trova ancora alle prese con la pandemia più grave degli ultimi decenni. Tuttavia, se c’è un caso in cui l’ammonimento della scrittrice statunitense risulta impossibile da seguire è proprio quello della rabbia, un termine con il quale indichiamo tanto un sentimento quanto una malattia – e lo facciamo da così lungo tempo e in così tante lingue che non c’è modo di stabilire una chiara preminenza dell’una o dell’altra accezione quanto all’origine del vocabolo. La rabbia, in altre parole, è stata sin dall’inizio sia malattia che metafora, un groviglio di significati e rimandi dove medicina e politica, sapere e potere sono avviluppati irrimediabilmente. La stessa distinzione del polo patologico da quello metaforico sarebbe risultata a lungo impossibile3.

Sappiamo che la rabbia è una patologia di origine virale che nella maggior parte delle specie, inclusa la nostra, uccide la quasi totalità degli esemplari che la contraggono4. Per quanto le prime testimonianze della sua comparsa siano vecchie millenni, fu solo con l’individuazione di un vaccino da parte di Pasteur alla fine dell’Ottocento che divenne disponibile un trattamento efficace. Al giorno d’oggi, la rabbia continua a uccidere tra le dieci e le ventimila persone ogni anno, prevalentemente in Africa e Asia, ma con recenti recrudescenze anche in America Latina5. Tra gli animali più spesso associati a questa malattia, tanto dal punto di vista sanitario quanto da quello culturale, figurano cani e lupi, e in tempi a noi più vicini i pipistrelli. La rabbia, pertanto, costituisce uno dei casi più antichi di – il fenomeno per il quale un patogeno fa il “salto” da un animale non umano a un essere umano e si radica nel nuovo organismo come agente infettivo6.

Già nell’antica Grecia la pericolosa indistinzione tra la dimensione ferina e quella antropologica della rabbia era chiaramente riscontrabile: se è noto che l’ prende avvio con uno dei numerosi vocaboli che in greco esprimevano l’idea di rabbia (), assai meno risaputo è che già nei poemi omerici la forma più intensa di tale sentimento era descritta con la medesima parola, (derivata da , “lupo”), con cui i medici del tempo indicavano la malattia contratta prevalentemente dal morso dei canidi7. Nel passaggio dal greco al latino, sarebbe stata tradotta generalmente con , da cui l’italiano “rabbia”, l’inglese , il francese , il tedesco , lo spagnolo 8. Nondimeno, la caratterizzazione dell’incontro tra l’umano e il non umano non si presentava come univoca nell’antichità: è vero che questo tipo di rabbia si distingueva sempre per un richiamo alla dimensione dell’eccesso, ma d’altro canto (basti pensare ad Achille che si scaglia contro le truppe troiane9) un termine come recava con sé anche una carica di eroismo, il richiamo a una forza sovra-umana10.

A rendere ancora più complesso il campionario di metafore di diverso segno che ruotava intorno alla rabbia c’era lo scarto peculiare tra le modalità con cui la patologia veniva contratta (tipicamente il morso di un cane o di un pipistrello) e la sua sintomatologia, che in assenza di conoscenze mediche avanzate pareva coinvolgere la mente prima ancora del corpo. La persona affetta da rabbia mostrava un’avversione apparentemente inspiegabile nei confronti dell’acqua (l’idrofobia), aveva movimenti inconsulti e non del tutto volontari, allucinazioni, e poteva sviluppare comportamenti estremamente violenti nei confronti degli altri (per non parlare della tendenza talora riscontrata a emettere latrati simili a quelli dei cani). Che le continue oscillazioni tra somatico e psichico, così come quelle fra malattia e metafora, si siano spinte ben oltre i confini dell’antichità appare confermato dalle occasionali ma significative menzioni della rabbia fatte da Foucault nella .

Foucault era consapevole che molti medici dell’epoca includevano la rabbia tra le patologie mentali, ma sapeva anche che dietro gli elenchi delle “forme morbose della follia” si celavano perlopiù quelle che erano ritenute “deformazioni della vita morale”11. Di conseguenza, nel corso del suo testo ogni volta che la rabbia fa la propria comparsa (generalmente come testimonianza di una qualche dimensione bestiale della persona folle) non è chiaro se la si citi in quanto malattia a sé stante, come generico effetto di un’altra condizione patologica (la follia stessa) che quindi richiamerebbe per analogia la rabbia propriamente detta, oppure in quanto mero sentimento che nel caso di alcuni individui raggiungerebbe una particolare intensità12. In modo paradossale, evitando di sciogliere chiaramente il nodo sull’effettiva natura della rabbia, con le sue riflessioni del tutto episodiche la offre degli spunti di analisi migliori di quelle trattazioni, ben più dettagliate, che hanno pensato di poter sviluppare una panoramica storica della rabbia come semplice stato d’animo, tralasciando del tutto la sua dimensione patologica13.

Verso il termine della sua ricostruzione, Foucault toccava di sbieco un tema che tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento avrebbe costituito una delle estensioni più significative della commistione di malattia e metafora nella traiettoria storica della rabbia. Riferendosi all’interpretazione della “rabbia dei rivoluzionari” come esempio di follia14, il filosofo preparava di fatto il terreno al tema del contagio sociale. Ci sono infatti risonanze suggestive tra le misure anche estreme prese per limitare la diffusione della rabbia nella seconda metà del XIX secolo in paesi quali Francia e Inghilterra e la nascita, pressoché nello stesso periodo, di una psicologia delle folle che considerava queste ultime come degli agglomerati in cui le emozioni violente si propagavano rapidamente da persona a persona, in modo pressoché “virale”.

A Parigi la paura della rabbia condusse a dei veri e propri “canicidi”, con quasi diecimila esemplari abbattuti nel solo 187915, mentre a Liverpool nel 1866 erano stati eliminati circa trecento cani in un’unica settimana16. Il numero di casi effettivi, tuttavia, non appare di per sé sufficiente a giustificare misure tanto drastiche: tra il 1850 e il 1872 le vittime registrate in Francia furono una media di venticinque l’anno17, mentre è stato stimato che nel 1886 non più di un medico su quattrocento avesse un’esperienza di prima mano della rabbia18. A rendere il fenomeno influente contribuì piuttosto il clima di panico che si creava rapidamente, soprattutto in contesti urbani, alla semplice notizia che un cane potesse essere portatore della malattia: si è ipotizzato che non più dello 0,025% delle persone che credevano di avere la rabbia in Francia l’avesse effettivamente contratta19. In Inghilterra le folle urlanti che scappavano da un animale supposto rabbioso, o che davano la caccia ai cani di un dato circondario, erano fonte di allarme e spavento non meno della patologia stessa20. Quest’ultimo punto permette già di intuire il carattere marcatamente classista che il contrasto del diffondersi della rabbia assunse in entrambi i paesi: a venire ritenuti responsabili della circolazione del terribile morbo erano soprattutto i cani, spesso non di razza, delle famiglie proletarie – che si ritenevano mal tenuti e trascurati21.

Si può immaginare il terrore dei borghesi parigini quando, nel periodo di poco precedente all’individuazione del vaccino, si diffuse la teoria secondo la quale la rabbia non si trasmettesse prevalentemente per contagio, ma fosse invece una malattia innata dovuta alla repressione fisica e sessuale di creature abituate in natura a scorrazzare e accoppiarsi liberamente e a quel tempo costrette invece a vivere in appartamento e senza possibilità di sfogare i propri istinti22. Ciò implicava che anche (e forse specialmente) gli esemplari di razza cresciuti nel culto borghese della domesticità potevano ammalarsi – e per giunta farlo per...



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