Palpati | La casa delle orfane bianche | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, Band 6, 250 Seiten

Reihe: Fremen

Palpati La casa delle orfane bianche


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-80845-89-4
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, Band 6, 250 Seiten

Reihe: Fremen

ISBN: 979-12-80845-89-4
Verlag: Laurana Editore
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Per aiutarsi reciprocamente tre donne di mezz'età decidono di ritirarsi in una casa di paese con le rispettive anziane madri, bisognose di assistenza. La convivenza, sulla carta, è un incastro perfetto: cosa c'è di meglio della rusticità dei bei tempi andati per dividere spese, pensieri, incombenze, e magari risanare quel legame intimo tra madre e figlia, di accudimento e amore, che al momento è invertito? Ma il nido si mostra assai presto per quello che è: un covo di immaturità, risentimento, egocentrismo e disperazione che sfocia in un tragicomico delirio collettivo: la casa si rivolta contro le inquiline e il loro desiderio, soffocandole tra immondizie, un cane infido e l'odore nauseabondo di una papera guasta. La situazione precipita quando arriva nella casa, teoricamente come badante, una suora fasulla e inferma, che si piazza in poltrona e pretende d'essere servita e riverita. Lo scompiglio che ne segue getta le protagoniste nello sconforto totale finché, come in ogni dramma che si rispetti, esse saranno costrette a smascherarsi, e a dichiararsi orfane bianche. Un piccolo miracolo profano si compie: ma nessuno guarisce, e la porta della casa delle orfane bianche si chiude su un lieto e bizzarro banchetto funebre, a base di uova tonnate e pizze di Pasqua. A fare da cerimoniere in casa, e assistere il lettore durante lo svolgersi di questo mistero pasquale, c'è un narratore in smoking: distaccato, compassato, divagante - un flâneur da sala piegato alla cronaca, o un videocronista con ambizioni letterarie - che si immerge sempre più intensamente nell'infelicità delle orfane bianche, a mostrare come quell'agnizione aspiri a essere una categoria poetica, prima ancora che una condizione psicologica.

Fiammetta Palpati è nata a Roma. È laureata in Letterature comparate. Vive ad Amelia, nella campagna umbra, dove ragiona, insegna e scrive di paesaggio e letteratura.
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Prima giornata

Si sottoscrivono alcuni patti e se ne sottacciono altri

Mercoledì 18 febbraio, Le ceneri

«È comodissima, questa cosa. Comodissima».

Le tre donne al tavolo si voltano, annuiscono, sorridono. Ricordano a Felicita, a turno, pazientemente, con la pazienza di chi deve ancora abituarsi all’inanità dei propri sforzi, che può adoperare il comando elettrico per raddrizzare lo schienale o scendere dalla poltrona.

«Davvero?».

Felicita se ne mostra sorpresa, come la prima volta che le è stato insegnato. Ma sempre entusiasta.

Lucia, la figlia, per scrupolo, posa la tazza e si alza. Le mostra i pulsanti, le spiega i simboli. È facilissimo, conclude.

Elementare.

Infantile.

Felicita annuisce, galvanizzata. Afferra il comando.

Pronti? Partenza… Via.

Stooop!

«Sto scomoda. Anzi: scomodissima».

Lucia torna indietro, riprende il comando.

In avanti. In alto. Ancora un paio di ronzii: schiena. Piedi.

Dovremmo esserci.

«Non ti muovere da così».

La vecchia è distesa. Un tronco. Il comando penzola lungo il bracciolo. Oscilla. Lentamente si ferma. Le donne sospirano.

Tornano a sedersi, ciascuna con la propria tazza di porcellana esageratamente stretta tra le dita, a scambiarsi piattini, zuccheriera, e gentilezze, avvolte dall’aroma di biscotti appena sfornati.

Provate a inalare. Senza nulla togliere alla potenza evocativa del focolare che crepita allegramente, l’aroma di limone non garantisce al quadretto un rassicurante sapore casalingo?

D’altro canto la porta che le tre donne hanno chiusa alle proprie spalle è quella di una tipica abitazione rustica. Paesana. Una di quelle abitazioni sulle quali piace, ai forestieri, vagheggiare del buon tempo antico.

Si immagini un locale ampio, che serva tanto da sala da pranzo quanto da soggiorno, nell’insieme modesto ma non trascurato; con un gusto e un carattere, anzi, che esprimono le ambizioni e i limiti di chi vi abita – e lo si consideri d’ora in avanti, in mancanza di indicazioni diverse, la scena.

Sulla parete di fondo ci si figurino la porta d’ingresso e una finestra, entrambe affacciate su un’amena piazzetta con tanto di belvedere sulla pittoresca valle del Rio Grande (un torrente, ahinoi, asciutto). Tra la porta e la finestra l’alacre camino, di cui sopra.

Sul lato sinistro una grande apertura ad arco, da cui si intravedono la rampa di scale che sale alle camere da letto e alla soffitta, e l’altra: quella che scende alle cantine e all’orto. Un poco più verso di voi, e sul medesimo lato, una stanzuccia da letto, poco luminosa ma al piano. Sul lato opposto, invece, lo spettatore immagini la porta della cucina e di un secondo bagno; un bagnetto, piuttosto, ricavato dalla tamponatura di un balconcino, come usava molti anni fa, prima che i servizi igienici fossero integrati nelle murature.

Ecco: come nelle costruzioni destinate a un ceto popolare, il soffitto, a pianelle e travetti, è piuttosto basso. Gli infissi, benché coperti da una buona mano di smalto verde lucido, sono usurati e qualche filo d’aria smuove, di tanto in tanto, il bordo delle tendine. I muri a calce sfarinano nei punti gibbosi dell’intonaco, e lungo il battiscopa alcune bolle di umidità risalgono sulla recente imbiancatura. La graniglia delle scale è consumata dal calpestio. Qualche mattone dell’impiantito è sollevato. Altri crepati.

Tutto, comunque, è lucido: di usura, pulizia e cera.

Quanto agli arredi essi comprendono qualche pezzo di modernariato – quel vecchio non abbastanza vecchio che soddisfa il gusto e i mezzi della massa approdata ai mercatini della domenica – ben restaurato. Sicché la finitura ambrata, a gomma lacca, della credenza in ciliegio sfavilla alla fiamma del camino. Di più: il tavolo è stato coperto da due mani di pittura bianca. Opaca. Tirata via con uno straccio prima che asciugasse del tutto.

Il risultato è un color pasta di nocciola, venato, nelle fessure e nei nodi, di chiaro. Una discutibile concessione al gusto nordeuropeo per lo shabby chic – l’intenzionalmente scrostato – che a nostro avviso manifesta l’ambizione (del tutto legittima, s’intende) di guardare oltre le dolci colline umbre. Idem per le sedie: impagliate, da osteria, ma amorevolmente tinteggiate di rosa ciclamino, verde mare, azzurro Provenza.

A compromettere la bellezza rustica dell’insieme sono i pezzi anni Ottanta del secolo scorso, quando la giovane coppia con figlia che si era stabilita nell’abitazione firmò le cambiali per un divano angolare in autentica pelle di vitello color giallo polenta – piuttosto voluminoso per i tre posti che offre – e un pesante mobile scuro, con il profilo squadrato e le maniglie in acciaio che ospita la tv, la radio, l’enciclopedia Conoscere e un vano bar deserto di bottiglie e stipato di romanzi sudamericani nelle vecchie edizioni tascabili Feltrinelli. Pezzi di ottima fattura, sebbene afflitti da quell’ambizione mancata alla modernità che Natàlia (che è poi il nome della bambina cui si faceva cenno sopra, e che sta per compiere ormai il suo cinquantesimo anno di vita) definisce «bruttezza senza carattere». Se ne è scusata anche questa sera, con le sue nuove coinquiline. Li tiene, afferma, per comodità. La nostra impressione è che essi concretizzino la presenza, ancorché non più fisica, di suo padre.

E non perché Attilio abbia trascorso su quel divano (isolato, beninteso, da una traversa assorbente), schiarendosi la voce (per non dire scatarrando), gli ultimi tre anni della propria esistenza (mentre la moglie gli dava le spalle e la figlia gli girava intorno con omogeneizzati e schiuma da barba). Piuttosto, perché per oggetti come quelli, tra i più costosi e pretenziosi e inappropriati al resto della casa, l’uomo era stato capace di sciupare, in una sola giornata per negozi insieme alla figlia, quarant’anni di liquidazione da operaio delle Acciaierie di Terni.

Ne erano tornati esaltati, ecco. E Natàlia, inspiegabilmente, si era andata convincendo negli anni che il fondamento del proprio buon umore – che si spingeva a definire, talvolta, felicità, nonostante l’esistenza sacrificata che aveva condotto – risiedesse in quei gesti di paternità insensata e magnanima. Da parte nostra non escludiamo che possano aver instillato in lei la fiducia che la famiglia disponesse non del necessario ma dell’abbondanza.

Il risultato, nell’insieme, rispecchia un qualcosa di non propriamente antico, quanto di passato in transito. Verso cosa? Non sapremmo. Si avverte una sospensione che può essere scambiata per incompiutezza. Ma oggi occorre un occhio attento e malevolo per accorgersene, tanto l’atmosfera è piena di attese e promesse di un nuovo nido.

Peccato certo per quei bicchieroni colorati, infrangibili, un poco defilati rispetto alle porcellane, con la cannuccia che galleggia in una poltiglia di tè leggero e gallette sciolte. E soprattutto: peccato per le poltrone relax.

Tre vecchie, tre poltrone, aveva detto Natàlia, abituata, come s’è detto, a largheggiare nelle ristrettezze. Germana, che non aveva partecipato alle riunioni preliminari che via telefono, da Roma, aveva però insistito per il color tortora, che le era familiare per via degli interni delle serie Netflix. Le hanno consegnate solo questa mattina. E una volta private dell’imballo, e completate con poggiatesta, poggiapiedi e comando elettrico si sono manifestate nella loro realtà: enormi e minacciose.

«Ormai la frittata è fatta. Tanto vale adoperarle», ha detto Lucia. E hanno continuato a spostare mobili e suppellettili per cercare un angolo della sala, una parete, uno spazio qualsiasi, dove i tre mammozzoni fossero di minor intralcio. Al momento sono appoggiate qui, di fianco al divano, al posto della credenza, che è finita accanto alla porta della cucina.

Felicita – la vecchia madre di Lucia – ci si è subito piazzata. E dopo una mezz’ora di su e giù per trovare una posizione, ora se ne sta distesa – buona, a riposare, come le ha detto la figlia –, rigida come una molla tesa, e un’espressione allarmata e allarmante in cui confluiscono la sorpresa, la gioia, e lo sgomento.

Nella poltrona accanto è stata trasferita, di peso dalla carrozzina, Adele. Dormicchia, per fortuna. Dopo tutto quello strapazzo. Prelevata da una casa dalla quale non usciva da decenni, tolta dalle mani della sorella che l’aveva accudita, caricata in macchina insieme ai bagagli, e una volta in paese sospinta sulla sedia a rotelle per gli stradelli pietrosi, fin quassù. Si sarà resa conto? Checché se ne possa pensare, animali e anziani aborrono gli spostamenti. Adesso, comunque, riposa. Dorme, anzi. Immobile. Inerte, se paragonata a Felicita. I mocassini ortopedici, divaricati, fuori dal plaid scozzese. Le gambe filiformi, la spaventosa esiguità del respiro: una massa smagrita dalla mancanza di movimento.

La terza poltrona è vuota. Pina, l’ultima delle madri, non ne ha voluto sapere di assumere la giusta posizione, al centro, da padrona di casa, come l’aveva pregata Natàlia. È sul solito sgabello, a pochi centimetri dal televisore, con un paio di grosse cuffie acustiche che le schiacciano la matassa di capelli irti, bianchi e neri; in ciabatte, pigiama e casacca di pile. A giudicare dalle scene sullo schermo – gesti enfatici, atmosfera...



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