Panichi | La Cecilia | E-Book | www.sack.de
E-Book

E-Book, Italienisch, 264 Seiten

Reihe: narrativa

Panichi La Cecilia


1. Auflage 2025
ISBN: 979-12-5480-204-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark

E-Book, Italienisch, 264 Seiten

Reihe: narrativa

ISBN: 979-12-5480-204-5
Verlag: Nottetempo
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark



Quando nasci il nome non te lo scegli. Quello di Cecilia lo ha deciso suo padre e per questo è speciale. Tre sillabe piene, che sanno 'di pulito' come il legame con lui, ma si sporcano quando le pronuncia sua madre, accorciando il nome alle prime quattro lettere. È solo nell'estate dei suoi tredici anni, passata a Ischia come sempre, che Cecilia scopre da suo fratello minore una verità diversa: si chiama come un verme anfibio, una specie animale che non presenta evidenti differenze di genere. Questa consapevolezza non è che un assaggio di ciò che dovrà affrontare durante quei giorni sull'isola: sogni infestati da creature marine, misteriosi litigi tra i suoi genitori, il ciclo imminente e quella femminilità tanto odiata, da cui ormai non può sfuggire. Ma esiste una spiaggia, i Maronti, dove questi problemi sembrano non riuscire a raggiungerla. Lì si ritrova un gruppo di adolescenti invischiati nei primi approcci amorosi. Scambiata per maschio dai suoi nuovi amici, Cecilia decide istintivamente di coltivare quell'equivoco e adotta il nome di suo fratello, Luca. Così, se con i genitori è femmina, ai Maronti è maschio. E lo è soprattutto per Alba, una ragazzina esuberante che vive con sfrontatezza i primi desideri erotici, e che per questo la attrae e la spaventa al tempo stesso. Nell'arco di un'estate, Cecilia si ritrova quindi ad affrontare il delicato passaggio alla vita adulta. La sua è una straniante ricerca di sé, per capire la cosa più difficile di tutte: chi è veramente e chi vuole essere. Il primo romanzo di una scrittrice giovanissima ma dal talento già maturo.

Michela Panichi è nata nel 2000 a Napoli. Nel 2020 ha vinto il Campiello Giovani con il racconto Meduse. Nel 2024 con La Cecilia è stata finalista alla xxxvii edizione del Premio Italo Calvino. Sempre nel 2024 ha partecipato alla v edizione del master rai in Scrittura seriale di fiction.
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1. Maschi e femmine


dimorfismo sessuale – fenomeno per il quale gli individui dei due sessi presentano un insieme di caratteristiche fisiche (di tipo morfologico e funzionale) diverse, dovute a quelli che vengono genericamente definiti caratteri sessuali.

Mio padre doveva raggiungerci a Ischia il giorno successivo al nostro arrivo, o almeno così aveva detto alla mamma. Traghetto da Molo Beverello a Forio e poi pullman verso Sant’Angelo, in mezzo a corpi sporchi di mare. Mi dava fastidio, immaginarlo pressato lì: era indecente. La gente sudata insultava il completo con cui mio padre partiva direttamente dal lavoro. Se ne lamentava anche mia madre.

Mentre salivo al parcheggio dei bus per attenderlo, una massa di adolescenti mi accompagnava. Andavano al Porto, loro. E nonostante mi superassero di tutta la testa, corpi di femmine e maschi che fisicamente non avevano quasi nulla di diverso dagli adulti, consideravo il mio obiettivo molto più onorevole. Aspetto mio padre, pensavo, appollaiata sul muretto, e che Sant’Angelo fosse un borgo piccolo e privo di divertimenti ancora non mi importava.

Attendere lì mio padre era diventata un’abitudine dall’anno precedente. Lui arrivava accaldato, ombroso. Mi chiamava e scendevamo insieme dal parcheggio verso casa. Conoscevo grazie a lui ogni manovra dei pullman. Mentre i turisti si agitavano, seguendo i bus che andavano avanti e poi in retromarcia, io rimanevo seduta. Le prime volte li avevo tallonati anch’io e mio padre ne aveva riso. “Sei proprio femmina,” aveva detto in tono sarcastico. Io gli avevo sfilato rabbiosamente la valigia di mano.

Che andassi lì solo per lui mi riempiva di vergogna. Come essere femmina, in realtà. Trovavo che queste due cose in qualche modo si equivalessero.

Quel 19 giugno aspettai mio padre fino a tarda sera. Avevo impressa nella testa la sigla dei due unici pullman che conoscevo: il CS mi avrebbe riportato mio padre, perché percorreva l’isola in senso antiorario, verso sinistra. Il CD, invece, non era degno della mia attenzione: nella sua traiettoria oraria depositava a Sant’Angelo gli adulti che volevano trascorrere la serata in un’intimità costosa e ci sarebbero saliti gli adolescenti che mi stavano attorno.

I ragazzi grandi non mi piacevano. Li consideravo lontani, degli esseri notturni che apparivano al tramonto o di rado al servizio dei lidi. Eppure, non potevo evitarmi una certa invidia. A novembre avrei compiuto quattordici anni, ma avevo ancora le forme di un ragazzino. Quelle curve, mostrate impudicamente dalle adolescenti nella piazzola, stentavano ad attecchire su di me. Quelle ragazze avevano seni talmente alti da monopolizzare ogni attenzione. Come Teresa, la mia migliore amica, erano biologicamente pronte al rossetto.

E se non somigliavo alle femmine, non potevo dirmi imparentata neanche con i maschi. Non ne avevo la voce profonda, i peli sotto le ascelle, l’altezza. Loro pensavano alle femmine. Quell’informazione me l’aveva data Sergio con aria da intenditore. Aveva diciotto anni ed era il figlio del gestore del lido. Dalle otto del mattino alle sette di sera faceva il bagnino, poi sciamava con gli altri ragazzi.

Sergio stava aspettando il pullman in sella al suo Phantom. Faceva così per vantarsi: se lo prendevi in fitto, il motorino lo dovevi riconsegnare prima delle otto e non ci potevi andare al Porto. Così i turisti erano condannati all’autobus e lui accoglieva sul sellino le ragazze migliori. La sua ombra, altissima, raggiungeva il chiosco delle limonate dall’altro lato della strada. Le sue braccia troppo lunghe gli davano un’aria ciondolante.

Vedendomi, si avvicinò, alzando un attimo i piedi da terra. In pratica, lui e il motorino scivolarono verso di me.

“Sto aspettando mio padre”.

Frenò. “Tua madre lo sa, dove sei?”

A volte Sergio assumeva un tono protettivo che mi irritava. Poggiai un piede sul sellino, abbandonando la ciabatta per terra. “Sono cazzi miei”.

“Va bene, va bene”. Mise una mano in tasca e tirò fuori un pacchetto di sigarette. Se ne accese una, con calma. “A che ora doveva arrivare?”

A me il fumo faceva venire la nausea: era l’odore delle discussioni in cucina tra i miei genitori e mi sembrava avvolgesse la sdraio di mia madre nel cortile di casa.

“Ma non tieni niente di meglio da fare che dare fastidio a me?”

“Le ragazze sono tutte fidanzate”.

Sergio gettò il mozzicone per terra, quasi contemporaneamente all’arrivo del pullman. I volti degli altri ragazzi diventarono rossi, bersagliati dai fari, poi scomparvero. Con la coda dell’occhio, lessi che era il CD e me lo confermò il movimento attorno a me.

Mentre le porte si chiudevano e le luci si allontanavano, mi girai verso di lui.

“Stanotte vai a ballare?”

“Non lo so”. Si grattò una guancia, squadrandomi. “E tu quando vieni? Sei abbastanza grande”.

Liberai il sellino dal mio piede, poggiandolo nuovamente per terra. “Il Porto non mi interessa,” feci.

Sergio accese il motorino e si gettò all’inseguimento del pullman. Quando rischiò di schiantarsi sul CS in arrivo, l’autista gli rivolse una malaparola dal finestrino.

Mio padre era lì dentro, pensai, controllando per l’ennesima volta la sigla luminosa. Seduta, attesi che il bus si svuotasse. In seguito, mi sono chiesta quanto ancora avessi aspettato quella sera. Quando mi alzai per tornare a casa, avevo le cosce puntellate di piccoli buchi.

Per mia madre, il modo per esercitare il suo controllo era riordinare casa. Spostare mobili, lavare asciugamani e accappatoi, decidere per ogni cosa il suo legittimo posto. Nelle case estive le cianfrusaglie sono tante e ogni anno, al secondo giorno di permanenza sull’isola, la cerimonia dell’eliminazione si ripeteva. Ma non avevo mai trovato due sacchi pieni di spazzatura di fronte al cancello.

Vidi il mio letto prima di vedere mia madre. Era piegato da un lato, lo scheletro in metallo strideva sul pavimento con un rumore aguzzo di unghie. Immaginai che lo volesse pulire. “Vuoi una mano?” chiesi.

“Sembri una selvaggia”.

I suoi occhi mi si attaccarono addosso come polpi. Il suo interesse era diverso da quello degli altri: sanzionava, mia madre. Sapevo che la sporcizia appiccicosa che percepivo sulla mia pelle – polvere, sabbia – lei l’aveva sentita ancor prima di me. Che fossi stata ai pullman era una cosa che non ci dicevamo. Lei lo sapeva, io lo sapevo. Era un’attenzione che dedicavo solo a mio padre. Perché non era venuto?

“Prendi la gamba di dietro, che così lo alziamo”.

Fu così che io e il mio letto finimmo trainati nello studio di mio padre. Era spoglio. Di suo rimanevano solo le librerie, altissime e opprimenti, e qualche oggetto sulla scrivania di legno – un posacenere, un fermacarte a forma di donna, la lampada. Anche il mio armadio era stato spostato. Il poster di Jurassic Park, che normalmente sovrastava il mio letto, era ora accanto alla finestra dello studio, le persiane aperte.

Furono le mie magliette, piegate e impilate sulla sedia di pelle di mio padre, che mi convinsero che qualcosa di assolutamente strano stesse accadendo. Erano sbagliate, lì.

“Che stai facendo?”

“Arredo la tua nuova camera”.

Il materasso lo trascinò da sola. Mentre sudava, compressa lì sotto, mi sembrò sformata nei suoi contorni: la faccia gonfia e rossa, le mani sgraziate, il fiato corto. Buttò giù il materasso sulla struttura del letto.

“Hai visto che bella?” fece, soppesando ognuna delle quattro pareti. Mentre includeva anche me nell’arredamento complessivo, pensai che sotto l’energico controllo di mia madre io e i miei oggetti potevamo soltanto soccombere.

Quello spostamento sanciva la fine della coabitazione con mio fratello. Fino a quel momento il corpo di Luca e il mio si erano fronteggiati in due letti paralleli, su pareti opposte. Ma non era la lontananza da lui a preoccuparmi. Quell’anno eravamo andati a Ischia con un mese di anticipo e senza papà: eravamo partiti la sera del giorno prima, subito dopo il mio esame orale, impedendomi di vedere le prove dei miei amici. E anche se Luca si era detto favorevole a una ribellione – Cosa sta succedendo? – di certo avrebbe finito per cedere: di notte, gli piaceva intrufolarsi nel letto matrimoniale e prendere il posto di nostro padre. E mamma provava a convincerci che fosse tutto normale.

“Questo è lo studio di papà,” mormorai. Ma di fronte alla sua determinazione le mie rimostranze sembravano stupide. Lo sapevo anch’io che mio padre per il momento non aveva alcuna intenzione di venire. Mi sfiorai le cosce e i segni dei ciottoli erano ancora lì.

“Tuo padre lavora a Napoli. Questo studio non ha senso e a te serve una camera tutta tua”.

Da come lo disse, immaginai che avesse pagato una ditta di pulizie per trasferire i miei oggetti anche a Napoli. Per battere il mio materasso, modificare il mio guardaroba, allontanare le cose che mi rendevano simile a mio fratello di dieci anni. Trovarmi un nuovo posto, perché stavo per fare lo sviluppo. Sapevo che il motivo era quello.

“Glielo hai detto?”

Mia madre rifece il letto. Una danza che conosceva solo lei, in cui ogni piega veniva stirata con cura: aveva qualcosa di militaresco, la sua precisione. “Quando viene glielo dico”.

Pensai che, ora che il suo studio era stato...



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