E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Piemonte in noir
Paolino Il profeta del lungo termine
1. Auflage 2025
ISBN: 978-88-7707-808-7
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
E-Book, Italienisch, 192 Seiten
Reihe: Piemonte in noir
ISBN: 978-88-7707-808-7
Verlag: Capricorno Edizioni
Format: EPUB
Kopierschutz: 6 - ePub Watermark
Michele Paolino. È nato nel 1966 a Torino, nello storico quarti ere operaio di Borgo San Paolo, in una famiglia di origini lucane. Ha tre figli. Giornalista pubblicista, si occupa di servizi pubblici locali, di comunicazione e di altre cose, tra le quali una bocciofila. Anni addietro è stato anche presidente di circoscrizione e consigliere comunale della sua città. Appassionato di letteratura noir, ha pubblicato con Capricorno La ballata di Borgo San Paolo (2019), Hanno ucciso Babbo Natale in Borgo San Paolo (2021), Il giorno prima del voto (2022, con la complicità di Segio Chiamparino e Menzione Speciale alla VII edizione del Premio enoletterario Vermentino) e La versione del professore (2023). Per la collana Capolavori ritrovati ha curato una lettura del romanzo La Bohème italiana di Emilio Salgari.
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Capitolo primo
Una nebbia degli anni Settanta
Quando si alzò per darsi una lavata veloce e prepararsi il caffè, a un’ora in cui la notte, insonnolita quanto lui, non aveva ancora accettato l’idea di arrendersi all’alba imminente, non immaginò nemmeno per un istante che quel giorno la sua quotidianità potesse all’improvviso salire sulle montagne russe e deragliare da quei binari immutabili sui quali viaggiava di solito, sabati e domeniche, battesimi e funerali, natali e pasque incluse, da quand’era poco più che un bambino.
Da una vita, insomma, considerato che Cesare Bertoldi, coltivatore diretto, aveva superato da poco i cinquant’anni.
All’uscita della stalla, dopo aver accudito gli animali, la nebbia gli si era parata di fronte inaspettata. Una foschia spessa, molesta, a cui non si era più abituati da molto tempo.
Che aveva smentito tutte le previsioni del meteo ed era giunta di soppiatto fin lì dritta dagli anni Settanta. Quando, invece, era un fatto normale che a metà ottobre, alle prime luci del mattino, si accumulasse in banchi fitti sui campi sonnolenti in attesa della semina a ridosso della tangenziale e fin dentro le città.
Un evento considerato così fastidioso a quell’epoca da indurre un tramviere milanese, con un riporto dei capelli e una cravatta imbarazzanti anche allora, a presentarsi una sera in televisione, quando il bianco e nero stava per essere soppiantato dal colore e non c’erano troppi canali tra cui scegliere, per illustrare una proposta che, a suo dire, avrebbe eliminato definitivamente il problema.
La sua teoria era che la val Padana potesse essere paragonata a una grande stanza nella quale l’aria ristagnava, lasciando che la bruma si formasse. Paragonando alla porta lo sbocco sul mare Adriatico, «le Venezie» fu l’esatta definizione che utilizzò in diretta televisiva, bastava, in base alla sua tesi, aprire una finestra per creare il movimento circolatorio necessario a far sparire la foschia.
E quell’apertura, secondo i suoi strampalati calcoli, si poteva ricavare abbattendo il passo del Turchino, un ignoto quanto tortuoso valico che collegava il Piemonte con la Liguria. L’aveva argomentato candidamente, di fronte a milioni di telespettatori, incurante delle battute ironiche e perplesse del presentatore e delle risate in studio e in tutti i tinelli del Paese.
Alla fine ci aveva pensato il surriscaldamento globale a trovare una soluzione definitiva a quel problematico evento meteorologico, ma quella scena che i giovani adesso avrebbero definito «iconica» era rimasta indelebile nella memoria di un’intera generazione. E nei canali di video bizzarri su YouTube.
A Cesare Bertoldi che ci fosse la nebbia o meno non importava granché. Gli restavano molte giornate di terra da arare, e avrebbe dovuto comunque finire quel lavoro entro sera in qualsiasi condizione di tempo.
Quell’unità di misura che i piemontesi usavano da sempre definiva la quantità di terreno arabile da una coppia di buoi per l’appunto in una giornata. Con il suo adorato trattore John Deere, di un verde brillante riconoscibile anche in condizioni di visibilità precaria, il muso proteso in avanti che pareva quello di una belva in procinto di ghermire la sua preda, una potenza di 120 CV, ci avrebbe impiegato molto meno.
E gli sarebbe pure rimasta qualche ora a disposizione per andare al bar del paese vicino a ubriacarsi e magari a farsi una mano con la nigeriana che batteva nei paraggi.
Il cellulare abbandonato in casa, che tanto non gli serviva e di certo non l’avrebbe chiamato nessuno, era partito dal centro dell’appezzamento verso l’esterno con il vomero dell’aratro che voltava la zolla dalla stessa parte per preparare al meglio il terreno per la semina.
All’interno dell’abitacolo, l’unica compagnia era costituita dalle parole, scandite sillaba per sillaba e pronunciate con enfasi, in particolare sull’ultima vocale, di un famoso medievista del quale si caricava su una chiavetta tutti i podcast per ascoltarli nel corso di quell’andirivieni ripetitivo e polveroso.
Non che fosse un appassionato della materia o di tutto ciò che avesse a che vedere con la cultura, con la scuola. Lo attraeva il suono originale della voce, quello spiccato accento piemontese, quel «ecco» con cui lo storico chiudeva un capitolo e ne apriva subito un altro, quell’insana allegria con cui parlava di decapitazioni e di persone arse sui roghi.
E poi gli piacevano i racconti delle esperienze vissute, della vita reale. No di certo quella virtuale dei social. Si sarebbe potuto dire con certezza che alle stories di Instagram preferiva senza dubbio la Storia del passato.
L’accademico stava descrivendo la conquista di Costantinopoli durante la quarta Crociata, con la stessa enfasi che avrebbe usato per raccontare in una telecronaca la diretta di quanto stava succedendo su quegli scogli.
Ma la meraviglia dei cavalieri al cospetto delle mura di quella città fu davvero poca cosa in confronto allo stupore di Bertoldi quando una macchia grigia, intensa e tentacolare, cominciò a farsi strada di fronte a lui, allo stesso modo di una spruzzata d’inchiostro di seppia su un fondale marino.
Un rumore sfuggente, nient’altro che un brusio, simile ai colpi di tosse di un uditorio annoiato, incapace di sovrastare la cantilena del divulgatore che si era impossessata della cabina del veicolo, accompagnava quel pinnacolo scuro, che si stava avvicinando in maniera sempre più minacciosa verso quegli appezzamenti, in grado di fendere la nebbia così come le lame delle spade di quei soldati medievali trafiggevano i loro avversari.
Intontito dal volume a cui ascoltava il podcast e dalla stanchezza per tutte le faccende sbrigate fin dal primo mattino, sorpreso da quel fumo e da quel fragore persistente in avvicinamento, si rese conto del pericolo soltanto quando vide uno stormo di uccelli levarsi in volo.
Tanti puntini neri che andavano ad aggiungersi al quadro astratto che lento si componeva nel cielo autunnale. Il dipinto di un pittore con poca ispirazione e tanto pigro da aggiungere nuovi elementi un poco alla volta.
All’improvviso la foschia si diradò, allargandosi sui lati con la stessa teatralità di un sipario nel momento dell’inizio dello spettacolo, svelando un protagonista non annunciato dal cartellone.
Quand’ebbe la certezza che quel che stava capitando davanti ai suoi occhi spalancati non era il frutto di un’allucinazione, di un gioco d’ombre, di un miraggio, ma qualcosa di reale, dalla bocca gli scivolò fuori senza incontrare ostacoli una sequenza ben assortita di bestemmie, nel più alto grado di magnitudo della scala Mercalli delle imprecazioni in piemontese.
Schiacciò istintivamente sul pedale del freno nell’attimo esatto in cui distinse con stupore la traiettoria altalenante di un piccolo aereo da turismo. Spense il motore e la voce del professore uscì bruscamente di scena, come la musica di un juke-box a cui avevano staccato la corrente.
Il velivolo, con un cono di fumo affiancato alla carlinga che ricordava la spirale di un tornado, stava precipitando al suolo a qualche centinaio di metri da lui, con il pilota forse impegnato a tentare un atterraggio di emergenza.
Lo vide toccare il terreno una prima volta in una pioggia di zolle, polvere e frammenti di metallo che investirono tutta l’area circostante ricadendo anche sopra il tettuccio del suo mezzo in una grandinata inaspettata.
Ora l’orizzonte era ostruito dalla coltre terrosa e grigiastra sollevata da quel primo impatto dell’apparecchio con il suolo, un pulviscolo spesso quanto un gas tossico nel quale continuavano a volteggiare schegge e ferraglie. Poi, da dietro una fila di alberi che delimitava la sua proprietà, l’apparecchio ricomparve in posizione innaturale, simile a una giovane ginnasta intenta a realizzare piroette ed evoluzioni, per ribaltarsi e ritrovarsi a pancia in su dopo lo schianto definitivo.
Bertoldi scese dal trattore continuando a imprecare. Lo sorprese il contrasto irreale tra il silenzio brusco che si era di nuovo impadronito della campagna circostante e il consueto rumore mattutino di tir e auto in tangenziale, che trafiggeva la pianura non distante da lì. Da una parte la tragedia inaspettata che si era appena consumata a pochi metri dalla punta del suo naso contadino, dall’altra il traffico di ignari camionisti, di corrieri sfruttati e di pendolari preoccupati più di arrivare a fine mese che della scarsa visibilità sulla strada, che scorreva ripetitivo e mormorante come il chiacchiericcio di vecchie comari.
Corse verso il punto preciso della collisione con difficoltà non così inferiori a quelle che doveva aver affrontato il pilota. Il terreno era stato reso accidentato dai solchi che lui stesso aveva tracciato con l’aratro, doveva superare una bealera, un piccolo canale per l’irrigazione, e aggirare la barriera di sterpaglie e arbusti che, oltre a contenere il vento, facevano da intralcio alla sua corsa non proprio agile.
Arrivò sudato e urlante nei pressi fumanti del relitto capovolto. I corpi di due persone, il pilota e il passeggero, penzolavano con le braccia verso quello che rimaneva del tettuccio del velivolo, imbragati nelle cinture e con le bocche spalancate dal terrore e dalla forza di gravità. Nessun gemito, nessun segno di vita.
Si fece largo tra le lamiere contorte e il portellone accartocciato, continuando a gridare e a chiedere aiuto, incurante del fatto che non gli giungesse risposta. Tanto dall’interno...




